Vi racconto un fermo preventivo. Il mio

Chi sono i giovani che scendono in piazza in una città come Milano. come vedono il sindacato. la violenza della repressione. la storia, in prima persona, di un ragazzo qualsiasi (un ragazZo qualsiasi)

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Sono stato fermato a Milano Sud il 24 ottobre, molto tempo prima della manifestazione, quando ero a una decina di fermate di metropolitana da lì. Con me altri nove amici. Non mi piace andare da solo, perché ormai può essere pericoloso. Ad oggi, infatti, il diritto di manifestare purtroppo non è tutelato: la risposta della polizia sta diventando particolarmente repressiva e si diffondono sempre più gruppi di matrice fascista, come in Parco Sempione, decisi a interferire e ad attaccare chi sarebbe sceso in piazza.

Quel giorno è stata una manifestazione pacifica di 15mila persone, volevamo unirci al presidio per la Palestina in piazza “Leo”, piazza Leonardo da Vinci. Ma non ci siamo mai arrivati.

A Milano Sud avevamo un appuntamento con altre persone che sarebbero poi venute alla manifestazione. Lì c’erano, visibili, almeno cinque agenti della digos, siamo stati però ingenui a pensare che ci avrebbero lasciati passare dato che non avevamo addosso nulla di “penale”.

Dietro l’angolo c’era una camionetta con una decina di agenti in tenuta antisommossa che ci ha bloccato. Una decina è poi diventata una ventina, la scientifica ci filmava, agenti in borghese della digos continuavano ad arrivare e la polizia locale organizzava il trasporto verso la caserma. Non erano visibilmente ostili solo con noi, ma anche con un passante anziano che ha tentato di dire qualcosa e con chi ha provato a riprenderli con il cellulare. Quando ci hanno fermato, lontani dalla piazza, ho pensato: “ora ci massacrano di botte”, eravamo tranquilli, non ancora nello stato emotivo del movimento di un corteo. 

Un amico aveva un passamontagna, io solo la mascherina FFP2, avevamo anche garze, cerotti, ghiaccio secco, ma nemmeno una forbicina. Il passamontagna è stato sufficiente a considerarci un pericolo per l’ordine pubblico. Dopo una prima identificazione sommaria, tutti in caserma fino alle 21:30. 

No, non ci hanno picchiato. Ero pronto a una storia più negativa sia visto quello che era successo nei giorni precedenti, sia visto quello che sappiamo sugli abusi in divisa. Però siamo stati trattati da criminali incalliti, senza nemmeno farci fare una telefonata. 

Un fermo preventivo, hanno detto, ma poi non ci hanno rilasciato alcun verbale, non si capisce quindi se preventivo o identificativo. Sembrava che non sapessero bene cosa fare, forse aspettavano indicazioni dalla questura, comunque hanno ripetuto l’identificazione in caserma: foto e impronte digitali, ma solo ai maschietti e con modi sempre più bruschi. Quando ho chiesto a chi mi conduceva a fare la foto di mollare il mio braccio, di non toccarmi, mi è stato risposto: «E’ un fermo preventivo, faccio il cazzo che voglio». Sapevamo di non poter far nulla.

Come noi altre 361 persone quel pomeriggio, una “prevenzione” mai vista prima. In Cadorna abbiamo notato che venivano fermate solo persone “non di faccia caucasica”, mentre c’era in giro una quantità enorme di agenti di tutte le forze dell’ordine e militari. Quando passo in piazza Duomo e la vedo presidiata dalla Folgore, mi sembra una scena da dittatura sudamericana. Una repressione mai vista prima da quando ho coscienza politica e con dei metodi così intrisi di violenza.  

Non abbiamo commesso alcun reato, quindi la cosa non dovrebbe avere strascichi dal punto di vista penale se non rimanere immortalati nel database della polizia di stato, ma non sappiamo come si comporteranno in futuro.

Dal punto di vista emotivo, che per come vivo la politica è la stessa cosa, mi sembra un tempo assurdo, distopico. Sapevamo che poteva succedere ma, in quel momento, non rappresentavamo alcun problema per l’ordine pubblico. Loro hanno comunque deciso di bloccare la nostra possibilità di dire la nostra nella manifestazione.

La novità di queste giornate è che non ci sono settori predefiniti a chiamare le piazze, come gli antagonisti o gli ambientalisti negli anni scorsi. Stavolta le piazze sono spontanee e ogni categorizzazione è difficile. Ci sono manifestanti organizzati, che sfilano sotto una bandiera, e “cani sciolti” attirati da quello che gira sui social. Io per primo ho visto su Instagram la chiamata a manifestare ogni sabato e dopo aver visto la repressione violentissima del 18 ottobre, assolutamente non proporzionale al rischio rappresento dai manifestanti, la voglia di scendere in piazza è cresciuta per supportarne le motivazioni, per non lasciare che tutto questo resti senza un senso e per un supporto fisico: la violenza di polizia è più facile quando i manifestanti sono pochi. 

Potrei essere definito di “estrema sinistra” ma non trovo nulla di estremo nelle mie ideologie, specialmente quando vado a manifestare contro il carovita e per un futuro migliore. Frequento i centri sociali ma non in maniera assidua. Vado all’università. Se uno come me passa per il centro di Milano è praticamente solo per l’università. Non lo sento come uno spazio accessibile, così pieno di turisti e con i prezzi alle stelle. La bellezza per me è quando le persone si ritrovano in un luogo tutte insieme, senza per forza avere addosso 5mila euro di vestiti… accanto a certi elementi si perde la bellezza. Le scene del 18, la cosiddetta guerriglia urbana, le abbiamo viste solo perché la protesta è avvenuta in centro, la periferia non interessa granché al governo Meloni.

Il 17 ottobre, di fronte alle prime azioni, ho fatto un respiro di sollievo perché una piazza si era finalmente movimentata. E’ stato bellissimo che succedesse anche il 18, specialmente perché le azioni non hanno mai coinvolto le altre persone ma solo delle cose (le vetrine).

Non mi ha fatto stare meglio, invece, la reazione del governo e della questura di utilizzare la piazza contrastandola e strumentalizzandola per i loro scopi e i loro decreti: questa è una delle cose più autoritarie che potevano fare. Non c’è stato nessun tentativo di comprendere le ragioni di giovani e giovanissimi che denunciano la mancanza di futuro, di possibili lavori che servono solo a sopravvivere, di soldi che vanno alla guerra e guerre che si avvicinano sempre più a casa nostra. Non è però solo colpa del governo Meloni, tutti i governi fino ad ora hanno seguito le logiche di profitto del capitalismo. 

Mi sono chiesto se questa repressione abbia funzionato. 371 fermati, solo il 24, e pochi arresti. Magari la manifestazione quel giorno è stata pacifica anche perché la gente s’è spaventata, non posso saperlo visto che non c’ero, però credo che quella repressione ingiustificata sia anche il momento in cui il governo ha ammesso che non ha altro da dare.

Credo che questo faccia sentire me e chi mi sta vicino, ancora più radicalizzati. Le ingiustizie saranno così frequenti che toccheranno a tutti. Per ora hanno fermato me e sono sereno, sono solo più convinto dell’autoritarismo di questo governo. E come me anche quelli che erano lì. Alla lunga la repressione non funziona.

Lo sciopero di ieri (30 ottobre) è stato bellissimo, la partecipazione giovanile ancora più alta, due cortei si sono fusi in piazzale Loreto (non a caso!) e poi insieme verso la tangenziale, una manifestazione supportata dalle persone ai balconi, un clima di unione tra lavoratori e studenti che dà un po’ di speranza. 

E quello striscione – “Generazione MaranZa” – per molti di noi ha davvero senso, è un meme, con quella Z maiuscola che mescola il termine maranza, ormai usato spudoratamente dalla classe dirigente contro i giovanissimi, e l’intera GenZ che, come si è visto in piazza, è arrabbiata, ma anche capace di grande autoironia. Se maranza vuol dire scendere in piazza, saremo tutti maranza.  Ci sentiamo dentro un’onda che sta attraversando le strade di Albania, Francia, Serbia e dentro questa ci sono predisposizioni alla lotta unita alla festa. Con questo spirito torneremo a scioperare il 20 novembre, giornata chiamata dagli studenti di mezza Europa contro il riarmo e la militarizzazione.

Ci sarà sicuramente una grande partecipazione e penso persino che ci saranno anche altre piazze indette prima di quel giorno.

La CGIL che sarà dovrebbe essere tutta come la sua minoranza: è importante che ogni organizzazione si faccia un giro di autocoscienza di fronte a quello che sta succedendo tra le giovani generazioni. 

Ripenso a Gramsci: non prendere posizione significa essere la barricata stessa.

Mi auguro una piazza unitaria come quella di ieri: questo farà la differenza, una piazza unita e speranzosa.

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