Electrolux: in sciopero contro i tagli

I delegati RSU Augustin Breda e Cinzia Colaprico: “Abbiamo immediatamente organizzato presidii e assemblee molto partecipate”

QUI il servizio su Collettiva, con l’intervista a Stefano Granzotto, RSU Fiom di Susegana

Un pesantissimo piano di ristrutturazione che colpirà tutti i siti produttivi, con i consueti tagli a giustificazione delle esigenze di “riorganizzazione produttiva”: la multinazionale Electrolux ha comunicato l’avvio di un piano pesantissimo, sul quale abbiamo interpellato i due delegati RSU Augustin Breda (della sede di Susegana, Treviso) e Cinzia Colaprico (della sede di Forlì).

E’ il secondo piano di riorganizzazione dopo quello del 2022: 1.600 esuberi allora, altri 1.700, a quanto pare, oggi.

Che cosa contiene e quali effetti potrebbe produrre la decisione preannunciata dall’azienda? Innanzitutto, spiegano i due delegati RSU, la notizia è stata comunicata nel corso di un incontro sindacale, a livello di gruppo, con le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm: alla luce del quadro generale, e soprattutto con l’obiettivo di aumentare i profitti (considerati molto bassi dall’azienda) al di sopra del 6%, l’azienda ha affermato di voler modificare complessivamente la strategia del gruppo, attraverso un ridimensionamento netto delle produzioni nel nostro paese, tagliando dunque 1.700 dipendenti su 4.000 circa.

Nel dettaglio, la riorganizzazione prevede la chiusura del più piccolo stabilimento Electrolux in Italia (quello di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, che produce cappe), nonché la riduzione degli organici (più o meno proporzionale) in tutti gli altri quattro stabilimenti italiani: Porcia (in Friuli Venezia Giulia, produce lavatrici e conta circa 1.300 dipendenti), Susegana (in Veneto, produce frigoriferi, con 1.200 dipendenti), Solaro (nel milanese, produce lavastoviglie e conta circa 800 dipendenti) e Forlì (produce forni e piani cottura e conta circa 1.000 dipendenti).

L’ultimo stabilimento entrato nel gruppo Electrolux, quello marchigiano, sarebbe dunque il primo ad uscire, attraverso la chiusura e il trasferimento delle produzioni in Polonia. La riorganizzazione, negli intendimenti dell’azienda, dovrebbe avvenire entro il 2026.

“Noi abbiamo immediatamente indetto uno sciopero – osserva Augustin Breda – perché la nostra prospettiva non può certo essere quella di accettare un ‘piano’ che, in realtà, nemmeno è stato ancora presentato: l’azienda si è infatti limitata finora ad una presentazione molto generica nei numeri”.

Da ciò che si è potuto intuire, Electrolux intenderebbe mantenere in Italia soltanto il ‘top di gamma’, le produzioni profittevoli, puntando a liberarsi gradualmente di tutto il resto e a trasferire non tanto in Europa, quantomeno in prospettiva, bensì in Cina. Infatti – spiega Breda, citando gli stabilimenti dove si producono frigoriferi – Electrolux ha chiuso stabilimenti in Ungheria, mentre da tempo il centro di ricerca di Susegana, eccellenza mondiale nella produzione dei frigoriferi, lavora prevalentemente su commesse esterne, soprattutto per la Cina, dove già viene prodotta una parte dei frigoriferi, per essere poi rivenduta in Europa con i marchi cinesi. “Ecco perché non possiamo considerare inattesa la decisione dell’azienda – aggiunge Augustin Breda – sono semmai le dimensioni della ristrutturazione che non avevamo previsto, come sempre giustificata dal fatto di andare a produrre dove conviene di più”.

“Abbiamo immediatamente proclamato uno sciopero di 8 ore in tutto il gruppo – aggiunge Cinzia Colaprico – con presidi davanti alle fabbriche e un’importante partecipazione. A Forlì siamo riusciti a tenere tutti i lavoratori fuori, compresi gli impiegati, qualcosa di raro, se pensiamo che abbiamo coinvolto anche la linea di comando aziendale. Allo sciopero abbiamo affiancato una partecipatissima assemblea – prosegue Colaprico – con tantissimi lavoratori nel piazzale, alla presenza del sindaco di Forlì e di tutti i rappresentanti sindacali”.

Insomma, le lavoratrici e i lavoratori hanno alzato la voce, “tantopiù – conclude la delegata RSU dello stabilimento di Forlì – che nel 2014 vivemmo una situazione molto simile”. Già, quell’anno nella fabbrica romagnola venne organizzato un presidio che durò addirittura 63 giorni e notti, dal 4 febbraio al 9 aprile, mettendo in ginocchio l’azienda: “Siamo di fronte ad un film che si ripete ciclicamente”, osserva ancora Cinzia Colaprico, con la solita motivazione: la necessità di competere con i paesi asiatici e il lavoro a costi più bassi, tenendo ovviamente presenti le esigenze speculative, perdipiù in un contesto di fortissima instabilità internazionale (e di “terza guerra mondiale a pezzi”, per citare papa Francesco).

Si susseguiranno, dunque, gli appuntamenti al Mimit per definire meglio i confronti del vaghissimo piano di ristrutturazione. E, in parallelo, le RSU del gruppo definiranno i prossimi passaggi vertenziali e di lotta.

Pubblicato il 26 Maggio 2026