Maranza non fa rima con speranza

I dati Istat dicono che la povertà ha un’età precisa: giovane, spesso straniera, quasi sempre in affitto. piazze come quella di Milano non saranno un incidente ma un calendario (Federico Pilati)

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I dati Istat sul 2025 dicono che la povertà in Italia ha un’età precisa: è giovane, spesso straniera, quasi sempre in affitto. La ricchezza, invece, è anziana. Finché la politica racconterà un Paese in progresso a chi vive dalla parte sbagliata di questa frattura, le piazze come quella di Milano non saranno un incidente: saranno un calendario.

I fatti di Milano

Il 17 e 18 ottobre il centro di Milano è stato devastato da ragazzi giovanissimi. Molti minorenni,

in parte italiani e in parte di seconda generazione, nessuna sigla politica alle spalle, arrivati in piazza tramite TikTok. Vetrine sfondate, pensiline spaccate, negozi saccheggiati.

Il corteo da cui tutto era partito un’agenda ce l’aveva: scuola, lavoro, casa. I ragazzi degli scontri no. Gli stessi organizzatori hanno preso le distanze dalle “violenze dei maranza”. Ecco il punto. Chiamarli maranza è comodo, perché trasforma una questione sociale in una questione di ordine pubblico. Ma i numeri che l’Istat ha pubblicato nel report annuale sulla povertà il 15 ottobre, due giorni prima degli scontri, raccontano un’altra storia. E quella storia non ha un lieto fine.

La povertà è giovane

Nel 2025 le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2,1 milioni, l’8% del totale: 5,4 milioni di persone che non riescono a comprare il minimo per una vita dignitosa. L’Istat la definisce una situazione “stabile”. È la parola giusta, ed è proprio questo il problema.

Perché la povertà assoluta scende al crescere dell’età. Riguarda il 12,5% dei minori, oltre 1 milione 136mila bambini e ragazzi. Il 12,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni. L’8,9% degli adulti tra 35 e 64. E solo il 6,1% degli over 65. Nel 2005, primo anno della serie storica, le stesse percentuali erano il 3,9% per i minori, il 3,1% per i giovani adulti, il 4,5% per gli anziani. In vent’anni la povertà dei ragazzi è quasi quadruplicata. Quella degli anziani si è mossa di poco più di un punto e mezzo.

Non è un’oscillazione congiunturale. È uno spostamento strutturale del rischio dalle spalle dei nonni a quelle dei nipoti. Lavorare non basta a uscirne: tra le famiglie con un capofamiglia operaio la povertà assoluta è al 14,3%. Avere figli la aggrava: tra le coppie con tre o più figli quasi una su sei è povera.

E poi c’è la casa, il vero confine tra chi è dentro e chi è fuori. Chi vive in affitto è povero nel 20,9% dei casi, chi vive in una casa di proprietà nel 4,5%. Se in famiglia ci sono minori, tra gli affittuari si sale al 28,7%.

Essere immigrati: il rischio più alto, non l’unico

Qui c’è la seconda faglia, e non è secondaria. La povertà assoluta colpisce il 5,9% delle famiglie di soli italiani, il 26,7% di quelle con almeno uno straniero, il 29,4% di quelle composte solo da stranieri. Per una famiglia di soli stranieri il rischio di essere povera è cinque volte più alto. E tra le famiglie povere con stranieri, tre su quattro vivono in affitto.

Conta anche il peso. Le famiglie con almeno uno straniero sono circa un decimo del totale, ma rappresentano un terzo delle famiglie in povertà assoluta (32,9%). Eppure due famiglie povere su tre restano di soli italiani (67,1%).

La cittadinanza, quindi, non spiega da sola la povertà giovanile, ma ne è il moltiplicatore più potente. È una frattura generazionale e di classe che, su chi non ha la cittadinanza italiana, pesa cinque volte di più.

I ragazzi di piazza Duomo ne sono l’immagine. Italiani e seconde generazioni, fianco a fianco. Non li unisce l’origine, li unisce la posizione: giovani, senza casa propria, senza patrimonio alle spalle, nella città più cara d’Italia per chi cerca casa.

La ricchezza invece è anziana

Se la povertà ringiovanisce, la ricchezza invecchia. La Banca d’Italia lo ha scritto nella sua ultima Relazione annuale: tra il 1991 e il 2022 la quota di patrimonio in mano alle famiglie con capofamiglia over 65 è passata dal 17% al 32%. Quella delle famiglie giovani è crollata dal 13% al 4%.

Non è solo demografia. Le famiglie giovani sono diminuite, certo, ma la loro fetta di ricchezza si

è ridotta molto più in fretta del loro numero. Chi ha comprato casa negli anni Ottanta ha cavalcato inflazione, rendite e mattone. Chi ha vent’anni oggi trova affitti fuori portata, salari

fermi e un ascensore sociale fuori servizio.

Il prossimo grande trasferimento di ricchezza in Italia non passerà dal lavoro, ma dall’eredità. Chi ha un nonno proprietario avrà una rete. Chi non ce l’ha, e i figli di immigrati quasi per definizione non ce l’hanno, partirà da zero in un Paese che non cresce.

La distanza tra conti in banca e realtà

Lo scorso anno la ricchezza netta delle famiglie italiane ha toccato il record di 12.326 miliardi di euro. Tutto vero. Ma è una media, e le medie non abitano le periferie metropolitane. L’8% di famiglie in stato di povertà vuol dire più del doppio del 3,6% del 2005. Abbiamo normalizzato un livello di povertà che vent’anni fa sarebbe stato un’emergenza nazionale. Anche i lievi segnali positivi del 2025 vanno letti fino in fondo. La povertà tra gli stranieri cala, ma il 29,8% degli stranieri resta in povertà assoluta, contro il 7,3% degli italiani. Un miglioramento, sì, ma da un abisso a un precipizio. A chi è in difficoltà non interessa questa minima variazione statisticamente significativa. Interessa sapere se potrà ancora permettersi di affittare una casa in futuro.

E non è un’anomalia italiana. Le piazze di Milano, Torino e Bologna sono nate sull’onda di quelle francesi, dove la protesta degli studenti si è saldata con quella contro il carovita. È l’Europa invecchiata e senza crescita che presenta il conto alla sua generazione più giovane.

Perché la rabbia tornerà

Una rabbia senza bersaglio politico non è una rabbia senza causa. È la rabbia di chi non ha un

interlocutore, perché nessun partito parla davvero a questi giovani. Per questo le piazze come quella di Milano torneranno. Non perché qualcuno le organizzi, ma perché nessuno ha un’alternativa da offrire. Un nuovo decreto sicurezza potrà contenere la prossima domenica pomeriggio. Non potrà contenere il prossimo decennio.

Finché la ricchezza invecchia e la povertà ringiovanisce, finché la casa resta l’unico vero patrimonio popolare italiano, quantomeno nelle città, e lo si eredita invece di guadagnarselo, ogni generazione arriverà in piazza più povera di quella prima. Possiamo continuare a chiamarli maranza. Ma maranza non fa rima con speranza, e non la farà finché non decideremo che il futuro di un Paese si misura sui suoi ragazzi, non sui suoi patrimoni.

Fonti

  • Banca d’Italia, Relazione annuale sul 2025, 29 maggio 2026: cap. 5 “Le famiglie”, riquadro “Demografia, eredità e scelte economiche e finanziarie delle famiglie”
  • Banca d’Italia, Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie italiane: statistiche aggiornate al quarto trimestre del 2025, giugno 2026
  • Istat, Le statistiche dell’Istat sulla povertà – Anno 2025, report del 15 ottobre 2026

Federico Pilati

ricercatore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna

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