Intesa CGIL CISL UIL: Tec ed Ipca invece che salario minimo

A proposito della piattaforma per l’estensione del patto di fabbrica e dell’attuale necessità di una ripresa del conflitto: appunti dell’intervento di Luca Scacchi all’AG CGIL del 24 luglio 2027

Concentro oggi la mia riflessione su due questioni: la piattaforma unitaria insieme a CISL e UIL, con cui stiamo aprendo il confronto con le diverse associazioni datoriali per rinnovare ed estendere il patto di fabbrica; il prossimo autunno ed il percorso di mobilitazione sociale che abbiamo intenzione di sviluppare. Ho tra l’altro l’impressione che le due questioni, in qualche modo, siano collegate.

Io e altri compagni/e di Radici del Sindacato abbiamo votato contro al documento della Segreteria che impostava la ricerca di una piattaforma unitaria con CISL e UIL alla scorsa Assemblea generale del 9 giugno. Allora, infatti, non ci ha convinto l’impianto di ragionamento proposto: questo non ci sembrava il modo e il momento per un accordo quadro su contrattazione e rappresentanza. La nostra impressione era cioè che il punto di caduta di questo percorso rischiava di non essere quello di una nuova stagione di aumento generalizzato dei salari attraverso un recupero di produttività e una redistribuzione di ricchezza, il superamento cioè di quel arretramento degli stipendi che in questi anni è stato registrato da statistiche che ben conosciamo (da quelle ISTAT a quelle della Fondazione Di Vittorio). Al contrario, la nostra impressione è che il contesto, l’assenza di una mobilitazione generale, le posizioni di CISL e UIL avrebbero sostanzialmente determinato proprio una conferma e un rilancio di quell’impianto del patto di fabbrica, di quel sistema di contrattazione, che a nostro giudizio è proprio tra i responsabili dell’attuale blocco salariale in questo paese. La nostra impressione, che abbiamo esplicitato in quell’Assemblea generale, era infatti che per rompere questa stagnazione sarebbe invece necessaria una sostanziale discontinuità, una rottura degli attuali meccanismi che ingabbiano la contrattazione: non ritenevamo utile, quindi, l’estensione di principi, procedure e assetti dell’accordo quadro del 2018 anche ai cosiddetti settori poveri del lavoro, cioè per capirci a quelle realtà ad alto sfruttamento e bassi salari del terziario, del commercio e degli altri CCNL privati. Noi non avevamo questa priorità, perché la nostra impressione è che negli ultimi otto anni neanche in quei settori che applicano il patto di fabbrica si sia riusciti a redistribuire ricchezza ed aumentare i salari reali: certo, in alcuni CCNL abbiamo tenuto il passo dell’inflazione, o meglio non ci siamo troppo discostati da essi, ma questo lo abbiamo fatto anche in contratti di altri settori privati. Il punto è che non sono i contratti nazionali, oggi, a rappresentare un reale impulso per gli stipendi e, anzi, tendono sempre più a perdere autorevolezza salariale rispetto ad altri fattori come gli accordi aziendali, le dazioni unilaterali, i superminimi, il cambiamento di posizione, ecc.

A distanza di un mese questa nostra impressione non solo esce confermata, ma viene rafforzata, da una parte leggendo il documento CGIL CISL UIL e quello recentemente siglato da 14 associazioni datoriali, dall’altra sentendo la relazione di oggi, quindi in qualche modo il punto sulle discussione tra le parti sindacali e le prospettive che si aprono per la trattativa. L’impressione cioè è che la trattativa incominci oggi proprio da una riaffermazione di quegli assetti del patto fabbrica che in questi anni hanno rappresentato vincoli al rilancio degli aumenti: l’Ipca-Nei come indice inflattivo di riferimento, il Trattamento Economico Complessivo, la differenziazione nei meccanismi di recupero dell’inflazione reale, l’assenza di un salario minimo (orario e mensile).

L’accordo tra le 14 associazioni datoriali (tra cui Confindustria, Confcommercio e Confesercenti, Confapi, Confservizi, ANIA per gli assicurativi, Confartigiani, AGCI e CNA, Concooperative e Legacoop), inedito nella sua estensione, non parla solo di rappresentanza. Certo, questo aspetto ne è un elemento portante, lo ha ricordato credo molto bene la relazione, proprio per la necessità di definire su questi aspetti un equilibrio a fronte dei diversi punti di vista e persino delle conflittualità tra le diverse associazioni. Su quel punto le controparti hanno allora bisogno di scrivere nero su bianco i dettagli della loro intesa. Nel contempo, però, quel testo riafferma proprio l’uso del TEC, perché danno per scontato l’assetto di sistema del patto di fabbrica.

Questo assetto è confermato anche dal documento CGIL CISL e UIL, a partire dall’IPCA. Mi si perdoni una battuta sulla relazione, che ne coglie e ne isola un passaggio, sollecitata proprio dalla forma con cui è stato espresso il ragionamento. Il passaggio è quello che si riferisce alla scelta di formalizzare il riferimento all’IPCA-NEI per gli adeguamenti all’inflazione al netto dei beni energetici importanti, perché comunque sul lungo periodo IPCA e IPCA-NEI convergono. Vero. Un noto economista liberale, polemizzando con le teorie neoclassiche, in un suo scritto importante ricordava però che sul lungo periodo…siamo tutti morti. Cioè, John Maynard Keynes sottolineava che se anche fosse vero che nel tempo quantità di moneta e livello generale dei prezzi convergono, come oggi si dice che convergeranno IPCA e IPCA-NEI, il punto fondamentale è che nel periodo di transizione le differenze che si registrano portano comunque a modificare i rapporti sociali e quelli fra le classi, determinando quindi anche conseguenze economiche concrete. Allora, al di là di ogni valutazione simbolica e politica sulla conferma di questo indice del 2009, non cogliere questo problema dei tempi credo sia in qualche modo stonato proprio oggi, nel pieno di una nuova ondata inflattiva determinata dal blocco dello stretto di Hormuz e da un nuovo shock petrolifero. Proprio nel momento in cui si riapre il conflitto nel Golfo, segnando una stagione instabile per un tempo indefinito, rischiamo di affrontare la nuova stagione contrattuale con uno strumento spuntato proprio in relazione all’inflazione da beni energetici.

Un problema c’è anche sul TEC, quando si individua il Trattamento Economico Complessivo come parametro per i contratti di riferimento, per contenere i cosiddetti contratti pirata e anche il cosiddetto dumping contrattuale, cioè la competizione tra CCNL firmati anche da noi. Il TEC, come sappiamo, non comprende solo il TEM (Trattamento Economico Minimo, il tabellare monetario diciamo), ma anche indennità, anzianità, voci salariali complesse e non monetarie come bilateralità, integrativi sanitari e previdenziali, il cosiddetto welfare che comprende in realtà anche benefit e beni che con il welfare c’entrano poco o nulla come i buoni acquisto su Amazon. Ora, io capisco anche il ragionamento che la segreteria ed i compagni in delegazione hanno fatto, definendo il concetto di TEC dettagliato nel documento unitario. Il tentativo, cioè, è quello di considerare anche la componente salariale del TEM, senza esplicitarlo e quindi trovando l’intesa con le altre confederazioni, evitando cioè di smentire apertamente la loro valutazione positiva del cosiddetto decreto del Primo Maggio. Però, esattamente quel punto di mediazione Cgil Cisl e Uil, nel momento in cui introduce comunque il TEC come parametro rischia di precipitare poi nella sua presa come riferimento. In questo modo, il documento di intesa e il percorso di accordo con le controparte rischia così di rilanciare il concetto stesso di Trattamento Economico Complessivo, cioè una stratificazione della struttura salariale che da una parte contribuisce a minare il nucleo fondamentale del salario sociale (il servizio socio-sanitario pubblico e universale), dall’altra tende nel tempo a deprimere il salario reale di lavoratori e lavoratrici riducendo l’impatto degli aumenti sul salario derivato (dal TFR alla pensione).

Certo, nel documento ci sono anche ipotesi importanti. Ad esempio la possibile estensione di alcuni istituti contrattuali nel terziario e nei servizi, tra quei 6/8 milioni di lavoratori e lavoratrici in cui si concentra l’occupazione femminile e migrante, i part time e il precariato, e che registra stipendi lordi annui spesso inferiori ai 15mila euro (come ci ricordano i recenti rapporti del nostro Ufficio economia e della Fondazione Di Vittorio). So quindi che non sarà secondario nella trattativa se si conquisterà l’ultra-attività dei contratti o meccanismi annuali di recupero dell’inflazione reale per questi settori. Però, se le procedure concrete di recupero rimangono diversificate tra i diversi contratti (come sono state in questi anni) e, soprattutto, se non prendiamo tra le mani il problema della quantificazione generale del salario, non solo del suo adeguamento all’inflazione, io credo proprio che non riusciremo ad affrontare il problema del lavoro povero e dei salari più bassi.

Il problema, cioè, è quello del salario minimo. Il contratto della vigilanza privata, ad esempio, non ha visto rinnovi sotto l’inflazione, ma i suoi importi sono stati comunque sotto un minimo salario costituzionale, arrivando persino a determinare un intervento della magistratura e quindi più riaperture delle trattative. Il problema, allora, segnalato anche dalla relazione del Segretario, è quello di fissare un salario minimo orario sul TEM (e non sul TEC), ma anche di arrivare a definire un salario minimo mensile, perché il problema del lavoro povero è determinato anche se non soprattutto dai part-time obbligatori e da stipendi lordi da fame, nel senso letterale del termine.

Allora, se facciamo un quadro dell’accordo CGIL CISL UIL e del documento delle 14 associazioni datoriali, cresce la nostra preoccupazione sul punto di caduta finale. Perché, al di là di possibili punti di avanzamento nell’estensione di alcuni istituti, al di là delle possibili (sebbene complesse) conquiste che si potrebbero realizzare sulla rappresentatività (per esempio, un ritorno a procedure esigibili per lavoratori e lavoratrici nelle elezioni RSU), si rischia di rilanciare la stratificazione salariale del TEC, il tetto di riferimento dell’IPCA-NEI sugli adeguamenti all’inflazione, la diversificazione tra contratti nella loro durata e nelle loro procedure di adeguamento all’inflazione reale, l’assenza di ogni salario minimo orario e mensile. Al contrario, per noi è necessario insistere proprio su questi element , puntando quindi alla rottura degli attuali assetti del patto di fabbrica e non alla loro estensione all’insieme del lavoro privato. Su questi aspetti, crediamo, si gioca infatti oggi la capacità della CGIL di mettere in campo una grande vertenza salariale in questo paese.

E qui arrivo alla seconda questione, la mobilitazione e l’autunno. La relazione introduttiva ha rimarcato come dopo la sconfitta referendaria dello scorso marzo, la Destra abbia rilanciato la sua iniziativa con maggior aggressività. Già altri autorevoli interventi hanno sottolineato che in realtà questa aggressività non è esattamente una novità, ma al contrario è un dato di continuità del governo Meloni. Ma io vorrei provare a ragionare su quale siano i concreti punti di discontinuità dopo quel passaggio. Il risultato referendario, inatteso sino a pochi mesi prima, aveva infatti fatto emergere un’incrinatura nel consenso della Destra e soprattutto aveva aperto una vera e propria crepa nel suo progetto strategico (la catena politica di autonomia differenziata, referendum giustizia e premierato), sollevando aspettative su una prossima svolta nel clima politico e sociale del paese, in grado di portare alla fine del governo Meloni con le prossime elezioni, magari anche onstacolandone l’iniziativa nel frattempo. Dopo il risultato referendario, dopo la manifestazione NoKings del 28 marzo a Roma, il vero punto di discontinuità allora non è stata l’aggressività del governo, ma la mancanza del cambio di clima politico nel paese. Anzi, da allora abbiamo visto una radicalizzazione a destra del dibattito e del senso comune, trainato da Vannacci e dalla sua agenda, a partire dallo sviluppo dello slogan sulla Remigrazione e dall’assenza di una reazione di massa alla strage di Amendolara o l’assassinio di Bakari Sako a Taranto. Così, al di là di leggi elettorali, alleanze nelle urne e possibili esiti di governo, nel prossimo voto quello che si rischia è che la Destra reazionaria conquisti nel suo complesso un consenso maggioritario e in ogni caso maggiore rispetto a quattro anni fa.

Sottolineo questo arretramento nel clima politico e sociale, perché io credo che il mancato sviluppo della vittoria referendaria sia anche una responsabilità CGIL, anzi sia soprattutto una responsabilità CGIL. È mancata cioè la capacità di fare di quel vento un’occasione per gonfiare le vele dell’opposizione sociale, consolidando così un orizzonte di cambiamento nel paese, nella società e nel senso comune. Se è vero che noi siamo l’unica organizzazione di massa rimasta a cercare di dare una rappresentanza generale alle classi subalterne e alle loro prospettive di trasformazione sociale, toccava allora soprattutto a noi cercare di trasformare quell’occasione elettorale in un percorso di iniziativa, partecipazione e mobilitazione in grado di far proseguire e consolidare la pressione sul governo, ma anche e forse soprattutto dare forma, consistenza e slancio a rivendicazioni e convergenze in grado di tessere un blocco sociale alternativo. Invece, dal 28 marzo in poi, noi non abbiamo proseguito un percorso di mobilitazione e attivazione , ci siamo concentrati sull’ipotesi dell’estensione del patto di fabbrica, sulla ricostruzione di un’unità con CISL e UIL, sul tentativo di isolare il governo dal lato del patto dei produttori, non dal lato della mobilitazione di massa. Così, la nostra iniziativa si è al limite focalizzata sulle leggi di iniziativa popolare (sanità e appalti), proposte astratte e complesse su cui si è fatto fatica a costruire coalizioni e comprensione. A partire proprio dalla questione sanità, anche per i limiti che vi abbiamo indicato nel dibattito di gennaio (vedi il mio intervento in AG CGIL o le riflessioni del gruppo di lavoro socio-sanitario di RadicidelSindacato nello SPI). Ce lo dicono le stesse firme che abbiamo raccolto che qualcosa non ha funzionato. Non perché sia complessivamente andata male (sono oltre 200mila ad oggi), ma perché la grande maggioranza di quelle firme è stata raccolta dall’iniziativa militante e meno di 30 mila sono ad oggi arrivate online, a sottolineare l’assenza di connessione con un senso comune, una partecipazione e un’azione sociale diffusa.

Io credo che nel prossimo autunno noi dobbiamo allora tentare di portare in campo la mobilitazione sociale, proprio a partire da salario, salario minimo e precarietà, che incidono sul lavoro e a cui il lavoro guarda, su cui si guarda a noi come sindacato e che oggi non mi sembrano trovare risposta nelle ipotesi di nuovo accordo quadro che si delineano. Rilanciare il conflitto, allora, è il nostro compito come sindacato generale.

Luca Scacchi
AG CGIL Le Radici del Sindacato