L’ennesimo decreto sicurezza del governo Meloni, stavolta contro i minorenni, altri soldati nelle strade: avanza la militarizzazione della società contro cui scenderemo in sciopero il prossimo 20 novembre con i movimenti studenteschi europei (Checchino Antonini)
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Con l’articolo 100 della prossima legge di bilancio il Consiglio dei ministri proroga fino al 31 marzo 2027 la presenza dei 500 parà mandati a Milano all’indomani del 17 e 18 ottobre. Avrebbero dovuto restare fino al 31 dicembre, invece una delle finanziarie più inconsistenti degli ultimi tempi raddoppierà i 4,7 milioni di euro previsti per foraggiare l’inquietante presenza di militari in strada. E’ un altro tassello di quella militarizzazione della società che denunciamo e contro cui sciopereremo il 20 novembre assieme a molti sindacati e organizzazioni studentesche europee.
La postura cilena di Lince e soldati agli angoli delle piazze è una sorta di record italiano tra i paesi democratici che potrebbe diventare ancora più inquietante nel caso il governo riesca a imprimere alle guarnigioni di “Strade sicure” quella «maggiore dinamicità» (la versione italiana del modello ICE di Trump) che si augura il ministro di polizia Piantedosi stoppato, per ora, dal Presidente Mattarella.
La sicurezza è terreno di propaganda e di competizione elettorale. Il riflesso pavloviano dei governi liberisti è quello di vivere come stati di emergenza le insorgenze sociali. All’indomani delle manifestazioni del 24 ottobre, secondo sabato di mobilitazione, il bilancio è impressionante: nove arresti, 87 denunce, 371 fermi preventivi, di cui 110 minorenni e 69 stranieri. Infine 4.292 identificati nella giornata del 24 ottobre. Nei giorni precedenti la Digos aveva condotto oltre 150 perquisizioni in diciotto città, in larga parte a carico di studenti e studentesse incensurati. A tutto questo vanno aggiunti i provvedimenti conseguenti al 30 ottobre per i pochissimi disordini a margine dello sciopero generale di Usb.
Sono le conseguenze dell’ennesimo ddl sicurezza che il governo ha sfornato all’indomani del 17 ottobre con cui si introduce il nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» (da 2 a 5 anni per chi usa armi improprie o lancia oggetti mettendo a rischio le persone, e da 4 a 12 per chi organizza o promuove, anche online, gruppi destinati a compiere violenze).
La stretta comprende l’estensione del fermo preventivo ai luoghi affollati, applicabile anche ai minorenni dai 16 anni, e dell’arresto in flagranza differita. Per i minori di almeno 14 anni viene introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, mentre i genitori di minorenni responsabili di violenze durante le manifestazioni rischiano multe da 500 a 1.000 euro, raddoppiabili in caso di recidiva. Il questore potrà inoltre vietare ai minori di radunarsi in presenza di comportamenti intimidatori di gruppo. Previste anche nuove aggravanti per i danneggiamenti commessi durante le proteste e la procedibilità d’ufficio per le lesioni lievi alle forze dell’ordine.
Norme che mostrano la stessa ridondanza che caratterizza l’approccio panpenalista del governo: 126 nuovi reati da quando è in carica, e poco importa se puniscono comportamenti che già sono reato: l’art.2048 del codice civile già da 84 anni ritiene i genitori responsabili dei danni cagionati da fatti illeciti commessi dai figli e il nuovo reato di “partecipazione violenta a una manifestazione” riguarda una condotta già punita come “resistenza aggravata” se il lancio avviene contro le FdO, o “danneggiamento aggravato” se si prende di mira beni pubblici e privati, fino a “devastazione e saccheggio” quando si sfascia una vetrina o si attacca un negozio.
Ogni questione sociale diventa così un reato: è il passaggio dallo stato sociale allo stato penale con l’aggiunta dell’amministrativizzazione della sicurezza (zone rosse, daspo urbano, risarcimenti e multe). Lo stesso copione seguito per questa “guerra ai ragazzini” peraltro già annunciata dalle operazioni estive “anti-maranza”, contro i figli di un’infrastruttura paraschiavistica strutturale al nostro sistema economico (logistica, lavori di cura, caporalato, subappalti). Under 18 che, finora, non conoscevano le grammatiche politiche (assemblee, scioperi, cortei) ma che fin dall’infanzia sanno l’ingiustizia, le disuguaglianze e la privazione dei diritti di cittadinanza. La violenza è altrove, come ha dichiarato l’area di Radici del Sindacato, votando no alla “presa di distanza” della maggioranza CGIL. Il futuro appare chiuso da diseguaglianze, guerra, devastazione climatica: questa è violenza. E anche il diritto che blinda le diseguaglianze è violento.
