A proposito di Radici del sindacato e dell’iniziativa di giugno a Milano sulle prospettive della sinistra sindacale.
Una riflessione di Luca Scacchi, AG CGIL.
Nel corso dell’ultimo anno si sono rese sempre più evidenti in Radici del Sindacato differenze di ragionamenti e anche di voto su scelte importanti per l’organizzazione. Le diverse valutazioni sulla LIP Sanità hanno precipitato il confronto, anche per la scelta di qualcuno di condurlo con considerazione sul ruolo della sinistra sindacale. La convocazione di un Coordinamento per confrontarsi su queste valutazioni e sulle prospettive è stata respinta con toni sopra le righe (verticismo, servi e padroni, metodi stalinisti). La scelta della maggioranza dell’Esecutivo di confermarlo ha visto degli assenti, ma quel passaggio insieme alle motivazioni di voto all’Assemblea generale CGIL di aprile ha chiarito le diverse impostazioni.
C’è chi valuta la CGIL in campo da due anni con un’intensità straordinaria, coerenza, conflitto e proposta (e ritiene si debba solo rafforzarne l’iniziativa vertenziale, facendolo rilevare nel dibattito) e chi ritiene che l’azione della CGIL sia contradditoria (da una parte prende atto della rottura con la CISL e organizza la mobilitazione, dall’altra partecipa alla piazza del 15 marzo, rimane contrattualmente scomposta e volta al Patto di fabbrica, chiudendo rapidamente la parentesi del 3 e 4 ottobre), e per questo ritiene necessario tenere la barra dritta nell’elaborazione, nelle prassi e nell’azione dell’area.
Queste differenze si confermano in questi giorni. Alcuni hanno deciso di convocare alla Camera del lavoro di Milano un’iniziativa di confronto su prospettive e ruolo della sinistra sindacale insieme a Lavoro e Società (facendo oggi, con altri, la discussione che non hanno voluto fare ad aprile). Altri, tra cui chi scrive, hanno deciso di votare contro il mandato ad un accordo quadro con CISL, UIL e associazioni datoriali, che si propone di estendere la rappresentanza ma anche l’impianto del patto di fabbrica. In una stagione di guerre, austerità e politiche autoritarie, si confermano cioè per noi le ragioni di un’area programmatica di classe. Non si tratta di votare sempre contro le proposte della segreteria, perché appunto il ruolo della Cgil contro il governo Meloni ha portato cambiamenti che non ignoriamo, ma nemmeno si può pensare di votare sempre a favore di fronte alle titubanze, alle inconcludenze e alle continuità del gruppo dirigente.
Questa è la nostra strada. Se qualcuno ne prende altre, non possiamo che augurargli buon cammino. Soprattutto, quando evita di confrontarsi collettivamente e lo costruisce poi nei fatti, inseguendo forse percorsi già perseguiti al XVIII congresso nelle contrapposizioni per i gruppi dirigenti. Non sono le nostre pratiche, non è la nostra cultura, non sono le nostra prospettive. La mia impressione è che non siano queste le radici del sindacato. Di tutto questo, e di altro, discuteremo a Jesi dal 25 al 28 giugno, al seminario organizzato dall’area delle Marche e all’assemblea di Radici del sindacato nella mattinata di sabato.
1. A mo’ di introduzione: il pluralismo e le differenze in Radici del sindacato
Da qualche tempo Radici del Sindacato esprime in CGIL ragionamenti e comportamenti diversificati. Le Assemblee generali dell’ultimo anno hanno visto svolgersi alcuni dibattiti significativi, che hanno avuto un impatto sulle scelte e in qualche modo hanno avuto conseguenze sullo stesso profilo dell’organizzazione: il confronto sulla sconfitta referendaria e la scelta di rinviare di un anno il XX congresso; la decisione di arrivare allo sciopero unitario con il sindacalismo di base il 3 ottobre, dopo la disastrosa contrapposizione tra 19 e 22 settembre; le rilevanti delibere su risorse e struttura organizzativa, con un ruolo crescente di Corso Italia e delle Camere del lavoro; la proclamazione dello sciopero il 12 dicembre 2025, separato dal 28 novembre; l’elaborazione di una LIP senza alcun intervento su impianto aziendalista del SSN e sanità contrattuale; la scelta di affrontare la primavera 2026 con lo strumento della raccolta firme e non quello della mobilitazione. Al di là del passaggio di settembre (dove abbiamo tutti votato a favore dello sciopero del 3 e del corteo del 4 ottobre), in queste occasioni i compagni e le compagne di Radici del Sindacato hanno presentato ragionamenti (dis)articolati e alla fine assunto posizioni differenti: io, insieme a Eliana (Como, ndr) ed Antonella (Stasi, ndr), abbiamo espresso critiche sostanziali su diversi aspetti, astenendoci in diverse occasioni (bilanciando elementi contradditori delle proposte presentate e cercando allo stesso tempo di tenere insieme i diversi punti di vista nell’area), mentre gli altri non hanno espresso un proprio orientamento o hanno sempre votato a favore.
In un’area sindacale plurale, come da sempre sono le sinistre CGIL, la diversificazione delle opinioni e del voto non sono in sé un problema, ma una semplice espressione dei diversi punti di vista e delle molteplici prospettive che inevitabilmente la compongono: diverse esperienze sindacali, sensibilità, categorie di provenienza e territori di provenienza. Più volte, nell’esperienza di Radici del sindacato come in quella delle precedenti aree a cui mi è capitato di aderire, ho incrociato valutazioni e voti diversi su specifici passaggi, anche importanti (accordi, rinnovi, scelte di mobilitazione, presa di posizione su questa o quest’altra dinamica internazionale): penso, per rimanere alle vicende recenti, al conflitto in Siria, il 7 ottobre o la guerra in Ucraina, ma anche ai recenti rinnovi in FIOM o FLC (nella prima con diverse articolazioni critiche sul contratto 2025/28, nella seconda con differenti considerazioni sulle propensioni della categoria in relazione alla mancata sottoscrizione del contratto 2022/24).
L’espressione ripetuta di argomentazioni, posizioni e voti diversificati segnalava comunque la necessità di una discussione, soprattutto quando la ripetizione di queste diverse valutazioni riguardavano scelte e prospettive rilevanti (il rapporto con i movimenti sociali, la struttura dell’organizzazione, tempi e forme dei passaggi congressuali). Soprattutto, quando queste espressioni diversificate arrivano in un’area che era già consapevole della difficoltà ad integrare le diverse culture e prassi di Democrazia e Lavoro e di Riconquistiamo Tutto, le due precedenti esperienze intorno alle quali si era definito il documento alternativo al XIX congresso CGIL (2022/23). Nella primavera 2024 siamo riusciti a definire una posizione comune e votare contro l’iniziativa referendaria promossa dalla CGIL (i 4 quesiti su lavoro e appalti), che spostava lo scontro con il governo su un terreno elettorale complicato (difficile raggiungere gli oltre 23.532.000 votanti del quorum) e sganciato da una dinamica di movimento (al netto del referendum sull’autonomia differenziata, promosso da un fronte diverso e che ci ha visto protagonisti come area programmatica sin da quando la CGIL era ben più titubante, che ha raccolto le firme successivamente in poche settimane, ma poi non ammesso al voto dalla Corte Costituzionale il successivo gennaio). Ovviamente, poi ci siamo comunque impegnati nella raccolta firme e quindi nella compagna successiva. L’assemblea dell’area del 28 giugno di quell’anno, a Livorno, esplicitava però questa difficoltà di integrazione, oltre a far emergere da una parte preoccupazioni sul deficit di coordinamento sulle scelte contrattuali, dall’altra alcune propensioni a superare un’esperienza di cui si segnalavano soprattutto i limiti. Le conclusioni di quell’assemblea provavano a rilanciare uno sforzo unitario, riconoscendo limiti e difficoltà, ma anche confermando la nostra iniziativa: un punto di vista e una pratica alternativa in Cgil, in grado di intervenire sul terreno della proposta e delle iniziative, nel rapporto con i movimenti, nelle lotte. Nonostante queste intenzioni, però, l’anno successivo fu segnato da una progressiva paralisi dell’Esecutivo, un rallentamento di un impulso nazionale (nel 2025 si tennero solo due Coordinamenti, a Roma il 25 giugno e a Milano del 27 novembre), il riproporsi di una difficile composizione tra propensione verso l’unità dell’area e impostazioni sindacali differenti.
2. La precipitazione del confronto all’inizio dell’anno e sul Coordinamento di aprile
Questo fragile (dis)equilibrio è precipitato all’inizio dell’anno. La ripetizione dei diversi orientamenti e il voto diversificato su un ordine del giorno presentato da compagni/e di Radici del Sindacato (quello che chiedeva di proclamare lo sciopero lo stesso giorno del sindacalismo di base, il 28 novembre) hanno inevitabilmente alzato l’attenzione sulle prospettive dell’area. Il tentativo di tenere il confronto sul merito delle singole questioni è sostanzialmente fallito sulla vicenda della legge di iniziativa popolare sulla sanità. Il coordinamento nazionale di gennaio, convocato prima dell’Assemblea generale CGIL proprio per definire un orientamento comune sulle successive iniziative dell’organizzazione (a partire dalla LIP sulla sanità e dal testo fortemente critico espresso unitariamente dalla nostra area SPI) è stato seguito dall’assunzione di posizioni diverse in Assemblea generale e poi dall’apertura di una dialettica su Progetto Lavoro. Proprio le diverse valutazioni su questa specifica iniziativa diventavano cioè occasione per rivendicare diverse prassi: Quanto al ruolo della sinistra sindacale, il rischio non è tanto l’errore quanto la riduzione a pura coscienza critica. Il Grillo Parlante nelle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi rappresenta una voce morale che ammonisce, richiama, avverte. È una funzione necessaria, ma se resta isolata non modifica il corso degli eventi. La sinistra sindacale non può limitarsi a questo ruolo pedagogico; deve assumere l’iniziativa, costruire vertenze, organizzare consenso.
La richiesta di riportare a questo punto il confronto nel Coordinamento nazionale, per chiarire le diverse prospettive e in qualche modo regolare il nostro pluralismo, si è scontrato con una diniego determinato, per i tempi ma soprattutto per i temi, ritenendo che ogni confronto aperto dovesse essere subordinato ad una precedente intesa o composizione a livello ristretto. La distanza di prospettive rendeva difficile ogni sintesi (vedi la riunione dell’Esecutivo del 2 aprile) e allo stesso tempo proprio l’evidenza di diverse propensioni, nel confronto pubblico e nel comportamento ripetuto negli organismi, rendeva necessario affrontare collettivamente nel Coordinamento nazionale. Questa, almeno, è stata la valutazione mia e della maggioranza di compagni e compagne dell’Esecutivo (sette su tredici), appoggiando la scelta di Eliana (portavoce dell’area, nrd) di convocarlo per il 10 aprile 2026. Al di là dello scambio di lettere, oltre che di un tentativo un po’ approssimativo di mettere in discussione composizione e legittimità di quell’ambito da parte di chi a lungo ne ha svolto il ruolo di coordinatore organizzativo (firmando persino lettere di convocazione che ne esplicitavamo composizione e mandato), la riunione si è tenuta, a Milano e on line, in assenza della minoranza dell’Esecutivo e di altri compagni e compagne.
I diversi ragionamenti e le diverse prospettive si sono comunque esplicitati con questo passaggio. Lo si può misurare nelle differenze tra il documento conclusivo di quel Coordinamento e le motivazioni di voto sulla risoluzione conclusiva dell’Assemblea generale del 1 e 2 aprile, avanzate da Adriano Sgrò proprio nel dibattito dell’area. Quest’ultimo, infatti, al di là del corretto ed importante riconoscimento dell’elemento fisiologico, democratico e plurale del dissenso, ha sottolineato che il documento proposto dalla segreteria CGIL aveva il merito di recuperare e rilanciare il lavoro svolto in questi anni, precisando che la CGIL è in campo da oltre due anni con un’intensità straordinaria: scioperi generali, manifestazioni, assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori, banchetti, vertenze, trattative e contratti. Un’azione continua che ha tenuto insieme conflitto e proposta, mobilitazione e rappresentanza…. Un impegno coerente che ha visto il sindacato schierato in difesa della pace, del diritto internazionale e dei diritti dei popoli. L’obbiettivo, allora, è di rafforzare ulteriormente l’iniziativa della CGIL, inserendo con più forza alcune priorità vertenziali fondamentali, facendolo rilevare nel corso del dibattito. Il documento del Coordinamento del 10 aprile sottolinea invece come la reazione al nuovo contesto sia stata contradditoria: da una parte la CGIL ha preso atto della rottura dell’unità sindacale, ha proclamato scioperi ripetuti, ha condiviso la proposta di salario minimo e attivato vertenze per rompere il tetto IPCA, si è fatta centro di una rete dell’opposizione sociale e si è messa a servizio delle mobilitazioni (contro il genocidio e NoKings). Ha provato cioè a far vivere l’opposizione sociale. Dall’altra parte, però, ha confermato il Patto della Fabbrica, gli scioperi generali sono stati tardivi e scomposti, ha partecipato alla piazza per Europa e riarmo del 15 marzo, si è mossa in ritardo e occasionalmente sulla Palestina, ha scelto di scioperare il 12 dicembre da sola. Cioè, la CGIL non riesce a condurre un’iniziativa e una mobilitazione adeguata. In queste contraddizioni, allora, si confermano le ragioni della nostra prospettiva, per cui è importante tenere la barra dritta nell’elaborazione, nelle prassi e nell’azione dell’area.
3. La scelta dell’iniziativa milanese con Lavoro e Società, il voto contrario all’Accordo quadro sul nuovo patto di fabbrica
Questo confronto negato ad aprile trova oggi nuova e diversa forma pubblica. Nel numero 11 di Sinistra Sindacale (8 giugno 2026), periodico dell’area programmatica Lavoro e Società, in penultima pagina compare la locandina di un’iniziativa presso la Camera del lavoro di Milano, con un titolo esplicito e al contempo evocativo: Pace, lavoro e diritti. Unità e pluralismo, prospettive e ruolo della sinistra sindacale confederale in Cgil. Questa assemblea di delegate e delegati, attiviste e attivisti pensionati, al di là della presenza del segretario della CdLT e di alcuni contributi (Giorgio Riolo, Mariagrazia Meriggi, Sergio Bellucci), vede il coordinamento di Vicenzo Greco (referente nazionale dell’area Lavoro e Società) e di… Adriano Sgrò. Ovviamente, ogni iniziativa è legittima. Questa, però, è anche chiarificatrice: quel confronto sul ruolo di una sinistra sindacale negato al coordinamento nazionale di aprile, lo si conduce oggi pubblicamente insieme a Lavoro e Società. Cioè, da una parte si è accusata la portavoce e la maggioranza dell’Esecutivo di Radici del Sindacato di ricorrere a richiami all’ordine, posture verticistiche, una gestione accentrata e autoreferenziale, di comportarsi come servi con padroni e di ricorrere a metodi stalinisti: tutto questo solamente per aver convocato una riunione del Coordinamento nazionale e aver voluto chiarire le diverse posizioni e prospettive. Dall’altra, due mesi dopo si convoca un confronto pubblico congiuntamente ad un’area che da oltre quindici anni si rivendica come parte della maggioranza, proprio perché valuta coerente l’impegno CGIL sul versante della mobilitazione, dell’iniziativa internazionale e della contrattazione, ma ritiene necessaria rafforzare ulteriormente la sua iniziativa, facendolo rilevare nel corso del dibattito ma votando sempre per le risoluzioni e i documenti nei suoi organismi.
In fondo, questa strada ha una coerenza, a suo modo. Il 9 giugno scorso l’Assemblea generale CGIL ha tenuto una discussione importante, approvando la proposta di cercare un’intesa con CISL e UIL per definire un Accordo quadro con l’insieme delle associazioni datoriali, in cui si ribadisce la sostanza dell’impianto del patto di fabbrica (due livelli di contrattazione autonomi e distinti; Tem e Tec, cioè anche istituti salariali non monetari; meccanismi di adeguamento all’inflazione diversi a seconda dei contratti), provando ad allargare la rappresentanza (con qualche difficoltà). Eliana (Como, ndr) ha espresso una critica esplicita a questo impianto, come più in generale all’assenza di mobilitazione in questa stagione (a partire dalle vicende palestinesi), a cui è seguito anche un mio intervento: al termine di quel confronto, con una dichiarazione, insieme ad Antonella (Stasi, ndr) abbiamo votato contro la risoluzione conclusiva, proprio perché in quel mandato non vedevamo possibilità di una reale rottura dell’attuale stagnazione salariale in Italia. Gli altri compagni e compagne di Radici del Sindacato non si sono espressi e, in silenzio, hanno seguito Lavoro e Società, che ha approvato il documento. Un ulteriore passaggio chiarificatore, su un elemento centrale dell’iniziativa sindacale.
4. A mò di chiusura: queste non mi sembrano Le radici del sindacato. Buon cammino.
Sappiamo che nei prossimi mesi si aprirà la Conferenza di programma e quindi il XX congresso della CGIL. Ne parleremo al seminario e all’assemblea nazionale di Radici del Sindacato che si terrà a fine mese nelle Marche (Le Radici e le ali, Jesi, dal 25 al 27 di giugno). Al momento, e diversamente dagli appuntamenti precedenti, non è ancora delineato il quadro della discussione congressuale, sia in relazione ai punti centrali della proposta sia in relazione alla conseguente articolazione del confronto. Allo stesso tempo, non sono ancora definiti i tempi e le regole di questo congresso. Questo passaggio sarà inevitabilmente in-formato anche dalle candidature alla successione di Maurizio Landini e dai relativi assetti del gruppo dirigente, come in modo diverso è stato nel 2010 e nel 2018. Candidature e ipotesi di assetti che, diversamente da questi appuntamenti precedenti, ad oggi è particolarmente difficile scorgere. Soprattutto, non è ancora chiaro la scenario con cui la CGIL, ed il lavoro più in generale, dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Al di là delle tendenze generali (crisi, ristrutturazioni, competizione e guerre), non è cioè ancora chiaro se l’esito delle prossime elezioni politiche determinerà il rilancio di questo governo reazionario (un Meloni due, probabilmente radicalizzato sulla falsariga del secondo mandato di Trump), l’arrivo di una nuova stagione di campo largo o la riedizione, in qualche forma, di larghe intese ed esecutivi tecnici. In una CGIL che in questi anni ha appunto assunto iniziative contradditorie, che in compagnia di CISL e UIL si appresta proprio in queste settimane ad una riedizione fragile e contrastata di un patto oltre la fabbrica, questo contesto non sarà inessenziale, proprio perché potrebbe sospingere curvature in una o nell’altra direzione. Vedremo come si chiariranno questi elementi nei prossimi mesi, in una dinamica complessa e probabilmente anche con una tempistica non lineare.
Quello che oggi sappiamo, però, è che vengono meno le nostre ragioni, analisi e proposte, qualunque forma assumerà questa confronto in CGIL, in qualunque contesto ci troveremo ad agire, qualunque dialettica decideremo e avremo la possibilità di agire, a partire dalle nostre forze e dalle regole che ci saranno. Per noi cioè serve tornare alle radici del sindacato, ad una maggiore radicalità e al recupero delle tradizioni di lotta del movimento sindacale. Pensiamo, cioè, che occorra più radicalità, non moderazione. Abbiamo bisogno di una Cgil meno verticistica e meno burocratizzata che dia più potere agli iscritti/e, ai luoghi di lavoro, ai delegati/e che sono molto più vicini ai problemi che ognuno di noi vive quotidianamente. Come abbiamo sottolineato lo scorso 10 aprile, In una stagione di guerre, austerità e politiche autoritarie, si confermano cioè le ragioni di un’area programmatica di classe. Non si tratta di votare sempre contro le proposte della segreteria, perché appunto il ruolo della Cgil contro il governo Meloni ha portato cambiamenti che non ignoriamo, ma nemmeno si può pensare di votare sempre a favore di fronte alle titubanze, alle inconcludenze e alle continuità del gruppo dirigente. Questa è la nostra strada. Se qualcuno ne prende altre, non possiamo che augurargli buon cammino. Soprattutto, quando evita di confrontarsi collettivamente e lo costruisce poi nei fatti, inseguendo forse percorsi già perseguiti al congresso del 2018/19 nelle contrapposizioni per i gruppi dirigenti. Non sono le nostre pratiche, non è la nostra cultura, non sono le nostra prospettive. La mia impressione è che non siano queste le radici del sindacato.
Luca Scacchi