La scuola occupa contro la guerra

di Francesco Locantore

Pubblicato su PROGETTO LAVORO, 16 ottobre 2026

Sull’esempio francese, decine di scuole italiane sono occupate dagli studenti che protestano contro le strutture fatiscenti, gli organici inadeguati, le riforme imposte dal ministro Valditara e dal governo Meloni, ma anche contro la guerra e l’aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali.

In questi giorni le famiglie e gli studenti si stanno accorgendo quanto sia preziosa la scuola, ma ascoltano anche le denunce di quegli studenti più consapevoli che denunciano come sia bistrattata l’istruzione pubblica. I giornali si concentrano sui danni alle strutture. Non raccontano però che nella maggior parte dei casi i danni sono provocati non dagli occupanti, ma da squadracce di fascisti e delinquenti che stanno attaccando le scuole occupate, indisturbati dalle forze dell’ordine (a Torino sono stati i carabinieri a fare irruzione in un istituto), mentre gli studenti devono difendere se stessi e le strutture che occupano, mettendo a repentaglio la propria incolumità. La novità, proprio come in Francia, è la solidarietà che tante lavoratrici e lavoratori della scuola stanno manifestando con il movimento studentesco, organizzando ronde per la difesa delle scuole dagli attacchi esterni e partecipando alle assemblee nelle scuole occupate.

Di ragioni per mobilitarsi anche chi lavora nella scuola ne avrebbe tante. Ne citiamo solo tre.

In primo luogo i salari. Questo governo si vanta di aver sottoscritto ben tre rinnovi contrattuali del comparto istruzione, aumentando gli stipendi medi dei docenti di oltre 400€. Ovviamente cercano di incantare l’opinione pubblica sciorinando il valore nominale degli stipendi, che invece hanno continuato a perdere valore reale per le dinamiche inflazionistiche. Solo nel triennio 22/24 i salari del comparto istruzione hanno perso l’11% del loro potere d’acquisto, praticamente come se fosse stata tolta la tredicesima. E con l’ultimo rinnovo (triennio 25/27) stiamo continuando a perdere, visto lo scostamento tra un’inflazione programmata al 2,4% e quella reale comunicata da Istat per il mese di settembre al 4,2%. Se a questo si aggiunge il fiscal drag, cioè l’aumento delle imposte pagate a seguito dell’aumento dei redditi nominali, è ancora più evidente che i contratti sottoscritti sono stati un ulteriore taglio su stipendi che già sono tra i più bassi d’Europa.

In secondo luogo la riforma degli istituti tecnici e professionali, la cosiddetta “filiera”, come l’hanno chiamata con una terminologia aziendalista. Mentre l’ultimo decreto sulla scuola del Governo rinomina gli istituti in “licei”, nella sostanza le scuole tecniche e professionali, frequentate dai figli delle classi sociali più svantaggiate, vengono ancora più squalificate, allargando il divario con gli indirizzi liceali tradizionali. Si punta a tagliare un anno di corso con il 4+2, orientando tali scuole ad un biennio di formazione professionale negli Istituti tecnici superiori (gestiti da fondazioni a capitale misto pubblico e privato), si riducono le ore di lezione negli istituti tecnici, tagliando le materie che insegnano i saperi di base, sia umanistici che scientifici, con una perdita netta di posti di lavoro per gli insegnanti, si sottomette la didattica alle esigenze delle imprese del territorio, fornendo una formazione sempre più specialistica e fragile fin dal primo biennio. Tutto questo mentre Valditara ha emanato le nuove linee guida per l’istruzione primaria e per i licei, che introducono una lettura unilaterale e nazionalista dei saperi umanistici.

Infine, ma non per importanza, il decreto razzista con cui il Governo Meloni ha imposto un tetto agli alunni stranieri nelle classi e il divieto di indossare burqa e niqab per le ragazze musulmane. L’istruzione dovrebbe essere un diritto universale costituzionalmente garantito, senza distinzione tra cittadini e stranieri, tra musulmani e cattolici. La propaganda che ha accompagnato tale provvedimento ha generato sdegno tra chi è abituato a lavorare con classi multietniche e denuncia da anni la carenza di risorse per l’integrazione, la mancanza di insegnanti di italiano L2, le classi sovraffollate in cui è impossibile personalizzare la didattica. Invece di finanziare la scuola pubblica e favorire l’integrazione, la destra al Governo preferisce discriminare gli stranieri costringendoli a cambiare istituto e alimentare l’islamofobia, dietro la minaccia di multe alle famiglie che non si conformano, rischiando di aumentare anche la dispersione scolastica e l’emarginazione.

Gli studenti e le studentesse europee hanno lanciato un appello alla mobilitazione questa estate per uno sciopero studentesco il prossimo 20 novembre, contro la guerra, il riarmo, la reintroduzione della leva militare e per l’aumento delle spese per il welfare, scuola e sanità in testa. Nei prossimi giorni conosceremo il progetto di legge di bilancio del Governo, che però ha già dichiarato di voler aumentare le spese militari, portandole al 5% del PIL come richiede la NATO, anche accedendo a debito ai fondi europei SAFE. L’alternativa tra spese militari e spese sociali è lampante. La mobilitazione degli studenti va saldata con quella di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Occorre che tutti i sindacati proclamino lo sciopero generale il prossimo 20 novembre e si scenda in piazza insieme per rivendicare un mondo senza guerra e armi!

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