Intervista a Serafino Biondo, rsu Fiom di Fincantieri a Palermo.
Il successo delle fermate della produzione negli stabilimenti di Palermo per imporre la cassa integrazione durante le ondate di caldo. Ora quei lavoratori chiedono misure strutturali per non morire di climate change
di Checchino Antonini (su PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026)
Il 16 ottobre proprio mentre esce questo numero di Nuovo Progetto Lavoro sarà stato di nuovo Global strike, lo sciopero globale per il clima chiamato dai Fridays for future che su questo tema coinvolgono milioni di persone dal 2019. La nostra area sarà stata in quelle piazze così come in molte situazioni locali è coinvolta nelle vertenze ambientali e urbanistiche. Tutto ciò mentre ancora non si disperdono gli effetti delle ripetute ondate di calore che hanno investito l’Europa in quella che, in mancanza di risposte concrete, rischia di essere ricordata come l’”estate meno torrida dei prossimi trent’anni”. «E che ha avuto pesantissime ripercussioni anche dentro i posti di lavoro – come ricorda Serafino Biondo, RSU Fiom alla Fincantieri di Palermo, dialogando con questo giornale – quando la fiamma ossidrica aumentava la già torrida temperatura circostante, e si arroventano le lamiere, mentre chi lavora indossa i necessari dispositivi di protezione individuale, magari in ambienti chiusi come quelli di una nave affidati alla ventilazione artificiale. In alcuni ambienti sono stati registrati anche 60°! Tutte e tutti esposti a condizioni proibitive di rischio estremo, continuo».
Se ci siamo abituati con facilità all’iconografia dell’ondata di calore fatta di turisti che si affollano attorno alle fontane e di mappe colorate di rosso, chi lavora sotto la canicola è ancora invisibile. Il clima è una questione di classe e di scelte di politiche industriali. Per questo negli Usa i movimenti hanno iniziato a dare agli uragani e alle ondate di caldo i nomi delle multinazionali del fossile. Heatwave Amoco e Heatwave BP, ad esempio, sono i primi nomi per designare le ondate di calore statunitensi dell’estate americana del 2023.
Qui da noi la parola d’ordine potrebbe essere “sindacalizzare la canicola”. Se non ora, quando?
Biondo, perciò, ricorda la vertenza che alla fine di luglio ha portato al fermo di tre giorni dei cantieri palermitani e alla conquista della cassa integrazione. «E’ una questione che le RSU Fiom di Fincantieri affrontano in maniera più strutturata da almeno 5 anni ha coinciso con la costanza della canicola durante le estati. Al di là di alcune misure previste dalle linee guida Inail (aumento dei punti di distribuzione di acqua, possibilità di posti refrigerati ecc…), la nostra indicazione ai lavoratori è quella di rallentare i ritmi con tutto quello che consegue in termini di scontro con la catena di comando».
Questa modalità che Biondo definisce «consolidata» ha avuto un’ulteriore, brusca, evoluzione durante l’estate appena finita. «A un certo punto i lavoratori esasperati dalle altissime temperature hanno imposto un fermo delle attività che ha coinvolto a macchia d’olio tutto lo stabilimento, le Rsu e gli Rls, fino a costringere Fincantieri a utilizzare l’istituto della Cig che è previsto in queste situazioni ma che azienda s’è sempre ostinata a evitare». Il riflesso condizionato dell’azienda, infatti, era stato quello di scaricare il costo della crisi climatica sui lavoratori stessi e, con l’avallo di altre sigle più accomodanti, aveva proposto di coprire le ore di fermo attraverso l’utilizzo di permessi o recuperi. Un accordo respinto dalla Fiom: «E’ stato un grande risultato, ci siamo imposti affermando che non è possibile stare dietro ai tempi di produzione e di consegna, al profitto ad ogni costo, la salute viene prima del profitto».
Adesso che la cosiddetta emergenza caldo è finita, per i lavoratori e le lavoratrici è il momento di pianificare. Nelle assemblee sindacali è chiaro a tutti/e che non c’è nulla di straordinario, che le ondate di caldo che abbiamo vissuto sono legate alla crisi climatica. «E i diritti non possono dipendere esclusivamente dalla forza di un cantiere o dalla capacità della mobilitazione operaia. Non tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici si trovano nelle stesse condizioni – continua Biondo – la crisi climatica è ormai un dato strutturale e non può essere affrontata con circolari episodiche o soluzioni improvvisate. La parte più difficile, infatti, è stata per i colleghi dei subappalti dove i rapporti di forza sono più sfavorevoli. Abbiamo dovuto girare officina per officina, nave per nave, finché non è arrivato l’ordine di fermo da Fincantieri, ma quando ci sono centinaia di imprese diverse, il passaparola non funziona, devi andare fisicamente».
«E poi servono norme chiare, vincolanti e uniformi, che stabiliscano quando le attività devono essere sospese, garantiscano automaticamente gli ammortizzatori sociali e impediscano che il prezzo degli eventi climatici estremi venga scaricato ancora una volta su chi lavora. Le aziende devono mettere mano al portafogli e organizzare diversamente il ciclo produttivo. E le istituzioni devono fare la loro parte», dice ancora riferendosi alle misure blande messe in campo dalla Regione Sicilia dopo le prime morti sospette di questa estate: il blocco delle attività, pressoché senza controlli, dalle 12 alle 16 in caso sopra i 35° quando quelle temperature spesso si verificano già nelle prime ore del mattino con tassi di umidità dell’80%.
«Da parte nostra stiamo lavorando a una piattaforma specifica per inviarla non solo alla controparte – conclude Serafino Biondo – ma anche agli altri sindacati e alle istituzioni locali perché non c’è consapevolezza della sofferenza e del rischio che si attraversa in quelle condizioni, vorremmo sfruttare le prossime settimane per non arrivare impreparati alla prossima ondata di caldo. La crisi climatica non è più una questione meridionale, a partire dalla nostra esperienza e da altre lotte (per esempio anche all’Electrolux ci sono state fermate per le stesse ragioni) c’è la necessità di mettere in piedi una piattaforma rivendicativa e una campagna nazionale che arrivi anche a degli scioperi sul tema. Si può fare, i lavoratori vivono sulla propria pelle questa crisi climatica, c’è disponibilità a lottare, forse serve più coraggio da parte del sindacato per generalizzare la lotta».
Il Climate global strike sarà dunque un passaggio per la convergenza tra lotte di fabbrica e vertenze metropolitane contro grandi opere e processi di consumo di suolo. La giustizia ambientale è giustizia sociale, oppure non è.
(Clicca qui per il numero intero di PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026)
