Il campo sportivo della Fincantieri non è un semplice impianto da riqualificare, né un’area vuota da destinare a qualche progetto urbanistico. E’ patrimonio della classe operaia palermitana (Serafino Biondo, Rsu Fiom Fincantieri Palermo)
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Il campo sportivo della Fincantieri non è un semplice impianto da riqualificare, né un’area vuota da destinare a qualche progetto urbanistico. È un pezzo della storia operaia di Palermo, costruito nel 1946 dalle lavoratrici e dai lavoratori del Cantiere Navale e diventato, nel corso dei decenni, un luogo di sport, socialità e incontro per la comunità del cantiere e per i quartieri circostanti.
Da settembre 2024 il campo è chiuso. Da allora, una parte importante di questa storia è rimasta sospesa: le attività sportive sono state interrotte, le società che utilizzavano la struttura sono state private di uno spazio fondamentale e bambine, bambini, ragazze e ragazzi hanno perso un luogo in cui praticare sport. Nel frattempo, gli annunci di riapertura si sono susseguiti senza tradursi negli interventi necessari.
Per la comunità operaia della Fincantieri, questa vicenda riguarda una questione precisa: chi decide il destino degli spazi costruiti dalla classe operaia? E a chi devono essere restituiti?
Una storia costruita dalle maestranze del cantiere navale di Palermo
Il campo nasce nel 1946, in una città che usciva dalla guerra e nella quale il lavoro industriale rappresentava una componente fondamentale della ricostruzione materiale e sociale. Furono gli operai del Cantiere Navale a realizzarlo, dando vita a uno spazio che andava oltre il perimetro della fabbrica e i tempi della produzione.
Il calcio diventò parte della vita collettiva della comunità operaia. La storica squadra dopolavoristica dei Cantieri Navali, poi legata alla Fincantieri, portò i colori rossoblù sui campi cittadini e sfiorò anche la Serie C alla fine degli anni Settanta. Il campo è stato così, per generazioni, un luogo in cui si sono intrecciati il lavoro, lo sport e il senso di appartenenza a una comunità.
Questa storia non può essere separata dalle donne e dagli uomini che hanno lavorato nel cantiere, dalle loro famiglie e dalle forme di solidarietà costruite fuori dai cancelli della fabbrica. La mensa, il dopolavoro, le attività sportive e le occasioni di incontro hanno rappresentato parti di un’esperienza collettiva nella quale la classe operaia non si limitava a produrre, ma costruiva anche relazioni, cultura e vita sociale.
Ricordare questa storia significa riconoscere che il patrimonio del cantiere non è fatto soltanto di officine, banchine, gru, bacini e navi, fatica e sudore. È fatto anche delle persone che lo hanno costruito e attraversato, delle loro lotte e degli spazi conquistati nel corso del tempo.
La lotta contro la speculazione: il campo non si tocca!
La difesa del campo non comincia con la sua chiusura. È una battaglia che viene da lontano e che ha già visto, le lavoratrici ed i lavoratori del Cantiere Navale, organizzati nella FIOM, contrapporsi a progetti che avrebbero sacrificato gli interessi del lavoro e della collettività alle operazioni speculative.
Negli anni dell’amministrazione comunale guidata da Diego Cammarata, il progetto PRUSST 63, presentato nel 2006 e approvato nel 2013, prevedeva interventi nell’area con un albergo di lusso, un centro commerciale e un grande parcheggio multipiano al posto del campo sportivo. Un progetto che avrebbe potuto sottrarre spazi alla comunità, stravolgendo le storiche borgate marinare attigue, ed interferire con le attività produttive del Cantiere Navale.
La risposta delle lavoratrici e dei lavoratori non fu una semplice presa di posizione formale. La mobilitazione sindacale si tradusse in una settimana di sciopero, iniziative quotidiane e proteste in piazza e davanti al Comune. La FIOM fu in prima linea per impedire che l’area venisse trasformata secondo una logica incompatibile con la funzione industriale del cantiere e con il valore sociale del campo. Anche i commercianti del mercato storico di via Montalbo si opposero al progetto del centro commerciale, riconoscendo il rischio che un intervento di quel tipo avrebbe rappresentato per il tessuto economico e sociale del territorio.
Quella vertenza dimostrò che la difesa del lavoro non può essere ridotta alla tutela dei posti di lavoro dentro la fabbrica. Significa anche difendere gli spazi collettivi, impedire che il territorio venga piegato agli interessi privati e contrastare l’idea che ogni area urbana debba diventare un’occasione di profitto. Il campo è rimasto al suo posto anche grazie a quella mobilitazione. Per questo oggi non è accettabile che venga lasciato chiuso, abbandonato o privato della sua funzione originaria.
Dalle promesse del 2024 alla chiusura: una vertenza ancora aperta
L’8 luglio 2024 la FIOM incontrò l’assessore comunale all’Urbanistica Maurizio Carta per discutere dei progetti relativi alle aree ex Fincantieri di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti. Sul tavolo c’erano l’ex Manifattura Tabacchi, la palazzina dell’ex mensa, l’ex dopolavoro e il campo sportivo di via Calcedonio Giordano.
La posizione sindacale fu chiara: nessun intervento può compromettere l’attività produttiva del cantiere e il campo deve conservare la propria funzione sportiva e sociale. La FIOM richiamò anche la condizione di un quartiere popolare con poche strutture destinate ai giovani, chiedendo che l’impianto fosse valorizzato e continuasse a essere utilizzato dalla comunità. Eppure, da settembre 2024 il campo è chiuso.
Nel luglio 2025 la FIOM denunciò pubblicamente la situazione e chiese al Comune di chiarire le ragioni della chiusura e i tempi per la riapertura. I delegati sindacali di fabbrica della FIOM, insieme alla struttura territoriale, tornarono a rivendicare il rispetto degli impegni assunti e la restituzione dell’impianto al quartiere.
L’11 dicembre 2025, durante un incontro con gli assessori comunali Maurizio Carta e Alessandro Anello e con un rappresentante di Cassa Depositi e Prestiti, arrivò l’annuncio di una possibile riapertura dopo circa un mese di lavori. Nel corso dell’incontro emerse la necessità di affrontare anche il problema dell’inquinamento dell’area, con la presenza di piombo e idrocarburi. Quell’annuncio aveva aperto la possibilità concreta di restituire il campo alle società sportive, ai giovani e alla comunità operaia. Ma gli impegni non si sono tradotti nella riapertura. Nel maggio 2026 la FIOM tornò a segnalare lo stallo della procedura.
Il 14 settembre 2026, dopo ulteriori mesi senza interventi risolutivi, il sindacato denunciò che il campo era ancora chiuso e che la bonifica non era stata eseguita. La responsabilità dell’intervento, inizialmente in capo alla Città metropolitana, era passata al Comune di Palermo. La richiesta al sindaco Roberto Lagalla è quindi inequivocabile: intervenire rapidamente, completare gli interventi necessari e restituire finalmente il campo alla sua funzione.
Non è accettabile che, dopo anni di battaglie per salvaguardare quest’area e dopo precise rassicurazioni istituzionali, tutto resti fermo. Le promesse non sostituiscono i lavori, gli incontri non sostituiscono le decisioni e gli annunci non restituiscono uno spazio a chi ne ha bisogno.
Lo sport come diritto, non come privilegio
Al momento della chiusura, il campo, oltre ad essere a disposizione dei cantierini attraverso il proprio dopolavoro aziendale era utilizzato anche dall’ASD Fincantieri, la scuola calcio che offriva ai bambini la possibilità di praticare sport in questo spazio fuori dalle logiche di profitto che oramai caratterizzano le pratiche sportive. Il campo ha inoltre ospitato le attività e le partite del Palermo Calcio Popolare: due esperienze distinte, accomunate dall’utilizzo di un impianto che svolge una funzione importante per il territorio.
La chiusura ha colpito quindi non soltanto la comunità operaia del cantiere, ma anche le società sportive, le famiglie e i giovani che gravitano intorno a questa struttura. In una città nella quale gli impianti sportivi accessibili non sono sufficienti e le opportunità dipendono spesso dalle condizioni economiche delle famiglie, uno spazio come questo rappresenta una risorsa collettiva. Significa consentire a bambine e bambini di giocare, crescere, incontrarsi e partecipare alla vita di una comunità senza che il costo dello sport diventi una barriera.
È anche in questa prospettiva che va ricordato il dibattito, sviluppato in occasione del decimo anniversario del Palermo Calcio Popolare: una riflessione sul significato del calcio popolare, sull’accesso allo sport e sulla necessità di costruire esperienze collettive capaci di sottrarre il gioco alle sole logiche commerciali. Lo sport non è un lusso e non può essere trattato come un servizio accessorio, da garantire soltanto quando non interferisce con altri interessi. È un diritto e una pratica di socialità, soprattutto nei quartieri popolari, dove gli spazi pubblici possono fare la differenza nella vita quotidiana delle persone. Per questo la riapertura del campo non riguarda soltanto il ripristino di un terreno di gioco. Riguarda la possibilità di restituire al territorio un luogo di incontro, partecipazione e crescita collettiva.
Acquasanta, Arenella, Vergine Maria e via Montalbo: un patrimonio dei quartieri popolari
Il campo ha una funzione che supera i confini dello stabilimento. La sua utenza coinvolge le borgate marinare dell’Acquasanta, l’Arenella, Vergine Maria e il territorio del mercato popolare di via Montalbo. Sono quartieri popolari e comunità a forte presenza operaia che hanno bisogno di spazi sportivi accessibili, luoghi di aggregazione e occasioni concrete di partecipazione per le nuove generazioni. La chiusura priva questi territori di una risorsa che ha una storia lunga e una funzione attuale. Non si tratta di difendere una memoria da conservare soltanto nei racconti del passato: si tratta di mantenere vivo uno spazio che può continuare a essere utilizzato da chi vive, lavora e cresce in questa parte della città. La storia del campo dimostra che un luogo nato dal lavoro può diventare patrimonio di un’intera comunità. Ma dimostra anche che questo patrimonio non si conserva da solo. Occorrono scelte politiche, investimenti e responsabilità pubbliche, non dichiarazioni di principio destinate a rimanere sulla carta. La riapertura deve quindi garantire continuità alla funzione sportiva e sociale dell’impianto, tutelando la possibilità di utilizzarlo da parte delle società sportive, dei giovani, delle famiglie e della comunità operaia.
La memoria operaia è una battaglia presente
Difendere il campo significa tenere insieme la tutela del lavoro industriale, la memoria delle lotte e i bisogni sociali del territorio. Non c’è contraddizione tra difendere la produzione del cantiere e rivendicare spazi pubblici e sportivi per la comunità. Al contrario, entrambe le battaglie si oppongono alla stessa idea di città: quella in cui le esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani e degli abitanti dei quartieri interessati vengono subordinate alla rendita e agli interessi privati.
La storia della vertenza dimostra che la mobilitazione collettiva può fermare progetti sbagliati e strappare impegni alle istituzioni. Ma dimostra anche che nessuna conquista è definitiva se non viene difesa e resa effettiva. Le lavoratrici e i lavoratori non sono stati soltanto la forza che ha costruito materialmente il campo nel 1946. Sono stati anche protagonisti della lotta che ne ha difeso l’esistenza contro la speculazione. Oggi questa responsabilità si traduce nella richiesta di riaprire l’impianto, completare la bonifica e restituirlo alla sua funzione. I cantierini, organizzati nella FIOM, continueranno a rivendicare che il campo non venga abbandonato e che gli impegni assunti dalle istituzioni siano rispettati. La vertenza non può considerarsi conclusa finché l’impianto resta chiuso e la comunità ne è privata.
Il campo della Fincantieri è un patrimonio operaio e popolare. Racconta una storia di lavoro, sport, solidarietà e conflitto sociale. È stato costruito dalle lavoratrici e dai lavoratori, difeso attraverso la mobilitazione e utilizzato da generazioni di persone che hanno trovato lì uno spazio di vita collettiva. Lasciarlo chiuso significa interrompere questa storia e negare una risorsa a chi ne ha bisogno. Riaprirlo significa invece riconoscere che gli spazi costruiti dal lavoro e destinati alla collettività devono continuare a svolgere una funzione pubblica e sociale.
Per questo, chi di dovere, si assuma fino in fondo le proprie responsabilità, realizzi gli interventi necessari e restituisca il campo alle società sportive, alle ragazze e ai ragazzi, alle famiglie, alle operaie e agli operai del cantiere e ai quartieri popolari circostanti. Non si tratta di un favore. Siamo di fronte al rispetto degli impegni e al diritto di una comunità a riappropriarsi di uno spazio che le appartiene per storia e funzione sociale.
Il campo non è un’area da lasciare ferma in attesa di decisioni. È una conquista della comunità operaia e proletaria. E le conquiste si difendono, non si abbandonano.
