Colmare le distanze, ricomporre i percorsi

Il sindacato e i nuovi movimenti. intervista a Luca Scacchi, docente di psicologia sociale all’università della Valle d’Aosta e componente dell’assemblea generale FLC (Checchino Antonini)

Scarica qui il numero 14|2026 di Nuovo progetto lavoro

Una bella parte di GenZ ha voluto fare irruzione nello spazio pubblico riempiendo le piazze di molte città italiane con modalità di convocazione e pratiche che segnano uno scarto con le mobilitazioni a cui siamo stati abituati. Nel numero scorso c’eravamo “augurati una Francia” e Luca Scacchi, docente di psicologia sociale all’Università della Valle d’Aosta e componente dell’Assemblea Generale FLC, prova a rendere meno inafferrabili le soggettività protagoniste di queste settimane. «Si tratta di un movimento emergente – dice a Nuovo Progetto Lavoro – di giovani e giovanissimi. In qualche modo, era già nella marea dello scorso autunno. Oggi però ritorna in modo improvviso, coagulandosi nelle piazze del 17 ottobre, in particolare in alcune grandi città (Torino, Milano, Brescia e Bologna). Il protagonismo di questa generazione non si limita a questo paese. Quello che avviene in Italia sta avvenendo in Francia, Serbia, Albania, e Spagna, l’abbiamo visto recentemente accadere in Nepal, Bangladesh, Iran, Kenya, Indonesia, Madagascar e Marocco. Questa è una nuova ondata internazionale, in cui le giovani generazioni tornano ad una partecipazione di massa contro povertà, diseguaglianza, guerra ed emergenza climatica. Reagiscono a quello che percepiscono come un furto di futuro, proprio per l’intrecciarsi di queste crisi epocali, e reagiscono collettivamente, con rabbia ma anche attivandosi e mobilitandosi. In questa reazione, che ha comunque diverse facce, dimensioni e composizioni, che ha anche i colori dell’esasperazione e della disperanza, c’è anche l’energia di una presa di parte, uno schierarsi, contro l’attuale ordine sociale e contro ogni propensione autoritaria. Lo abbiamo visto proprio nelle piazze del 17 ottobre, nei cori diffusi e contagiosi del siamo tutti antifascisti, in risposta di quei nuclei che provavano a connotarli nel fronte nazionalista e reazionario. In questo prender parte e schierarsi, oggi come l’anno scorso sulla Palestina, c’è la nuova politicizzazione, lontana dai simboli, dai riti e dai linguaggi della sinistra storica e del classico movimento operaio, ma al contempo fresca e attuale. Una politicizzazione acerba ed essenziale, ma diffusa a livello internazionale, nei movimenti che si ribellano ai regimi autoritari in Asia, a Belgrado, in Francia od in Albania, in Italia fin dal 17 ottobre».

Tra una settimana e l’altra di manifestazioni, sono scesi in piazza settori diversi…

Sì, i movimenti di questa stagione sono molteplici, plurali e compositi. Da desta e da sinistra, vedo già un tentativo di leggerli, prevederli e inquadrarli, da una parte come pura espressione nichilista del disordine (i barbari saccheggiatori), dall’altra come il nuovo soggetto rivoluzionario (il nuovissimo proletariato metropolitano). E parlano di lui, e scrivono di lui, lo psicologo, il sociologo, … il cretino (è una canzone di Manfredi, Dagli appennini alle bande, su movimenti di altre epoche). Ecco, io credo dovremmo prima provare ad ascoltare, guardarli, riconoscerli, confrontarci con le loro espressioni collettive prima di trarre conclusioni su chi sono e cosa vogliono. L’impressione, per il momento, è che sono tante cose e hanno riunito diversi torrenti e correnti. Alle loro spalle non ci sono organizzazioni, soggettività politiche o sociali, tanto meno ci sono menti, regie occulte, promotori internazionali, come abbiamo letto in questi giorni. Lo si è visto proprio nelle modalità di convocazione dei loro cortei, nella successiva giornata di domenica, nella ripresa la settimana successiva. Lo si è visto nella molteplicità di comportamenti, anche nelle tensioni nei cortei sulla gestione di piazza, la testa delle manifestazioni o il percorso da fare. Si è molto sottolineato il retroterra migratorio di molti: vero, sono giovani che oramai compongono strutturalmente le nostre società, hanno frequentato la scuola, vivono nei quartieri e subiscono quotidianamente il peso di stereotipi, pregiudizi, discriminazioni e stigmatizzazioni sociali. Non sono però l’unica cifra di queste mobilitazioni: è evidente una collettività più ampia delle cosiddette periferie. Questo è il risultato di quei processi di trasformazione urbana, crescita delle diseguaglianze, ghettizzazione e marginalizzazione degli ultimi due decenni. Non credo sia un caso che le forme più rabbiose, gli scontri più significativi, abbiano attraversato soprattutto Milano e Bologna: sono due realtà metropolitane che hanno vissuto grandi trasformazioni, con una matrice speculativa, ma soprattutto con una gentrificazione diffusa, la costruzione di grandi centri urbani come spazi di lusso, ambienti vetrine, città dei ricchi che hanno espulso ampie fasce di popolazione. Queste città, tra l’altro, non sono governate dalle Destre, anzi: questi processi e queste diseguaglianze sono state pensate e gestite da giunte progressiste, di centro sinistra o campo largo. Le dinamiche di rivolta in Italia erano sinora rimaste contenute, episodiche, ma sono oramai consolidate in Francia, Gran Bretagna o Spagna. Dopodiché, questo movimento non mi sembra neppure riducibile unicamente a questa dimensione di rivolta, rabbia e periferie, che pure è presente. Nelle piazze i giovani e giovanissimi erano tanti, anche provenienti dai licei, da quartieri più abbienti, da settori diversi, ma che sentivano allo stesso modo la necessità di attivarsi contro la condizione delle scuole, l’indifferenza verso il futuro, le prospettive di riarmo, militarizzazione sociale e guerra. A colpire, è soprattutto la giovanissima età di partecipanti e attivisti. E dall’altra parte, mi viene da dire, a me colpisce anche il relativo silenzio degli universitari in questa fase.

Le piazze di queste settimane sembrano smentire l’individualismo molto spesso rimproverati alle fasce più giovani…

Da trent’anni sento dire che le nuove generazioni sono individualiste e che non hanno più legami sociali né identità collettiva. E da trent’anni vedo in realtà coagularsi e svilupparsi nuove identità collettive, per certi versi radicali nella loro espressione: dal tifo sportivo all’identità di quartiere, dalle gang giovanili al gruppo di amici, dai Pride alle dimensioni collettive dei movimenti. La cifra di questa generazione non mi sembra proprio l’individualismo, semmai proprio il contrario: la ricerca determinata e per certi versi disperata di una riaggregazione, di una continua ricostruzione di relazioni e identità continuamente messe in discussione e disgregate da dinamiche economiche e sociali che si fatica a vedere e prevedere. Quello che invece mi sembra importante è che il movimento che si sta esprimendo in queste settimane non ha una sua dimensione organizzata. Come lo scorso autunno la marea Propal. Non ci sono spazi, momenti, luoghi, strutture diffuse in cui poter sviluppare un ragionamento collettivo. Dove poter articolare diversità, costruire sintesi e quindi sviluppare un percorso. I movimenti di questi anni si esprimono collettivamente però non hanno momenti di democrazia e di rappresentanza. Da una parte non ci sono soggettività organizzate, non ci sono parti di parte, egemonie o direzioni. Mancano persino gli intergruppi. Dall’altra non c’è un’autorganizzazione diffusa, assemblee e coordinamenti, collettivi e comitati: mancano cioè le “istituzioni” di movimento, quella che chiamiamo l’autorganizzazione di movimento. Il rischio allora è che la marea che fluisce si ritiri altrettanto rapidamente, come lo scorso anno. Il rischio che ogni soggetto organizzato, politico o sindacale, si percepisca come unico centro di ricomposizione, perdendo ogni responsabilità di tessere l’unità del movimento, determinando dinamiche settarie che mi sembrano riproporsi e anzi approfondirsi in questi anni.

Le manifestazioni di queste settimane quanto disturbano i piani di un governo che per i più giovani ha in serbo un futuro di militarizzazione, austerità, lavoro precario, disciplinamento degli stili di vita e sempre meno diritti?

Disturbano. Tanto. E non è la prima volta. La prima vera incrinatura alla strategia di questo governo arriva con la sconfitta referendaria di marzo, che ha stravolto quella svolta bonapartista a tappe che sembrava guidare l’iniziativa del governo (la revisione della giustizia, l’autonomia differenziata, il premierato). Lo scorso marzo il protagonismo dei giovani nel voto è stato evidente, probabilmente è stato l’elemento determinante visto il margine di distacco tra i No e i Sì. I giovani hanno voluto bocciare una riforma della giustizia di cui si percepiva la curvatura autoritaria.

Oggi queste piazze infrangono la narrazione di questo governo reazionario, la sua aspirazione plebiscitaria, che ha ereditato la scomposizione del cosiddetto popolo di sinistra e si vive come rappresentante delle classi popolari, oltre che dei ceti intermedi, contro le élite, le banche, i poteri forti, la cosiddetta sinistra liberale delle ZTL. Questo movimento per le sue dimensioni di massa, per la sua composizione sociale, anche per le sue dinamiche di riot, smonta la narrazione su cui finora s’è retta la Destra reazionaria. Per questo la reazione è stata così rabbiosa, molto sopra le righe: l’ennesimo decreto sicurezza contro giovani e minorenni, la quantità impressionante di fermi e di arresti, gli abusi di piazza, l’esibizione dei parà, le accuse sproporzionate a Youssef Siher e Sagia Hammoud (la coppia di Brescia, considerata impropriamente la regia del 17 ottobre). Tutto ciò serve al governo ad alzare la tensione e c’è anche il tentativo di presentarsi ai ceti intermedi, la piccola borghesia, i negozianti, come il partito dell’ordine. Un riflesso gollista o trumpiano di fronte all’instabilità di questa stagione e, soprattutto, il prossimo e decisivo appuntamento elettorale.

Cosa deve fare il sindacato a intercettare soggetti in carne e ossa, linguaggi e immaginari che a volte lo ignorano, altre lo sentono distante. Non sfugge che la scintilla è scoccata a centinaia di km da Piazza del Popolo dove proprio il 17 ottobre eravamo in decine di migliaia a manifestare anche noi contro il governo?

Il modo con cui si sono innescate queste manifestazioni è stato palesemente una presa di distanza e un distinguersi da tutte le organizzazioni. Politiche e sindacali. A loro volta tutte le organizzazioni hanno fatto fatica a notarli e a considerarli. Anche per alcuni tratti ambigui al suo sorgere: le bandiere italiane, ad esempio, i primi appelli estremamente vaghi, quasi incomprensibili. In queste dinamiche c’è stata allora una reciproca presa di distanza. Il problema principale di un sindacato generale dovrebbe essere come colmarla, in termini di ascolto, comprensione e ricomposizione di un movimento di massa contro il governo e contro le politiche autoritarie. Quello che dovremmo discutere e capire è soprattutto come sviluppare solidarietà, costruire un dialogo, trovare spazi di confronto e quindi cercare un cammino comune. Certo, non è facile perché non hai soggetti organizzati, perché c’è una molteplicità del movimento, perché certe pratiche creano fratture e sfuggono ad ogni confronto, anche ad una possibile ricomposizione in una dinamica di generalizzazione del conflitto sociale.  Il problema però è che quando questo movimento si è espresso, la Cgil si è posta su un altro piano. Ha guardato al passato, non al presente o al futuro. Ha pensato agli anni ’70, ma la violenza di oggi contro le cose non ha il profilo ed il progetto programmatico di allora. Quando si esprime rabbia per un furto di futuro, è proprio il sindacato che dovrebbe avere la sensibilità di dialogare, confrontarsi e proteggere queste manifestazioni dalla repressione. Anche per poi discutere, litigare se necessario, ma sentendosi parte di questo campo. Proprio come ha fatto il sindacato francese, non solo CGT, Sud, Force Ouvriere, che hanno garantito lo svolgimento dei cortei studenteschi facendo i cordoni, interponendosi tra loro e la polizia, anche con le pettorine ed i simboli sindacali. La Cgil avrebbe dovuto e dovrebbe oggi giocare proprio questo ruolo: dovrebbe offrire assistenza legale, soprattutto ai minori, mentre è stata assente e distante sia con alcuni comunicati frettolosi nelle prime ore, sia con quell’ambigua manifestazione di Milano. Ed è anche stata la grande assente alle manifestazioni della settimana successiva. La parola d’ordine, più che prendere le distanze dovrebbe essere quella di colmare quelle distanze. Il 20 novembre può essere un passaggio importante, perché la Cgil ha scelto di farlo insieme allo sciopero europeo degli studenti contro il riarmo, la leva e la militarizzazione della società. Però non possiamo pensare di arrivare a quel giorno scavando le distanze.

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