Pubblicato su PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026
Electrolux riduce occupazione, produzione e competenze in Italia; la risposta non può limitarsi a gestire le uscite, ma deve vincolare la multinazionale a un progetto industriale verificabile, tutelando anche precari, impiegati e ricerca. E’ tutto qui il nucleo politico del corposo documento approvato a larghissima maggioranza dalle RSU Electrolux Susegana sulla “ritirata strategica della multinazionale svedese e la necessaria risposta del fronte sindacale”.
I/le delegati/e denunciano lo smantellamento silenzioso del polo italiano previsto dal nuovo piano industriale triennale («irricevibile nella sua formulazione attuale») presentato da Electrolux, «una ristrutturazione che, dietro la retorica del consolidamento dell’alto di gamma e della sostenibilità economica, maschera una profonda contrazione della presenza produttiva e di testa nel nostro Paese». A fronte di oltre 610 milioni di euro investiti nel ciclo 2019-2025, il nuovo piano stanzia appena 90 milioni complessivi (ripartiti per il 72% su prodotto e per il 28% su processo), una cifra insufficiente a difendere la leadership tecnologica e a saturare gli impianti. L’organico dovrebbe scendere da oltre 4.100 dipendenti a 2.928, con fino a 1.250 uscite incentivate e l’eliminazione del lavoro a termine.
La contrazione attraversa tutti gli stabilimenti. A Susegana, Porcia e Forlì diminuiscono organici e volumi produttivi; Solaro aumenta le commesse ma riduce comunque il personale; a Cerreto d’Esi la produzione di cappe aspiranti viene giudicata non sostenibile, aprendo una transizione verso la reindustrializzazione. Il piano prevede inoltre circa 600 uscite tra gli impiegati, comprese 313 figure legate a prodotto e ricerca e sviluppo. E’ il ridimensionamento non soltanto della capacità produttiva, ma anche delle competenze ingegneristiche e progettuali costruite in decenni di attività.
Per le RSU di Susegana, la strategia aziendale presenta tre criticità. La prima è l’obiettivo di recuperare il 7% annuo di produttività, considerato irrealistico senza investimenti adeguati e potenzialmente destinato a tradursi in ritmi più intensi, maggiori carichi di lavoro e peggioramento delle condizioni ergonomiche. La seconda è la ritirata dai segmenti di mercato medio e medio-basso, insieme alla concentrazione di produzioni strategiche, come i piani a induzione, in altri Paesi. La terza è il rischio che i tagli siano «una manovra puramente difensiva, finalizzata a “comprare tre anni di tempo”. Si tagliano le teste per abbassare il punto di pareggio finanziario, in attesa che subentrino dazi protezionistici dell’Ue contro i concorrenti asiatici o che maturino le condizioni per ulteriori dismissioni e cessioni di asset».
A preoccupare è anche il “massacro dei colletti bianchi”, ossia lo svuotamento delle funzioni di ricerca, progettazione e supporto. Delle 1.250 uscite complessive, ben 600 riguardano
gli staff (oltre il 48% del totale dei tagli). La riorganizzazione per aree geografiche e l’introduzione dell’intelligenza artificiale potrebbero accompagnare il trasferimento di competenze e centri decisionali fuori dall’Italia. Il risultato sarebbe una perdita di patrimonio industriale difficilmente recuperabile.
La risposta delle RSU è netta: respingere gli esuberi strutturali e l’aumento preventivo della produttività, garantire il ricambio generazionale e la stabilizzazione dei precari, difendere le funzioni di ricerca e sviluppo e subordinare ogni accordo a impegni verificabili sul mantenimento delle produzioni. Per Cerreto d’Esi, la reindustrializzazione dovrebbe avvenire senza interrompere l’attività e senza abbandonare i lavoratori prima della definizione di un progetto industriale vincolante.
La vertenza deve quindi arrivare al MIMIT con una piattaforma nazionale e unitaria. Tra le proposte figurano un accordo ponte 2026-2029 con verifiche annuali, strumenti di solidarietà e riduzione dell’orario di lavoro, vincoli contro il trasferimento delle produzioni e condizionamento degli eventuali sostegni pubblici alla salvaguardia degli stabilimenti e dell’occupazione.
La questione va oltre Electrolux: è in gioco la tenuta della filiera italiana degli elettrodomestici: «La mobilitazione e il mandato assembleare unitario nei luoghi di lavoro rappresentano una leva indispensabile, ma su punti chiari scritti e qualificati, per impedire che questo ennesimo piano industriale segni il punto di non ritorno per la deindustrializzazione del settore bianco in Italia, avvallate da una deferenza sindacale verso l’impresa, portando a una inaccettabile corresponsabilità».
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