No, non prendiamo le distanze.
La violenza è oramai quotidiana in questa società. Nelle povertà delle periferie e nelle emarginazioni dei pregiudizi. In una crisi climatica indotta da questo modo di produzione che oramai travolge tutti/e con eventi estremi. In una competizione economica che diventa sempre più contrapposizione tra paesi e quindi guerra. Nelle barbarie del genocidio di Gaza e nel silenzio del mondo che lascia fare. Nelle diseguaglianze e nelle disperanze di un sistema contro cui i ragazzi e le ragazze si ribellano.
La violenza è nell’escludere e nel tenere ai margini chi non ha altra scelta che ribellarsi. Milano, Torino, Bologna e le altre città, nonostante governi di colore diverso da quello nazionale, in questi anni hanno costruito grattacieli, cercato turisti, moltiplicato i B&B, lucidato vetrine e accompagnato speculazioni, emarginando progressivamente in periferie e suburbi studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate. Chi non ha il reddito sufficiente per tanto luccichio.
A Torino una ricerca internazionale mostra che la speranza di vita cala di tre mesi ad ogni fermata di tram verso la periferia, in modo lineare e continuo. A Milano, Bologna e le altre città, non è diverso. Anche questa è violenza. Pervasiva e continua, cronica e devastante.
Gli scontri in strada e i saccheggi sono usati come alibi di questa violenza, per continuare a riprodurla senza contestazioni. Non possiamo ogni volta dimenticarlo. Meloni pretende la presa di distanza dalle «violenze», dopo anni di decreti su Rave, Caivano e Sicurezza, in cui ha cercato solo la repressione.
Meloni pretende la presa di distanza dalle «violenze», ma ancora non solleva un sopracciglio di fronte ad Israele. Un governo che calpesta quotidianamente i trattati internazionali e tutela criminali come Netanyahu e Al-Masri perde ogni autorevolezza nel pretendere rispetto di norme e regole di convivenza civile che loro per primi ignorano.
Quella delle migliaia di giovani in piazza in questi giorni non è violenza, ma esclusione, marginalità, rabbia e collera, che noi dovremmo ascoltare non giudicare. I cortei di sabato sono anche attivazione e partecipazione, cresciuta per ora isolata, invisibile e poco considerata fino a quando non è arrivata nelle piazze.
Dovremmo provare a stare con loro, non contro di loro. Guardarli, riconoscerli, parlarci. Discutere e litigarci, se serve, ma in quelle piazze. Proteggerli come fanno i professori e i sindacati in Francia.
Non prendere le distanze, solidarizzare con chi li reprime e li arresta, manifestare con partiti e giunte che hanno contribuito a produrre questa condizione sociale.
Eliana Como, Luca Scacchi, Antonella Stasi, Augustin Breda, Simone Grisa, Aljosha Stramazzo, Delia Fratucelli
(Radici del sindacato negli organismi nazionali CGIL)
