Questo è il tempo di rompere la gabbia del patto di fabbrica e riconquistare salario

La discussione di oggi nell’Assemblea generale della CGIL, come è stato sottolineato nella relazione e come è stato ribadito in molti interventi, rappresenta un passaggio importante, sia in rapporto all’azione della stessa CGIL, sia in relazione alle concrete risposte che si potranno costruire rispetto alla vera e propria emergenza salariale che oggi esiste in Italia.

Oggi infatti stiamo delineando gli obbiettivi generali che ci diamo per la prossima stagione contrattuale, cercando di fare i conti e quindi di affrontare il fallimento dei referendum su lavoro, il rapido rifluire dell’improvvisa marea dello scorso autunno, le divisioni e i limiti degli scioperi di fine anno, una complessa primavera segnata da mobilitazioni intermittenti e segnali contradditori, la rinnovata iniziativa reazionaria con il DL 62/2026 (indebolimento CCNL con l’equivalenza sul TEC, estensione del precariato e riattualizzazione della deroga dell’art. 8 del Dl 13 agosto 2011, n. 138). La proposta è sostanzialmente quella di cercare una posizione unitaria con CISL e UIL, per definire un nuovo accordo quadro su contrattazione e rappresentanza, allargato però questa volta all’insieme delle parti datoriali (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Confapi, ecc), definendo così impianti omogenei e regole analoghe nei diversi settori privati, una certificazione della rappresentanza datoriale e sindacale, una generalizzazione delle RSU, un’estensione di rappresentanze su salute e sicurezza.

Io ho come l’impressione che questa discussione la stiamo conducendo sbrigativamente. Io non so se c’è qualcosa che mi sfugge, che io non capisco, o se magari c’è una parte di elaborazione, confronto e sintesi che è avvenuto in qualche altro luogo della nostra organizzazione. Però io qui ho l’impressione di una certa superficialità, non sento intervenire le categorie e non riesco a cogliere i diversi punti di vista tra di noi, come i diversi punti in discussione nelle trattativa e quindi i possibili punti di caduta di questo percorso. Allo stesso tempo, ho l’impressione che questa discussione contenga un certo livello di astrazione rispetto alla materialità dei processi che sono in corso nel sistema produttivo e nei suoi rapporti sociali. Non capisco, allora, come questo possibile accordo possa oggi rappresentare una chiave di volta per la difesa e il rilancio del salario in questo paese.

Proprio per una discussione più chiara sulle prospettive, io sento la necessità di partire da una valutazione delle ultime stagioni contrattuali. Cosa vogliamo cambiare degli attuali assetti? Quali sono le priorità che ci diamo? Tutto questo penso dipenda anche dalla condivisione di un bilancio di quello che è avvenuto. Una condivisione non scontata, in un’organizzazione di massa che è anche particolarmente vasta, che cioè contiene differenti sensibilità, punti di vista e settori di lavoro.

A me sembra che le ultime stagioni contrattuali siano state segnate da due elementi di fondo.
Primo, una destrutturazione del salario. Questo tema mi pare abbia attraversato diversi interventi. Il problema, cioè, non è solo che in questi anni, tra pandemia e inflazione, abbiamo visto aumenti molto differenziati a seconda dei settori, ma anche che nel quadro di un sistema economico frammentato tra differenti situazioni e andamenti economici, abbiamo assistito alla ricerca di diverse strategie di accumulazione tra i diversi territori e persino tra filiere o insieme di imprese. In questi anni, cioè, non si è solo individuato meccanismi di risposta all’inflazione diversi (ex ante, ex post, a doppio binario, clausole di salvaguardia, una tantum, ecc), ma si sono sviluppate diverse strutture salariali persino all’interno degli stessi contratti, con composizioni sempre più specifiche e al contempo variabili. Questa dinamica ha accompagnato una progressiva compartimentazione del lavoro, a livello di professioni, stabilimenti e territori, perimetrando rivendicazioni, cicli di lotta e persino identità collettive. Solo per fare un esempio, per capirsi: nel mio settore, l’università pubblica, in alcuni atenei, uffici e mansioni, l’aumento tabellare regolato dal contratto nazionale può risultare limitato, se non molto limitato, rispetto ad altri componenti, come il riconoscimento dei buoni-pasto in smart-working, i criteri di distribuzione del conto terzi, l’attribuzione di indennità di posizione o altre voci accessorie di ateneo.
Secondo, in questi anni i salariali sono stati al palo. È un dato che torna nell’esperienza concreta di lavoratori e lavoratrici, nella difficoltà crescente nel far tornare i conti ogni mese. È un dato confermato in tante analisi, che sottolineano come oggi ci siano salari reali tuttora inferiori a quelli del 2019, da Bankitalia alla nostra Fondazione Di Vittorio, dall’ISTAT all’OCSE. Qui, allora, non mi ritrovo rispetto ad alcune considerazioni della relazione: il problema, cioè, non è solo che non siamo in grado di superare l’inflazione, redistribuendo ricchezza e produttività, il problema è che sul complesso dei salari italiani non riusciamo neanche a stare dietro all’inflazione reale. Certo, in alcuni contratti abbiamo aumentato i salari reali, ma in altri abbiamo coperto solo l’IPCA e in altri ancora solo l’IPCA-NEI (depurata dei costi energetici); però, ci sono anche rinnovi dove non si è ottenuto neppure quella: ad esempio nei pubblici, dove si rimane quasi dieci punti percentuali sotto il valore di questo indice. Sull’insieme dei lavoratori e lavoratrici del paese, ad oggi, si è avuto un arretramento dei salari reali. Le categorie e i contratti dobbiamo abbiamo avanzamenti sono pochi, e ci sono ancora lavoratori e lavoratrici che hanno salari orari sotto i 9 euro e soprattutto salari mensili ben sotto la soglia di povertà.

Allora, il punto fondamentale è che dobbiamo cambiare qualcosa, che serve una discontinuità nelle prassi e nelle regole contrattuali di questo paese. Bene, io non riesco a vedere nella nostra discussione dove si possa produrre questa discontinuità, dove delineiamo un salto di qualità. La relazione ha sottolineato la necessità che il CCNL svolga la funzione di recuperare l’inflazione sul Trattamento Economico Minimo (i minimi tabellari, diciamo), ma anche di aumentarne il valore reale in relazione alla prestazione lavorativa. Cioè, nei contratti nazionali ci deve esser anche un di più, una quota che distribuisce ricchezza o almeno produttività. Bene. Però, nel Patto di fabbrica del 2018 questa funzione non era esclusa, a partire dall’obbiettivo della contrattazione collettiva di contribuire a determinare le condizioni per migliorare il valore reale dei trattamenti economici, anche modificando il valore del TEM in ragione dei processi di trasformazione e/o di innovazione organizzativa. Dal 2018 ad oggi, infatti, in più rinnovi si è rivendicato proprio nel quadro del patto di fabbrica di aver conquistato quote salariali in funzione degli andamenti di settore o della produttività (penso ad esempio a bancari, chimico-farmaceutico, legno arredo, gas-acqua, alimentari, ecc). Il punto è che questi sono stati casi isolati, che questo non è stata l’interpretazione prevalente, che nell’ultima lunga vertenza dei metalmeccanici questo è stato uno dei principali punti di contrasto, sostanzialmente non superato. Il Patto di fabbrica ha cioè rappresentato una gabbia e non capisco come, con quale salto, lo si intenda superare.

Cioè, non capisco se noi oggi abbiamo l’obbiettivo di travolgere l’attuale equilibrio o di confermarlo. Al limite, limarlo od estenderlo ai servizi (sempre che si riesca). A me non è chiaro il nostro obbiettivo. La proposta in discussione, infatti, mi pare ribadisca due livelli contrattuali distinti e autonomi, l’esistenza di TEM e TEC (con la presenza anche di istituti salariali non monetari, come welfare, benefit, sanità integrativa, ecc), meccanismi di recupero annuale dell’inflazione nel rispetto delle diverse modalità stabilite dai contratti nazionali, nessuna nuova regolazione temporalità rispetto l’attuale disarticolazione (triennale, quadriennale e oltre, a seconda dei settori). Non vedo, cioè, quale differenza questo impianto possa generare nelle interpretazioni e nelle prassi dei diversi settori. Certo, è molto negativo che il governo pensi di usare il TEC come metro di comparazione dei salari e quindi legittimazione dei contratti spuri: ma, io penso, non è la sua stessa definizione e il suo concreto uso in questi anni che permette questa ipotesi? Allora, io non capisco quali siano le leve sui cui pensiamo di cambiare le cose, al di là della misurazione della rappresentanza, di una sua possibile estensione (tutta da verificare) nelle piccole imprese e nell’esigibilità, diciamola così, delle elezioni RSU. Elementi importanti, certo, per come intendiamo noi il sindacato, ma che non mi pare incidano sul punto centrale della funzione del sindacato oggi: difendere il salario globale del lavoro.

A partire da questa incomprensione (da questa incertezza sui nostri obbiettivi, diciamo), mi sorgono poi altre perplessità e timori.

La nostra discussione tiene conto della realtà di imprese, fabbriche, uffici e servizi, di questa stagione del capitalismo italiano e internazionale? La definizione del salario non può infatti astrarsi dall’organizzazione del lavoro, a partire da orari, ritmi, forme e modalità della prestazione di lavoro. Soprattutto, in una stagione come l’attuale dove l’innovazione tecnologica, la green-economy e l’introduzione delle IA hanno innescato un’ennesima fase di ristrutturazioni, riorganizzazioni e riassestamenti in tutta la struttura produttiva di beni e servizi. Tanto più all’interno di una nuova stagione di sviluppo dell’inflazione segnata da guerra, costi dell’energia, competizione, contrapposizione tra poli mondiali, reinternalizzazioni delle filiere e tentazioni di nazionalizzazioni delle economie. In questo quadro, le associazioni datoriali sono oggi fragili, perché faticano a contenere le tante e divergenti strategie di accumulazione dei diversi capitali, spesso dividendosi o perdendo capacità di rappresentanza (pensiamo allo sviluppo della contrattazione pirata, all’uscita delle imprese dai loro perimetri, alle inedite fratture datoriali in alcuni rinnovi). Questa fragilità spinge quindi oggi al dialogo e alla reciproca legittimazione, cerca di definire nuove regolazioni del lavoro per rilanciare le funzioni associative e anche per dare una certa omogeneità di comportamento ai capitali, e quindi alle traiettorie economiche del paese. Le diverse e contrapposte spinte che si registrano nei processi reali sono però realmente contenibili dal punto di vista imprenditoriale? La competizione, le crisi, le ristrutturazioni, la ricerca spasmodica di margini e di nuovi capitali (penso al Marchionne delle Confessioni di un drogato di capitali), quanto sospinge realmente e permette un nuovo patto tra produttori? O anche solo un sistema di regolazione del lavoro unitario? Le vicende degli ultimi quindici anni, il modello Marchionne e l’uscita FCA dalla Confindustria, l’autonomizzazione della Grande Distribuzione Organizzata, le fratture tra gli imprenditori alimentari, la parabola dell’ILVA e quella di Electrolux, le trasformazioni nei porti e nella logistica, la spinta all’intensificazione dei ritmi, all’aumento degli orari e alla sostituzione del lavoro mi sembra vadano in altra direzione, anche alla luce delle tendenze innescate dalla Grande Crisi (2006/08).

In questo quadro, pensiamo di ridefinire un accordo ai tavoli di trattativa? I risultati di una contrattazione dipendano soprattutto dai rapporti di forza, determinati dalle condizioni delle diverse parti e dal più complessivo contesto economico, politico e sociale. Oggi, certo, questo contesto ci offre un’occasione, tra inciampi del governo, difficoltà delle associazioni datoriali e incertezze imprenditoriali. Però, davvero pensiamo che le capacità negoziali siano sufficienti per ribaltare difficoltà e contraddizioni di questa stagione? Noi, infatti, non arriviamo a questo tavolo dopo aver costruito egemonia e affermato il peso del sindacalismo generale nella società (ad esempio, dopo aver vinto i referendum sul lavoro); non ci arriviamo avendo dato stabilità, continuità e sviluppo ai movimenti di massa (gli inusuali e massivi scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre dell’anno scorso); non ci arriviamo dopo aver ricompattato il lavoro in un grande sciopero generale contro la legge di bilancio o dopo aver costruito vertenze unificanti nei mesi passati. Al contrario, ci arriviamo in una stagione complessa e contradditoria, segnata dalle divisioni del lavoro e delle organizzazioni sindacali. In questo contesto, come pensiamo di avviare e chiudere una trattativa senza coinvolgere lavoratori e lavoratrici, senza tensione e attenzione di massa, nel pieno della distrazione estiva? La stagione degli accordi di luglio, appunto, è quella del vuoto di fabbriche, imprese, scuole e aziende, in vacanza. Poi, certo, potremmo consultarli dopo, in un’altra stagione climatica e politica, ma questo calendario mi sembra appunto si astragga dai rapporti di forza.

Questo percorso lo vogliamo fare insieme a CISL e UIL? Cioè, davvero pensiamo sia possibile superare oggi le fratture di questi anni e questi mesi? Qualcuno, negli interventi, ha sottolineato come il governo con il cosiddetto decreto di maggio abbia voluto dividere il sindacato, proprio in vista della trattativa. Io non credo. Non perché non veda l’intenzionalità del governo, ma perché il sindacalismo confederale è già profondamente diviso da tempo. Anzi, spaccato. Dallo scorso autunno in modo più che esplicito. Pensiamo alla totale assenza di CISL e UIL dalle piazze per la Palestina, ma anche da ogni iniziativa, propensione o azione contro il genocidio, la guerra e il riarmo, con una cesura impressionante rispetto alla cultura e alla storia del sindacalismo italiano. Pensiamo allo sciopero di dicembre, in cui abbiamo misurato la diretta contrapposizione della CISL e l’assenza della UIL, per la prima volta dopo anni di iniziative comuni (per quanto sconnesse, come gli scioperi generali tardivi e dispersi dopo il 2022). Questa spaccatura non è frutto di un passaggio congiunturale, su questa legge di Bilancio, e non credo sia nemmeno legata solo alle diverse propensioni per questo governo. Come ci siamo ripetuti tante volte, questa frattura affonda le radici sulle diverse interpretazioni di cosa sia il sindacato (associazionismo di iscritti o soggetto generale del lavoro), quale sia il rapporto con la politica e con le imprese, in fondo se ci si pensa rappresentanti del lavoro o della forza-lavoro: se si intenda, cioè, avere una funzione di trasformazione o rappresentare gli interessi di un fattore della produzione nel quadro di questi assetti sociali. Questa frattura l’abbiamo misurata sulla partecipazione, la sua declinazione da parte della CISL ben oltre ogni codeterminazione (pur presente nei documenti CGIL e che ho più volte criticato proprio per il suo profilo sussidiario). In questi anni, in realtà, abbiamo vissuto un’aperta ma silente contraddizione tra le fratture confederali e le unità sindacali nelle contrattazioni di categoria, che in fondo si reggevano proprio sulla (dis)articolazione tra le diverse piattaforme contrattuali, cioè sulle diverse condizioni e i diversi risultati nei differenti settori del lavoro. Questa contraddizione mi sembra abbia avuto un’unica eccezione: lo scorso rinnovo nei pubblici, con gli accordi separati nel triennio 2022/24, che sono però proprio in questi mesi in via di superamento per il triennio 2025/27. Il punto è che pensiamo di risolvere o attutire queste contraddizioni proprio con un accordo quadro sulla contrattazione? Non mi è chiaro, cioè, come sia concretamente possibile ridurre queste divaricazioni, nel quadro di una relazione anche con le controparti datoriali, e quindi quali punti di caduta sia possibile condividere.

Al netto di tutto questo, stiamo considerando il possibile approfondimento della frattura tra pubblici e privati? Lo dico anche da dirigente di una categoria, la FLC, che sta affrontando un difficile rinnovo. La frammentazione generale del lavoro ha forse oscurato in questi anni questa divergenza, che riguarda le retribuzioni, ma anche la stessa contrattazione e in qualche modo lo stesso ruolo del sindacato, nel pubblico confinato dall’impossibilità di discutere l’organizzazione del lavoro e dagli indirizzi premiali del Dlgs 165/2001 e dei suoi vari aggiornamenti (Brunetta, Madia, oggi ipotesi Zangrillo). Le prospettive di questo accordo rischiano di determinare un ulteriore sviluppo delle divergenze, tra settori privati che rivendicano salari oltre l’inflazione con meccanismi annuali di difesa del potere d’acquisto e settori pubblici, bloccati da programmazioni di bilancio e con stipendi che scontano (ieri come oggi) un differenziale senza precedenti (più ampio di quello registrato tra 2010 e 2015, ai tempi del blocco stipendiale di Tremonti).

Infine, quale effetto pensiamo che questo eventuale accordo abbia nella dinamica sociale e politica? Alcuni interventi oggi hanno ribadito una prospettiva che era già emersa nella discussione degli ultimi due anni sulle strategie di contrasto all’azione autoritaria del governo. Alcuni, cioè, mi sembra che ritengano prioritario contrastare l’iniziativa reazionaria su un terreno diverso da quello dello scontro diretto, complicato per la disorganizzazione del lavoro (i limiti degli scioperi generali e le loro difficoltà), ma in fondo anche per i rischi di politicizzazione e incontrollabilità dei movimenti di massa. La prospettiva che si propone, allora, è quella di perseguire un versante responsabile, quello cioè dei tavoli di contrattazione, della ricostruzione di una sorta di nuovo patto dei produttori capace di rompere il blocco sociale del governo sul versante del capitale, dell’impresa, dei datori di lavoro. Questa strategia, cioè, ipotizza la possibilità di ribaltare il tentativo autoritario in corso in Italia, proprio contribuendo attraverso l’accordo tra le diverse parti sociali a delineare diverse politiche economiche e quindi diversi consensi ed assetti politici nel paese. Guardate, non entro qui nella discussione su quale sia il blocco sociale di questa destra: se cioè realmente Confindustria, il grande capitale e la grande borghesia imprenditoriale (industriale, commerciale e finanziaria) siano oggi parte di un blocco reazionario. Non apro neanche il discorso sulla pervasività dei tentativi autoritari in questi anni, che ho l’impressione vadano ben oltre il perimetro della destra reazionaria (vedi le impostazioni tecnocratiche di Monti e Draghi, la riforma costituzionale di Renzi, le tentazioni populiste di Conte sia in alleanza con la Lega, sia in alleanza con il Pd).

La mia impressione è però che oggi questo tentativo autoritario, la destra reazionaria, il governo Meloni e le sue prospettive, si reggano soprattutto su un consenso dei ceti intermedi, che affonda le sue radici anche nelle classi popolari, persino nella classe operaia organizzata, in ogni caso nelle classi subalterne. Cioè, nella nostra base sociale, nel lavoro, persino tra gli iscritti CGIL (come sappiamo). Questo consenso reazionario è minoritario e limitato, certo, però appare solido e persistente. Capace cioè di plasmare rappresentazioni collettive, diventare punto di riferimento, sviluppare senso comune. La sconfitta referendaria ha mostrato le sue fragilità, però non ha scalfito il suo perimetro. La stessa debolezza politica di questa maggioranza e le dinamiche di ridefinizione della legge elettorale sono oggi soprattutto il prodotto delle sue contraddizioni e delle sue fratture interne, come mostra la vicenda Vannacci e Futuro nazionale. Il problema, allora, è che oggi una parte importante di lavoratori e lavoratrici guardano ancora alla difesa della nazione, alle proposte e alle identità della destra reazionaria, come prospettiva di sviluppo e strumento della propria sicurezza sociale. L’azione collettiva del lavoro e del sindacato, in questo quadro, è vista come poco capace di conquistare diritti, salari e occupazione. Il compito che abbiamo, allora, proprio per contrastare questa deriva autoritaria e il suo profilo di classe, è quello di riconquistare autorevolezza salariale e funzione sociale del sindacato, a partire da una capacità di coinvolgimento e di azione di massa. Isolare la destra sul versante del popolo, non del padronato.

E allora, per concludere: io credo che la priorità di oggi e del prossimo autunno, all’avvio della prossima stagione contrattuale e nella prospettiva delle elezioni 2027 (il rilancio o la caduta di questo governo), non sia la ricostruzione di un’azione unitaria con CISL e UIL, non sia delineare un nuovo e fragile patto dei produttori destinato ad esser rapidamente travolto dalla dinamica delle crisi e delle ristrutturazioni, non sia ridefinire e riaffermare la gabbia del patto di fabbrica. Al contrario, il nostro compito oggi è quello di capire come spezzare questa complessiva stagnazione salariale, segnata da crescenti divergenze tra i diversi settori del lavoro. In questo passaggio, certo, c’è l’enorme questione della rappresentanza, come riattivare percorsi democratici e di partecipazione logorati in questi anni. Però, non mi tolgo proprio dalla testa che esattamente in questo processo la CISL e per molti versi anche la UIL siano le nostre controparti. In ogni caso, salario e mobilitazione sociale sono oggi le priorità. Per questo, guardo con molta perplessità, scetticismo e in fondo preoccupazione alle ipotesi di trattiva che oggi si aprono.

Luca Scacchi

Al termine del dibattito, insieme ad altri compagni/e di Radici del Sindacato ho votato contro la risoluzione conclusiva dell’Assemblea generale, con un mandato ad avviare il confronto con CISL e UIL, la trattativa con le parti datoriali.