Partigiane e partigiani della nostra classe

Intervento di Eliana Como alla Conferenza di Programma della CGIL, Roma, Teatro Brancaccio, 5/6 novembre 2026.

Nel 1996, quando la CGIL scrisse il primo programma fondamentale, avevo 22 anni, studiavo e insieme facevo mille lavori da niente, tutti precari. Pochi anni dopo mi laureai e cominciai a fare il mio lavoro, quello per cui avevo studiato e mi piaceva. Ma ero sempre precaria. Pagata poco, senza una busta paga, un ufficio e in teoria senza un orario di lavoro. Ma in realtà di lavori ne facevo la metà di mille, perché uno non bastava e io ero talmente libera di decidere il mio orario che lavoravo anche il fine settimana. Di quei 12 anni, ne ho soltanto 6 di contributi per la pensione, nonostante ho sempre lavorato.

E non ero solo io. Era una intera generazione.

La prima che, tra la riforma Dini sulle pensioni (1995) e il Pacchetto Treu sul lavoro precario (1997), scopriva che, pur avendo studiato, si ritrovava a friggere patatine o rispondere a un call center. O magari anche a lavorare all’università, ma ancora più precaria. Ci dicevano di non chiamarla precarietà ma flessibilità e ci raccontavano la liberazione dal posto fisso, la fine del taylor-fordismo e dal lavoro operaio.

Noi che lo vivevamo lo sapevamo che era una fregatura e non era vero.

Nemmeno la classe operaia degli anni 70 era andata in paradiso. Ma, con le conquiste di quella stagione di lotte, era stata soggetto sociale e politico. In cambio di fatica e alienazione, aveva avuto il posto fisso e i diritti di cui lo Statuto dei Lavoratori era stato l’architrave. Piacesse o meno, alla base c’era un compromesso.

Ma di quel compromesso poi è rimasta soltanto la precarietà e una lunga parabola salariale discendente, che ha una data di inizio: l’abolizione della scala mobile e gli accordi di concertazione sulla politica salariale del 1992 e 1993.

Oggi, 30 anni dopo, stiamo vivendo una altra trasformazione del lavoro, determinata dall’Intelligenza Artificiale.

Di nuovo, la tecnologia non riduce l’orario di lavoro come vorremmo, ma intensifica lo sfruttamento, aumentano i ritmi, si riducono le competenze, i salari e la qualità del lavoro, perché persino chi fa un lavoro creativo diventa un’appendice della macchina che controlla quello che ha già fatto l’AI. Intanto, aumenta lo stress e la sorveglianza, dentro e fuori dall’orario di lavoro.

Di nuovo, come negli anni 90, invece che esserci liberati del sistema organizzativo che ha prodotto il più grande processo di sfruttamento nel 900, stiamo invece andando verso la sua intensificazione, una sorta di iper-taylorismo, persino più alienante, non soltanto nel lavoro operaio e nei servizi, ma persino nel lavoro creativo.

E questa volta, il potere della tecnologia è ancora più feroce, perché l’AI è un sistema di potere in mano a pochissimi padroni al mondo, seduti alla corte di Trump. Pochi multimilionari della Silicon Valley in grado di sorvegliare e manipolare la vita pubblica di interi paesi. Pochi tecnocrati che ieri hanno perso 1000 miliardi in borsa.

Un sistema tecnologico che ci viene raccontato immateriale come una nuvola, leggero come il cloud e che invece è estrattivo e pesante come pochi altri, lungo tutta la sua catena del valore. Dalle miniere alle fabbriche di microchip, fino all’inquinamento dei data center, passando dall’iper-sfruttamento dei data-workers nel sud globale, quelli che per pochi dollari e milioni di click al giorno, addestrano e moderano l’AI.

Un intero processo di estrazione dei dati in cui incredibilmente consentiamo ai padroni dei social e dell’AI di colonizzare ogni aspetto della nostra vita, anche i più intimi, al fine di trarne il loro profitto.  

E comunque mentre da un lato l’AI ci spinge a forza verso un futuro di robot, dall’altro, negli appalti, nei cantieri, nelle periferie industriali, nei campi e nelle baraccopoli della raccolta, si continua a morire sul posto di lavoro come 50 anni fa. Mentre la crisi climatica fa diventare il caldo estremo condizione stessa del lavoro e della vita quotidiana di milioni di persone che non si possono permettere l’aria condizionata e l’ufficio in giacca e cravatta.

È in tutto questo, che noi oggi siamo qui, 30 anni dopo, a aggiornare il programma fondamentale della Cgil. In questi giorni ho sentito tanti interventi che condivido, ma poi stento a ritrovarli nella realtà delle nostre pratiche. Altrettanto i nostri documenti. Possiamo scrivere il più bello dei documenti, ma se è per dirci cosa è cambiato nel mondo, a me non basta. A me serve sapere cosa facciamo noi affinché la nostra classe non sia più subalterna a questi processi. A partire da un po’ di autocritica, anche, perché magari in questi 30 anni qualcosa lo abbiamo sbagliato pure noi. Fosse anche quell’1% di cui parlava Di Vittorio.

Certo, siamo stati sempre sotto attacco. Tutti hanno provato a dividere il mondo del lavoro. Anziani contro giovani, stabili contro precari, italiani contro migranti. Noi siamo un antidoto a questo odio, perché se fai sindacato non puoi non sapere che se i diritti non sono di tutti, sono privilegi. Non puoi non sapere che il problema non è chi è più sfruttato di te, ma chi ti sfrutta. Gli uni sono la nostra classe, gli altri sono i nostri nemici.

Ecco, qui per me sta il punto: oggi più che mai, con i fascisti al Governo, bisogna essere partigiani e partigiane della nostra classe.

Ammettendo anche che non è servito in questi 30 anni, in nome dell’interesse generale, farsi carico di ogni crisi economica e di ogni spread, inseguire la concertazione quando, di grazia, ce la concedevano, accettare la moderazione salariale, non opporsi alla precarietà quando veniva introdotta, subire la legge Fornero e la cancellazione dell’art.18. Siamo stati gli unici a fare sacrifici, mentre in una notte trovavano miliardi per salvare una banca.

Oggi, per me, più che i documenti, serve una Cgil davvero radicale, serve la rivolta sociale, non come slogan mal riuscito di una campagna referendaria, ma come pratica di mobilitazione e conflitto.

E abbiamo una straordinaria occasione, perché discutiamo il nostro programma per il futuro mentre in tutta Europa una nuova generazione si sta finalmente ribellando perché un futuro non lo vede più. E come dargli torto.

Con Trump, da un lato, che pretende il premio Nobel per la pace mentre aggredisce mezzo mondo.

E con l’Europa intera, dall’altro, che dice a questi ragazzi di prepararsi a fare i soldati, che riconverte le fabbriche di automobili in armi, che indebita le generazioni future per la guerra, cioè la cosa più distruttiva e inquinante al mondo, fregandosene della vera emergenza che è la crisi climatica. Una Europa che ovunque militarizza le citta, che risponde alle proteste con la repressione, che vorrebbe l’esercito comune europeo, proprio mentre la destra più nera e razzista prende percentuali a due cifre nelle elezioni tedesche.

Molti hanno paragonato le proteste francesi al maggio del 68. Secondo me c’è una svista. Nel 68 il capitalismo era in crescita. I giovani rivendicavano di essere protagonisti del futuro. E l’esito fu, in fondo, quel compromesso di cui parlavo all’inizio. Ma oggi, le nuove generazioni il futuro non lo vedono proprio, perché il mondo cade a pezzi. Non chiedono un compromesso, anche perché non c’è. Chiedono un futuro che se non cambia il sistema non avranno. E lo stanno facendo anche per noi che non siamo stati in capaci di pretenderlo in questi decenni.

Oggi Parigi dovrebbe essere quella della Comune del 1871, quando di fronte a un mondo che stava morendo, dopo un assedio feroce che aveva affamato la città, quegli uomini e quelle donne si ribellavano dietro le barricate per sovvertire radicalmente quel sistema.

Allora, bene lo sciopero del 20 novembre. È la naturale convergenza tra lavoratori e studenti. Ma si deve essere chiari. E non si può inseguire lo schema della violenza imposto dalla narrazione di Meloni non meno di Macron, né cadere nella trappola giudicarli e essere noi a stabilire chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Dopo quattro anni di genocidio in Palestina, non mi scandalizzo per una vetrina rotta. C’è molta più violenza nei decreti sicurezza di Meloni, nelle classi-ghetto, nel fatto che per le seconde e le terze generazioni la cittadinanza non è un diritto ma un privilegio.  Noi dobbiamo stare in piazza con loro, se serve difenderli.

Dobbiamo tenere insieme i lavoratori e i pensionati che non arrivano a fine mese perché l’inflazione è alle stelle con gli studenti che chiedono risorse per la scuola. Soprattutto dovremmo parlare loro di lotta alla precarietà e salario minimo, questo capisce chi lavora a 6 euro l’ora, non l’IPCA nei tavoli con Cisl e Uil. 

E dovremmo costruire convergenza e alleanza con i movimenti sociali, che sono la parte migliore del paese. La politica, anche quella di centro-sinistra che abbiamo visto ieri qui, non lo sa cambiare questo paese, perché in questi decenni è stata parte del problema. Non è stata una buona idea per me invitarli. Anche perché poichè il nostro dibattito non è andato online, l’unica cosa che si è visto all’esterno di questi due giorni è il dibattito dei leader del campo largo. Ma perché!

Non era meglio invitare i sindacati di Francia. Spagna e gli altri paesi europei? Perché l’altra cosa che dobbiamo fare è costruire legami con i popoli, a partire dalle mobilitazioni dei giovani. Contrapporre alla meschina idea di patria della destra radicale, la solidarietà internazionale e di classe.

Questo per me oggi è il programma fondamentale della Cgil. Scegliere di stare dalla parte di chi manifesta perché reclama un futuro. Contro chi il futuro lo sta devastando.

Perché tornando all’inizio, a 30 anni fa, al 1996, a quando avevo 22 anni, alla mia generazione che scopriva allora cosa era la precarietà, noi in questi anni abbiamo fatto come quell’uomo, in quel film francese. Quello che cade da un grattacielo e a ogni piano dice: jusqu’ici tout va bien. Mentre precipitavamo, per 30 anni, ci siamo detti fin qui tutto bene.

Ora basta, però, perché le nuove generazioni giustamente non vogliono schiantarsi a terra. 

Se poi Bolsonaro scappa con la coda tra le gambe e Trump prende una batosta alle elezioni di mid term. Vuol dire che forse c’è ancora una speranza. E un giorno Netanyahu sarà condannato da un tribunale internazionale e il popolo palestinese vivrà in pace nella propria terra.

Non lo so se accadrà, ma so per certo che noi dobbiamo stare dalla parte giusta della storia, anche se questa lunga notte durasse altri 100 anni. Con tutta la nostra intelligenza, ma anche con radicalità. E soprattutto con rabbia e con amore.

Eliana Como