Subito sciopero per il salario. Basta attese!

A proposito della consultazione, il 7 ottobre e lo sciopero generale.

In questi giorni sta partendo una campagna di assemblee della Cgil in vista della manifestazione del 7 ottobre a Roma e delle successive iniziative. In modo inusuale, si è deciso che, sulla base di una piattaforma rivendicativa molto ampia, i lavoratori e le lavoratrici voteranno con voto autocertificato, segreto o palese, la proposta di mobilitarsi fino ad uno sciopero generale, «se necessario.»

Su questa decisione, nella AG CGIL di luglio ci siamo astenuti, dichiarando già allora di condividere la necessità di arrivare il prima possibile a un vero sciopero generale, ma di essere molto perplessi dal percorso indicato e soprattutto dalla scelta di rinviare questa decisione al voto dei lavoratori e delle lavoratrici, finendo per arrivare lunghi sull’autunno e dilatare i tempi della mobilitazione.

Di fronte al quadro attuale e all’avvio delle assemblee, prendiamo atto delle decisioni assunte dalla Cgil e non ci sottrarremo nel rapporto diretto con i lavoratori e con le lavoratrici sulla necessità di costruire al meglio possibile il percorso di mobilitazione e sciopero contro questo Governo e le sue politiche antipopolari. Parteciperemo e voteremo a favore dello sciopero. Perché nelle assemblee e dalle assemblee deve uscire nel modo più netto, chiaro e forte possibile un messaggio di iniziativa e mobilitazione. Dove possibile e i rapporti di forza lo consentono, proprio per queste ragioni, valuteremo la presentazione di odg per incalzare e radicalizzare la proposta.

In ogni caso, non cambiamo idea sui forti limiti di questo percorso.

In primo luogo, siamo già in ritardo. Abbiamo, cioè, già perso l’occasione di coinvolgere lavoratori e lavoratrici su un percorso di lotta definito, in grado di sviluppare una mobilitazione di massa contro le politiche del governo e l’azione del padronato. Soprattutto, abbiamo perso l’occasione di aprire l’autunno, con un mondo del lavoro in piazza per difendere salari e diritti. A partire dai settori pubblici, visto la mancanza di risorse per i loro contratti nel DEF della scorsa primavera.

Altri indugi rischiano solo di farci perdere credibilità ed efficacia. Affinché non sia mera testimonianza è allora necessario arrivare il prima possibile ad uno sciopero che, anche nei tempi, permetta di sviluppare la mobilitazione, con altre iniziative territoriali e di categoria: perché quello che serve per imporre una svolta è una stagione di lotta e non una semplice giornata di sciopero.

Invece, il fatto che sulla scheda di voto si declini la proposta di sciopero con un ulteriore «se necessario» è l’elemento di maggiore debolezza del percorso. Lo sciopero è urgente, è solo il primo passo e siamo in ritardo. È improbabile pensare di far votare oltre 1 milione di lavoratori e lavoratrici in poche settimane, se la consultazione come sarebbe naturale finisse il 7 ottobre con la manifestazione di Roma. D’altra parte, se proseguisse oltre, quando arriveremmo alla proclamazione dello sciopero? Il rischio è dilatare i tempi e il terzo anno con lo sciopero di dicembre sarebbe una perdita di credibilità che non ci possiamo permettere.

La Cgil lo proclami il prima possibile, anche da soli. Anzi preferibilmente da soli, perché la Cisl ha esplicitato da mesi, con molta chiarezza, di essere uno dei principali alleati di questo Governo. Se la Uil vuole, bene, ci affianchi invece di rallentarci.

A monte, poi, non ci convince il fatto di far votare i lavoratori e le lavoratrici sulla scelta dello sciopero: non perché non sia importante la partecipazione democratica, ma perché rischia di apparire un semplice scarico di responsabilità, come se il gruppo dirigente della Cgil prendesse atto del fatto che non ha l’autorevolezza e la necessaria unità per dichiarare l’apertura di una stagione di conflitto, rilanciando quindi la palla a lavoratori e lavoratrici.

Decidiamo con convinzione un percorso e finalmente portiamolo avanti, fino in fondo, con continuità e non in modo rapsodico come negli ultimi anni. Il rapporto con i lavoratori e le lavoratrici nelle assemblee è necessario per ricostruire i rapporti di forza che servono a questa iniziativa, nelle difficoltà della situazione economica e politica del paese. La condizione è che la traiettoria e la proposta siano chiare.

In secondo luogo, non ci convince nemmeno la piattaforma con cui andiamo a questa consultazione (qui il testo completo). È una piattaforma programmatica generalista, che di fatto sostituisce l’iniziale ipotesi di un corteo focalizzato contro l’autonomia differenziata e che ricapitola un’ampia parte delle proposte della nostra organizzazione: stipendi e salario minimo, fisco, giovani e precarietà, pensioni, stato sociale, politiche industriali, contrasto all’autonomia differenziata e al presidenzialismo. Tante, ma nemmeno tutte: nell’equilibrio complessivo, perché sono così marginali diverse questioni?

Ad esempio, la salute e la sicurezza sul lavoro è a mala pena citata, altrettanto la scuola, l’università e la ricerca. Sulle politiche di genere si fa un rimando generico e francamente incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Rischiamo, come spesso è accaduto in questi anni, che ci mobilitiamo per tutto senza mobilitarci fino in fondo su niente. Sarebbe molto più incisivo decidere una volta per tutte quale è il punto da cui partiamo, per esempio il salario, sul quale ci misuriamo e sul quale diciamo che andiamo avanti fino in fondo.

Certo, ci sono finalmente proposte decisive, come il salario minimo, sul quale è importante pretendere, già a partire dalla assemblea del 12 settembre a Bologna, la necessaria coerenza nelle scelte contrattuali: definiamo allora un modello che individui, pur nella specificità dei settori, degli elementi comuni, a partire dal fatto che mai più singole categorie possano essere lasciate sole e costrette ad accettare CCNL sotto i 9 euro l’ora e, d’altra parte, disdettiamo il Patto di fabbrica e apriamo una stagione di aumenti salariali, in grado di recuperare l’inflazione reale ma anche trent’anni di moderazione salariale.

D’altra parte, ci sono anche alcune cose che non condividiamo nel testo della piattaforma. Prima di tutto il fatto di insistere ancora sulla riduzione del cuneo fiscale e sulla detassazione degli aumenti contrattuali. Queste detassazioni sono regressive (distribuiscono percentualmente più soldi ai salari più alti) e permettono di aumentare i salari a spese dei fondi pubblici, invece che riducendo profitti e rendita. E poi, come si concilia questa proposta con la contestuale difesa dello stato sociale pubblico? Le risorse per queste misure finirebbero, come con i Governi precedenti, per tagliare risorse proprio dai servizi pubblici.

Tutte queste contraddizioni peseranno sul percorso e pensiamo vadano evidenziate nella nostra discussione. Pur consapevoli che l’obiettivo decisivo resta quello di portare il più possibile i lavoratori e le lavoratrici il prima possibile alla mobilitazione e allo sciopero generale, necessario, senza alcun «se»! Uno sciopero che non può essere la conclusione di un percorso, né può essere finalizzato soltanto a ottenere un tavolo con il Governo che oggi ci viene negato, ma considerati gli attuali rapporti di forza politici e sociali, non può che essere il primo passo di un lungo cammino, che attraverso la progressiva ricostruzione di una partecipazione di massa e di una capacità di sviluppare conflitto sociale, sia in grado di modificare le cose.

Le Radici del Sindacato in CGIL