Venerdì 10 aprile 2026 si è tenuta il Coordinamento Nazionale dell’area programmatica congressuale della CGIL “Le Radici del sindacato”, a Milano presso la sala Buozzi della Camera del Lavoro Metropolitana e on line. La riunione ha affrontato sia il complesso contesto politico-sindacale internazionale e nazionale, sia le recenti differenze politiche emerse nel dibattitto e nel voto negli organismi CGIL, sia le prospettive del nostro percorso collettivo nelle due prossime assise della Confederazione. Alla riunione erano complessivamente presenti oltre un centinaio di compagni e compagne, componenti del Coordinamento dirigenti territoriali e delegati/e, a cui come al solito è stato consentito di partecipare.
Dopo la relazione della portavoce, Eliana Como, sono intervenuti altri 28 compagne/i di Roma, Livorno, Genova, Brescia, Padova, Bergamo, Venezia, Milano, Ancona, Napoli, Aosta, Forlì, Taranto, Treviso, Messina, Lodi, Bari e Brianza. Prima della replica è stato messo in votazione il seguente documento conclusivo, approvato a larga maggioranza con 48 voti favorevoli, 2 astenuti e 1 contrario.
Su questa base politica è stato quindi confermato il mandato alla portavoce, che ha tenuto una breve replica in cui ha preannunciato l’organizzazione un seminario nazionale dell’Area ad Ancona, entro l’estate, per approfondire collettivamente il confronto sull’iniziativa contrattuale, sindacale, di movimento e programmatica della CGIL, in vista della prossima Conferenza di programma e del XX congresso CGIL.
Senza lotte non c’è futuro: l’attualità della prospettiva e delle ragioni dell’area programmatica congressuale Le radici del Sindacato in Cgil
L’ultimo congresso della Cgil aveva generato in molti/e la speranza di un cambiamento della linea degli anni passati, verso maggiore democrazia, conflittualità sociale, autonomia dalla politica e un rapporto più stretto con i movimenti. Questo cambio di rotta non è avvenuto. Per questo presentiamo un documento radicalmente alternativo a quello della segreteria nazionale, chiedendovi di sostenerlo.
L’incipit del documento al XIX congresso racchiudeva in poche righe il senso di un percorso. Nella Sintesi precisavamo che con le radici del sindacato ci riferiamo a una maggiore radicalità e al recupero delle tradizioni di lotta del movimento sindacale. (…) Pensiamo che occorra più radicalità, non moderazione. Abbiamo bisogno di una Cgil meno verticistica e meno burocratizzata che dia più potere agli iscritti/e, ai luoghi di lavoro, ai delegati/e che sono molto più vicini ai problemi che ognuno di noi vive quotidianamente. Sono passati quattro anni da allora, molte cose sono cambiate, nel mondo e pure nelle scelte politiche della Cgil, ma questa prospettiva è quella in cui ancora ci riconosciamo.
Fummo messi alla prova già al congresso di Rimini (15-18 marzo 2023), quando per la prima volta nella storia la leader di un partito con la fiamma nel simbolo intervenne come Presidente del Consiglio in carica. Questa scelta avveniva in una stagione di richieste e interlocuzioni: Ascoltate il lavoro era stato lo slogan della ì manifestazione dell’8 ottobre 2022, ad un anno dall’assalto a Corso Italia. Quei trenta che salvarono l’anima alla CGIL, come ci chiamò Marco Revelli, segnalarono con i peluches di Cutro e Bella Ciao che quell’interlocuzione era un grave errore. Allora, proprio quel tentativo della CGIL di reciproco riconoscimento con la Meloni ribadiva il ruolo, il senso e la prospettiva di un’area alternativa.
I successivi tre anni sono andati diversamente, perché il Governo non aveva nessuna intenzione di ascoltare il lavoro e, al contrario, ha progressivamente sviluppato la sua azione reazionaria ed autoritaria. Come era chiaro sin dall’inizio, sin dal decreto Rave a pochi giorni dall’insediamento del governo. Per questo, ha sviluppato un rapporto con la Cisl (con tanto di incarico di governo all’ex segretario Sbarra) e la Confsal, delineando pratiche corporative e identificando la Cgil come suo principale nemico. Questa dinamica ha messo profondamente in discussione l’impostazione che la CGIL aveva deciso al Congresso, fondata sulla prospettiva dell’unità sindacale e della codeterminazione delle transizioni produttive in corso.
Nel frattempo, la guerra in Ucraina ha aperto una nuova stagione di competizione inter-imperialistica, segnata da una crescente contrapposizione tra poli, guerre regionali, riarmo e paure nucleari. Questa stagione è poi precipitata nel baratro del genocidio a Gaza, nel protagonismo neocoloniale USA (Venezuela, Cuba, Groenlandia), nella politica trumpiana atlantica e pacifica (dazi a UE, Canada, India, Giappone, Australia), infine, ora, nella aggressione USA all’Iran. Tutto questo ha sospinto il picco inflattivo 2022-24 (oltre 17%), una generalizzata deflazione salariale, ristrutturazioni e nuova precarizzazione. Il governo Meloni, abbandonando ogni promessa elettorale su pensioni e caro vita, ha quindi agito una politica economica segnata da austerità, sostegno alle imprese, supporto ai ceti professionali (peggioramento della legge Fornero, bonus e tagli fiscali), dispiegando quindi una progressiva svolta autoritaria su sicurezza (minori, occupazioni, manifestazione, migranti, centri in Albania), trasformazione istituzionale (autonomia differenziata, giustizia e premierato), politiche sociali (cancellazione del reddito di cittadinanza, subordinazione sindacale, legge sulla partecipazione e accordi separati nel pubblico).
La reazione della CGIL a questo nuovo scenario è stata in realtà contradditoria.
Da una parte, ha preso atto della rottura dell’unità sindacale, con una CISL sussidiaria e subordinata al Governo, evitando di tornare su una codeterminazione troppo simile alla partecipazione della Cisl. Quindi, ha proclamato scioperi ripetuti contro le leggi di bilancio, prima con la UIL e poi anche senza. Si è fatta centro di una rete dell’opposizione sociale con La via maestra e ha assunto un ruolo nella campagna del NO sul Referendum giustizia 2026. Per la prima volta ha finalmente condiviso la proposta di salario minimo e attivato vertenze salariali per rompere il tetto dell’IPCA, a partire dalle 40 ore di sciopero nei metalmeccanici, rifiutando di firmare contratti che determinano perdite strutturali nei pubblici. Si è messa a servizio delle mobilitazioni contro il genocidio con la conferenza stampa unitaria con Global Sumud Flotilla, USB, CUB e Cobas, promuovendo lo sciopero convergente del 3 ottobre e il corteo del 4 ottobre. Nelle ultime settimane ha partecipato e sostenuto l’iniziativa Together/NoKings del 27 e 28 marzo. Cioè, la CGIL ha provato a far vivere l’opposizione sociale, anche partecipando con percorsi di movimento.
Dall’altra parte, ha portato avanti una stagione contrattuale unitaria (ad eccezione dei pubblici), confermando nei fatti il Patto della Fabbrica (IPCA-NEI, TEM e TEC, sanità integrativa e bonus). Gli scioperi generali sono stati tardivi, spesso scomposti su diversi territori o categorie, occasionali. Il 15 marzo 2025 ha incredibilmente partecipato alla piazza per Europa e riarmo di Repubblica, distinta e distante da quella di Europe for peace. Lo stesso rapporto con il movimento per la Palestina, sfociato nel movimento dell’autunno scorso, è avvenuto in ritardo: due anni prima che un documento Cgil riconoscesse esplicitamente il genocidio (settembre 2025); il gruppo dirigente non ha capito l’importanza dello sciopero del 22 settembre, convocando in contrapposizione la data del 19; anche dopo la positiva convergenza del 3 ottobre, non ha proseguito quella strada, scegliendo di scioperare il 12 dicembre da sola. La stagione referendaria del 2025 ha riportato nel dibattito pubblico lavoro e precarietà, ma era destinata alla sconfitta al di fuori di un percorso e una mobilitazione di massa. Sconfitta a cui non è seguita un’analisi reale e un’autocritica: infatti, oggi, si prosegue su quella strada con le LIP su sanità e appalti (tra l’altro, senza neanche intervenire su aziendalizzazione, privati e fondi integrativi). Intanto, si riavvia un tavolo di confronto per la modifica degli Accordi sulla rappresentanza e del Patto per la Fabbrica con Confindustria, le altre associazioni datoriali, CISL e UIL, senza mettere in discussione il sistema di contenimento salariale dell’IPCA-nei e senza una vertenzialità nelle categorie, che continuano a muoversi nei rinnovi in ordine sparso. In tutto questo, la richiesta di salario minimo è sparita e non si è impostata nessuna vertenza sulle pensioni, vera spina nel fianco della politica sociale di Meloni. Anche ora, dopo l’importante vittoria sul Referendum sulla giustizia che ha sbandato il governo e la sua strategia autoritaria, la guerra in corso e il rischio di nuovo shock energetico su prezzi e produzioni, la CGIL non delinea un’iniziativa e una mobilitazione adeguata alla fase.
In questo contesto complesso e contradditorio si confermano le ragioni della nostra prospettiva, anzi si rafforzano. Proprio ora sarebbe necessario una spallata alla Meloni, una grande stagione di vertenzialità sociale e salariale, costruendo scioperi non testimoniali o identitari. Proprio oggi, allora, serve una svolta verso maggiore democrazia, conflittualità sociale, autonomia dalla politica e un rapporto più stretto con i movimenti, anche proponendo un modello diverso dalle pratiche sindacali di questi anni sui salari, sulle pensioni, sulla sanità pubblica. Proprio oggi, quando settori politici, sociali e sindacali, anche nella CGIL, tornano a guardare alle prospettive dei patti tra produttori, degli accordi sociali e dei compromessi europei, a partire da quelli sui bond continentali e l’integrazione della difesa. In una stagione di guerre, austerità e politiche autoritarie, si confermano cioè le ragioni di un’area programmatica di classe. Non si tratta di votare sempre contro le proposte della segreteria, perché appunto il ruolo della Cgil contro il governo Meloni ha portato cambiamenti che non ignoriamo, ma nemmeno si può pensare di votare sempre a favore di fronte alle titubanze, alle inconcludenze e alle continuità del gruppo dirigente.
Noi pensiamo allora che le ragioni per cui siamo nati siano ancora attuali e con esse vogliamo attraversare la prossima Conferenza di Programma, in una discussione sui modelli sindacali che appare soprattutto funzionale ai futuri assetti dirigenti. Serve un nostro punto di vista nella dialettica dell’organizzazione, ma nel merito e nella coerenza che sempre ci ha contraddistinto nella discussione, nelle vertenze, nel rapporto con i movimenti. Questa stessa dialettica, come il percorso congressuale, si intreccerà con i tempi, i risultati e le conseguenze delle elezioni 2027, che potrebbero determinare un secondo mandato Meloni di dispiegamento autoritario, l’incertezza politica di governi tecnici o di unità nazionale, il ritorno di alleanze democratiche e campi larghi in grado di riattivare prospettive e prassi concertative.
Proprio le attuali contraddizioni nell’azione CGIL, la dialettica nell’organizzazione, l’incertezza sugli scenari rendono allora importante tenere la barra dritta nell’elaborazione, nelle prassi e nell’azione della nostra area programmatica, con un punto di vista fondato su le radici del sindacato. Il confronto sul programma fondamentale riporterà infatti al centro della discussione l’impostazione della CGIL come sindacato generale, il suo rapporto con l’insieme di lavoratori e lavoratrici, le sue prospettive di trasformazione sociale, il ruolo del conflitto, l’uso dello sciopero e delle casse di resistenza, il rapporto coni movimenti sociali contro la guerra, per la giustizia sociale, contro il patriarcato, il ruolo dell’Europa e anche il pluralismo dell’organizzazione e le sue forme di espressione. Questo confronto definirà il quadro politico del XX congresso, i suoi tempi e quindi le sue regole.
In questi anni abbiamo contribuito con le nostre modestissime forze allo sviluppo dell’opposizione sociale e a questa parziale svolta CGIL, giocando in diverse occasioni un ruolo a suo modo importante e anche, in qualche modo, riconosciuto. Lo abbiamo visto nella già citata opposizione a Meloni al XIX congresso; nella progressiva affermazione della contrarietà all’autonomia differenziata nella CGIL; nel coinvolgimento CGIL nella valorizzazione di Casa impastato e della sua memoria; nella rivendicazione di salute e sicurezza, a partire dal sostegno alla famiglia Battistetti; nella critica alla gestione affaristica delle città, a partire dal modello Milano; nella partecipazione ai movimenti precari nell’università; nello sciopero dei portuali a Livorno; nella costruzione di una piazza alternativa al 15 marzo; nello sviluppo di reti di movimento e processi di convergenza (da Gkn, NUDM, StopRearm, FFF, NOAD, No Ponte, sino ai NoKings).
Siamo anche consapevoli dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni. Questi anni hanno visto un’evidente logoramento dell’autonomia e della capacità di fare rete di delegati e delegate nei posti di lavoro, rendendo sostanzialmente più complessa l’azione e l’impatto delle sinistre sindacali. Abbiamo faticato a mettere insieme e coordinare pratiche, punti di vista e prospettive nei diversi settori del lavoro, nelle diverse categorie, nei diversi territori. L’assemblea nazionale di Livorno dell’estate del 2024 aveva già evidenziato queste difficoltà e forse anche prospettive differenti al nostro interno. Da allora, l’Esecutivo è sempre più stato incapace di fare collettivamente sintesi, portando così negli ultimi mesi a ripetere voti e posizionamenti diversi in Assemblea generale CGIL.
Il pluralismo è proprio di ogni sinistra sindacale. Comportamenti di voto, punti di vista e prospettive diverse rappresentano inevitabili articolazioni di un’area sindacale che si ritrova a condividere un percorso comune. Il punto è se oggi si confermano ancora le ragioni di questo percorso.
Il cammino tracciato da Le radici del sindacato, proprio nelle complesse e contradditorie dinamiche di questi anni, è per noi attuale, proprio a partire dall’impostazione politica e organizzativa con cui abbiamo collettivamente fondato l’area all’assemblea a Milano del 27 aprile 2023. È legittimo ritenere che la Cgil sia cambiata e decidere di sostenere sempre e in tutto le scelte della maggioranza, ma si deve allora prendere atto che non si condivide più l’esperienza che ci ha fatto nascere. Non si può chiedere a compagni e compagne che ancora si riconoscono nelle Radici del sindacato di fare sintesi con chi ha deciso che quelle ragioni non sono più attuali. Per questo oggi serve una presa d’atto e un punto di ripartenza, che coinvolga tutti e tutte nella responsabilità collettiva di costruire l’area, sulla base delle scelte politiche e organizzative condivise il 27 aprile 2023 a Milano quando siamo nati e che oggi richiamiamo e confermiamo come punto di ripartenza della nostra iniziativa.
Milano, 10 aprile 2026
