Intervista a Eliana Como: “Mi auguro una Francia!”

MA NON LO SENTITE IL VENTO CHE SOFFIA DALLA FRANCIA? L’autunno che verrà: i movimenti sociali, i rischi di una legge di bilancio centrata sul riarmo, il dibattito nel sindacato

di Checchino Antonini (su PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026)

L’autunno è ormai iniziato, Eliana. Ed è iniziato per il quarto anno consecutivo all’insegna della guerra, del riarmo e dell’austerità. Il contesto geopolitico ha evidenti ricadute sull’agibilità democratica e sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Che legge di bilancio dobbiamo aspettarci?

Il problema di fondo è che non ci sono soldi, ma non per il fato, piuttosto per le scelte politiche che sono state fatte: da una parte l’Europa che dice all’Italia di aver superato il 3% del rapporto tra debito e PIL. Una misura del tutto arbitraria che venne fissata proprio per imprimere il carattere neoliberista alle politiche economiche dell’Eurozona e costruire quella che abbiamo definito la “trappola del debito”. Tra l’altro, quel tetto è stato superato di un soffio, Meloni ha provato a scaricare la colpa sull’Istat ma in realtà è il governo che ha sbagliato a fare i suoi conti. Così ora non ci sono risorse non solo per affrontare i nodi strutturali del Paese, ma nemmeno per le classiche mancette elettorali.

Dall’altro lato c’è Trump, quello che la premier voleva proporre per il Nobel della Pace, che invece ci impone di innalzare al 5% del Pil le spese per armamenti.

Ogni misura sbandierata da questo governo è una presa in giro, lo sarà anche la legge di bilancio. Prendi, ad esempio, l’operazione di marketing di Eni che, a fronte di 551 milioni di euro di extraprofitti solo nel primo semestre del 2026, ha deciso di rinunciare a un’ottantina di milioni per il price cap. Il governo l’ha spacciata come una risposta al caro carburante come se dovessimo ringraziare quella multinazionale per farci fare la fila alle pompe per la benzina a 2 euro. Se le risorse non ci sono non basta fingere di chiedere flessibilità all’UE, Fitto è commissario a Bruxelles, i vincoli sull’austerità li hanno condivisi. Piuttosto, le risorse bisogna prenderle dove ci sono, dall’evasione fiscale, dalle rendite milionarie e, appunto, dagli extraprofitti. 

L’eco dei grandi scioperi unitari di settembre/ottobre 2025 sembra ormai riecheggiare solo a Massa dove sono iniziati i processi per i compagni e le compagne denunciate per l’occupazione dei binari in quell’occasione. Stavolta le scintille sono scoccate in Francia e in Spagna, soprattutto, rispettivamente dai licei di periferia, nel primo caso, e dall’indignazione per uno sfratto nel secondo…

Quello di Massa, di cui ci parla in questo numero Enio Minervini, è sicuramente un buon inizio. Quella città è un laboratorio per la repressione ma pure un laboratorio per costruire la lotta ai pacchetti sicurezza. Sono stata a Parigi, due settimane fa, proprio per raccontare l’esperienza italiana della Flottila, dei portuali e degli scioperi dell’autunno scorso. Nel frattempo in Francia montava un meraviglioso movimento studentesco che ancora tiene banco in centinaia di scuole superiori e nelle università. Le piazze che esplodono di vita, il concerto degli studenti di musica in piazza è immagine iconica. La violenza è da una parte solo: la repressione della polizia francese è tra le più feroci. Vedere dei giovanissimi picchiati a sangue per me è vedere la fine dell’Europa, mi provoca lo stesso effetto di quando nel 2019 bruciò Notre Dame.

Dal punto di vista politico, i ragazzi e le ragazze francesi hanno capito che, oltre ai tagli all’istruzione e alla fatiscenza delle scuole, sono le politiche complessive del governo a penalizzarli come Parcoursup, l’algoritmo di Stato che decide chi ha il diritto di andare avanti e chi no, una sorta di ghigliottina burocratica che in realtà è uno spietato strumento di selezione di classe. L’algoritmo premia i licei d’élite e penalizza le banlieue e le periferie, calcolando i destini umani su base geografica e sociale. È anche per questo che è esplosa la rabbia. Rifiutano l’idea che la propria vita e i propri sogni siano condizionati da un algoritmo classista. Valditara, come ci spiega in questo numero Francesco Locantore, si muove nella stessa direzione.  

Le piazze di Francia e Spagna sembrano parlarsi – per questo dedichiamo questo giornale a Maricarmen Abascal – e, soprattutto, ci parlano. Anche qui servirebbe una mobilitazione meno frammentaria contro i fondi speculativi e per il diritto all’abitare. Il Piano Casa, che Meloni ha venduto come un successo del suo governo non soltanto è una misura che arriva tardi e con risorse insufficienti ma si affida tutto all’iniziativa privata e si impernia sulla punizione di chi non ce la fa promettendo più sfratti e più sgomberi. Come al solito si ribalta una questione sociale in un problema di ordine pubblico.

Eppure riguarda oltre 2 milioni di nuclei familiari in difficoltà abitativa, gli studenti che rivendicano il diritto alla casa come parte del diritto all’istruzione, i lavoratori fuori sede (soprattutto da sud a nord), mentre incalza la gentrificazione delle città stritolate da un surreale turismo di massa, non meno “estrattivista” della più inquinante delle filiere produttive.

Noi titoliamo “Paris Calling”, ma come si fa? Proprio in queste pagine diamo conto dei percorsi di alcune mobilitazioni (lo sciopero per il clima, le prime occupazioni di licei, le vertenze territoriali contro i data center, la resistenza in alcune fabbriche) ma è possibile una convergenza e su quale piattaforma?

La convergenza è sempre possibile e necessaria. Oggi credo sia anche urgente. Perché l’autunno è, almeno per ora, l’ultima possibilità che abbiamo per contestare il governo Meloni sul piano sociale. Poi rischia di restare solo il terreno elettorale, da cui, però, francamente non mi aspetto niente, soprattutto sui temi sociali e economici. Sono le mobilitazioni che dovrebbero dettare l’agenda e il programma di una alternativa alla destra radicale: contro la militarizzazione e il riarmo, per la scuola, la sanità, il lavoro, i salari e il caro vita, le pensioni, la transizione digitale e energetica, a monte, contro il genocidio in Palestina e soprattutto per la giustizia climatica, che è il vero imminente pericolo per il pianeta.

Quando in primavera abbiamo vinto il referendum è stato anche per la spinta determinata dalle mobilitazioni dell’autunno con la generazione Gaza. È dalla parte migliore del paese, che deve venire una reale alternativa di cambiamento. La politica, altrimenti, passerà altri mesi a incartarsi in discussioni inutili su primarie, leader, campi larghi.

Per questo, per me è decisivo fare come in Francia. Il percorso c’è, le date pure. Il 16 ottobre lo sciopero sul clima, il 17 la manifestazione a Roma della Via Maestra, il 20 lo sciopero internazionale degli studenti e studentesse, su cui sento che anche la Cgil sta ragionando. Benissimo. Quello che manca, secondo me, è soltanto la convinzione. Forse la rabbia. La voglia, come in Francia, di cambiare il nostro futuro.

Però io sono fiduciosa, in fondo l’anno scorso la Francia eravamo noi. A volte, le lotte sono come la brace. Sembra spenta sotto la cenere, ma se ci soffi sopra, si riaccende.

Intanto la Cgil è impegnata in un percorso che, dalla prossima conferenza di programma, porterà al congresso in primavera…

… Eh sì, anche questo rischia, purtroppo, di frenare invece che di dare slancio. Il 5/6/7 novembre c’è la conferenza di programma. Aggiornare dopo 16 anni il programma fondamentale della Cgil, a fronte dei cambiamenti che in questi anni son avvenuti, sul terreno della politica internazionale, delle trasformazioni tecnologiche e organizzative del lavoro, della crisi climatica è importante, intendiamoci. Il punto è che a me non sembra, fin qui, che la portata della discussione sia all’altezza di questo compito. L’intera Cgil è alle prese con una discussione interna lacerante, sui suoi assetti organizzativi e inoltre, a me pare, sui futuri assetti del gruppo dirigente, cioè su chi farà il prossimo segretario generale.

Io non voglio entrare in questa discussione. Il tema per me è come affrontiamo il futuro che ci aspetta, di fronte ai problemi epocali che ho citato prima. Come proviamo a costruire le condizioni e il clima per “fare come in Francia”. Come, anche, ci prepariamo al fatto che è possibile, oltre che probabile, che le prossime elezioni le rivinca Meloni.

Un secondo mandato della destra radicale, ipoteticamente appoggiato da Vannacci, per me, è un vero pericolo, anche dal punto di vista democratico. Non mi illudo, intendiamoci, che il campo largo rappresenti una alternativa. Anzi, credo che in questo caso il nostro ruolo di critica interna alla Cgil sarà ancora più importante.

La Cgil di questo dovrebbe discutere al Congresso. Come si attrezza a resistere (nel senso più o meno letterale del termine) con un secondo e più cattivo governo Meloni e, al tempo stesso, come pretende coerenza sui temi della guerra, del lavoro e dello stato sociale a un possibile governo di campo largo, verosimilmente non meno liberista, atlantista e antipopolare dei precedenti.

Non vedo però, a oggi, questa capacità di riflessione collettiva nella discussione interna.

Noi decideremo collettivamente come andare avanti, affrontando le difficoltà della fase politica e quelle organizzative. Come dimostra la ripresa delle pubblicazioni di questo giornale oggi, non abbiamo cambiato linea. Andiamo avanti, in modo coerente, nel merito e affrontando collettivamente la discussione.

Quello che è davvero importante e che può fare la differenza, anche nella discussione interna alla Cgil, resta quello che dicevamo prima, cioè cosa avverrà sul piano delle mobilitazioni sociali.

Nel 2011, a ridosso delle primavere arabe, Omar Barghouti scrisse una lettera bellissima sulla speranza che i movimenti sociali possano cambiare il mondo. Si intitolava “Vi auguro un Egitto”. Era un invito a non darsi per vinti e non considerare l’ingiustizia immutabile, perché, a un certo punto della propria vita, può accadere di avere la fortuna di vivere un momento in cui finalmente tutto cambia. Le primavere arabe non sono finite bene, vero. Ma resta valido quell’invito a non perdere la speranza.

Ecco, io oggi mi auguro una Francia…

(Clicca qui per il numero intero di PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026)