CCNL Istruzione e ricerca
RIPRENDERE L’INIZIATIVA: non è tempo di firmare, ma di riconquistare salario e contrastare le deforme.
Lo scorso primo aprile i sindacati nell’Istruzione e ricerca hanno firmato l’ipotesi di contratto 2025-27 (FLC, CISL FSUR, UIL Scuola-RUA, SNALS, GILDA e ANIEF), valido per lavoratori e lavoratrici di scuola, università (personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e CEL), Enti Pubblici di Ricerca (esclusi Assegnisti e Incarichi) e Afam (accademie e conservatori). Nel complesso, 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici: alle ultime elezioni RSU gli aventi diritto al voto erano 1.305.000 nella Scuola, 55.000 nell’Università, 27.000 nella Ricerca e 11.000 nell’Afam.
Questo rinnovo è limitato alla parte economica, con aumenti intorno al 6% sulla parte fissa dello stipendio (tabellare e indennità), distribuito equamente nel triennio: circa un terzo dal 1° gennaio 2025, un terzo dal 1° gennaio 2026 e l’ultimo terzo dal 1° gennaio 2027. Oltre a questo, per i lavoratori e le lavoratrici che ne usufruiscono è stato previsto l’uso del buono pasto anche durante lo smart-working, come per gli altri comparti pubblici dai precedenti rinnovi 2022/25: per loro è un diritto non marginale, tenendo presente che in alcuni casi stiamo parlando di 1-2 giorni alla settimana.
Le restanti parti normative sono rimandate ad una trattativa in sequenza, che inizierà a breve ma i cui tempi sono ad oggi indefiniti. In discussione ci sono anche tematiche rilevanti per lavoratori e lavoratrici: ad esempio, le norme disciplinari per i docenti, il docente stabilmente incentivato e, forse, ipotesi di middle management nella Scuola; gli spazi di autodeterminazione per ricercatori-tecnologi e i nuovi inquadramenti contrattuali nella Ricerca; forse, nuove declinazioni di premialità e performance alla Zangrillo (attuale Ministro della Pubblica Amministrazione e primo firmatario del relativo Ddl), le quali riprendono e radicalizzano quelle di Brunetta, che potrebbero trovare anticipazioni contrattuali nell’Università.
Questa separazione è conseguenza del precedente rinnovo (triennio 2022/24), che è stato chiuso pochi mesi fa (sottoscrizione il 23 dicembre 2025). Per la prima volta i CCNL pubblici, tra cui Istruzione e ricerca, sono stati separati (nel 2009 fu solo il biennio economico). Quei contratti riguardavano il periodo 2022/24, gli anni del grande picco inflattivo con un IPCA(Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) al 16,7% ed un IPCA-NEI (Netto Energetici Importati) al 15,4%. I rinnovi pubblici però hanno previsto aumenti solo del 5,78% del tabellare, 6% compreso l’accessorio. I lavoratori e le lavoratrici hanno strutturalmente perso circa l’11% del salario reale, quasi il 10% rispetto ai valori IPCA NEI che, seppur con tempi e modalità diverse, sono invece stati recuperati da larga parte degli altri contratti collettivi. La CGIL, sia nell’Istruzione e ricerca, sia negli altri comparti (Funzioni centrali, Enti locali e Sanità), sia FLC sia FP, non ha firmato questi rinnovi, sottraendosi da questa distorsione dei salari e continuando a rivendicare un reale riallineamento al costo della vita.
L’ARAN e le altre organizzazioni sindacali firmatarie del precedente rinnovo (CISL FSUR, UIL Scuola-RUA, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno quindi impostato l’attuale trattativa in sequenza, per arrivare ad erogare nuovi aumenti in pochi mesi. Insomma, per lenire delusioni e sofferenze, si è voluto a dare l’impressione di compensare la contrazione dei salari reali con due rinnovi in pochi mesi. In realtà è un gioco delle tre carte, che fa ingigantire gli aumenti ravvicinandoli e cumulandoli, tenendo in secondo piano il fatto che riguardano ben sei anni.
Questo gioco di prestigio prova ad attutire la percezione di un nuovo declassamento degli stipendi di larga parte dell’istruzione e ricerca, come avvenuto con il blocco 2010/15 (per i docenti aggravato dalla cancellazione dello scatto 2013). Quel passaggio, infatti, nella scuola e nell’università non ha visto successive compensazioni, indennità o contrattazioni accessorie: su di loro, infatti, ha continuato a pesare la grande contrazione delle risorse, che ha tagliato i fondi MOF e il FFO. I loro salari non sono solo i più bassi tra i pubblici, rasentando per alcuni la soglia di povertà, ma hanno visto aumentare la distanza da altri comparti: lo stipendio medio in Scuola e Università, nonostante le alte qualificazioni previste, è passato dai 27/28.000 euro del 2005 ai 30/31.000 di oggi (come gli Enti locali), solo 24.000 per il personale ATA, mentre nelle Funzioni centrali è passato dai 30.000 ai 36.000, nella Sanità dai 33.000 ai 39/40.000 euro.
Quest’anno, allora, si registrano due novità. Da una parte, per la prima volta da quasi vent’anni si sottoscrive un rinnovo nei suoi tempi di vigenza, non dopo. [Lo ricordiamo tra parentesi: un contratto dovrebbe esser firmato prima, in modo che lavoratori, lavoratrici e amministrazioni possano operare nella certezza di retribuzione, diritti e norme che regolano i rapporti di lavoro]. Dall’altra parte, per la prima volta una stagione contrattuale pubblica inizia con il rinnovo dell’Istruzione e ricerca, di solito invece l’ultimo, a seguire dopo quelli di Funzioni centrali, Enti locali e Sanità.
Questo CCNL, nonostante i suoi tempi stretti e la focalizzazione degli aumenti sulle parti fisse dello stipendio, presenta però quattro problemi importanti.
- Non si recupera l’inflazione dello scorso triennio. Lo stipendio perso tra 2022 e 2024, come abbiamo visto circa l’11%, non viene riconquistato nemmeno parzialmente e non sono neanche previsti impegni, strumenti o prospettive di recupero futuro. Come fu dopo il 2015, si sottoscrive un rinnovo in relazione all’inflazione prevista nei suoi anni di vigenza, senza riferimenti al passato. Come allora, quindi, questa sottoscrizione diventa la sostanziale certificazione di una deflazione salariale, un arretramento stipendiale strutturale dei nostri settori.
- Non si recupera lo scostamento con gli altri settori pubblici. Il contratto Istruzione e ricerca si muove nel quadro delle risorse previste per l’insieme dei rinnovi pubblici, senza alcuna risorsa aggiuntiva, senza indennità e riallineamenti con gli altri settori, nonostante l’evidente sofferenza del comparto. Anzi, il contratto viene siglato proprio all’inizio di aprile, prima ancora degli aggiornamenti del Piano strutturale di bilancio (PSB) che inquadra la prossima Legge di Bilancio, senza quindi nemmeno portare questa richiesta nella programmazione finanziaria del governo.
- Gli aumenti sono in linea con l’inflazione programmata, non con quella prevedibile con la guerra nel Golfo. L’IPCA 2025, 2026 e 2027, secondo ISTAT, doveva essere al 5,19%, l’IPCA-NEI al 6,02%: gli aumenti sono allora apparentemente in linea con l’inflazione del triennio. Questo allineamento, però, è già passato. Il blocco di Hormuz e la guerra in corso stanno sospingendo l’inflazione sui beni energetici ed i fertilizzanti, quindi sui prossimi beni alimentari. Questo, al netto dei rischi di recessione, porterà ad aumenti generali del costo della vita superiori a quelli previsti, tra l’1% e il 4% nel triennio a seconda degli avvenimenti. I contratti pubblici non hanno però al momento meccanismi o strumenti di recupero degli scostamenti tra inflazione programmata e reale. Questo contratto allora, al di là di ogni Nota sindacale, vuol dire firmare al buio la possibilità di nuove deflazioni salariali in aggiunta a quelle del triennio passato.
- Lo sganciamento tra parte economica e normativa, infine, indebolisce l’insieme dell’azione contrattuale. Un contratto non si definisce semplicemente ai tavoli, nella dialettica tecnica tra delegazioni, ma si basa sui rapporti di forza collettivi nei luoghi di lavoro e, particolarmente nei settori pubblici, sul consenso del governo. Per questo in una trattativa è fondamentale la partecipazione di lavoratori e lavoratrici, a partire dalla definizione delle piattaforme e delle rivendicazioni, e la loro azione collettiva, non solo attraverso gli scioperi, ma le assemblee, gli incontri nazionali delle RSU, l’azione sociale più complessiva. La rottura della trattative in più parti e l’assenza di una campagna pubblica sul contratto, indeboliscono allora le ragioni del lavoro, soprattutto di fronte a temi delicati nei diversi settori.
Per questo, negli organismi dirigenti FLC abbiamo ritenuto inopportuno questo contratto e abbiamo quindi votato contro l’ipotesi di sottoscriverlo. Proprio oggi che le politiche autoritarie del governo hanno incontrato una prima sconfitta (referendum sulla giustizia), proprio oggi che il governo ha più difficoltà a condurre le sue deforme dei sistemi pubblici di istruzione e ricerca (riforma tecnici e professionali; linee guida sui programmi; legge delega su Università, EPR ed AFAM su governance e stato giuridico, ecc), proprio quando si avvia la programmazione della prossima legge di Bilancio, è il tempo di rilanciare le rivendicazioni su risorse, salario, impianto pubblico e democratico dell’Istruzione e della Ricerca.
LE RAGIONI DEL NOSTRO NO AL RINNOVO DEL CCNL Istruzione e ricerca
LA NECESSITA’ DI RIPRENDERE LA MOBILITAZIONE SU SALARIO, RISORSE E IMPIANTO PUBBLICO DELL’ISTRUZIONE E DELLA RICERCA
Le Radici del Sindacato in FLC-CGIL