Eliana Como. Senza lotte non c’è futuro: il nostro rilancio

Relazione introduttiva al coordinamento nazionale di Radici del sindacato, 10 aprile 2026, Milano.

Come abbiamo detto fin dall’inizio, la convocazione di questo coordinamento ha una ragione politica.
Il nostro percorso come Radici del sindacato ha due momenti fondativi:

  • L’assemblea nazionale a Livorno il 29 giugno 2022, quando abbiamo lanciato il documento congressuale.
  • E l’assemblea del 27 aprile 2023 a Milano, quando, finito il Congresso, abbiamo fondato l’area congressuale.

Da allora, si sono esplicitate posizioni diverse tra di noi sulla fase politica e sul nostro ruolo, rese esplicite anche dalle diverse espressioni di voto nella AG della Cgil, da un anno a questa parte, fino all’ultima di meno di 2 settimane fa. Per questo, oggi, è necessario fare il punto politico su quello che è stato il nostro percorso in questi 3 anni e se ci sono ancora le ragioni per andare avanti.

C’è una distanza politica evidente tra la dichiarazione di voto di astensione che ho fatto anche a nome di Antonella e Luca, gli unici che la hanno condivisa, che avete credo tutte e tutti letto e la nota che qualche giorno dopo Adriano ha inviato per argomentare il suo voto a favore. Non è semplicemente un modo diverso di articolare un pensiero o una posizione, ma una elaborazione totalmente diversa sul nostro ruolo, sulla nostra posizione e sulla nostra strategia. Per questo, la condizione per andare avanti è la condivisione della linea politica su cui siamo nati, le ragioni che ci hanno convinto a stare insieme, prima come documento congressuale a Livorno nel 2022, poi come area, qui a Milano, nel 2023.

Il mondo è cambiato, certo. E anche noi. Ma se quelle ragioni – se quelle RADICI – non sono più condivise tra noi io non sarei in condizione di essere la portavoce di questo progetto politico. Semplicemente perché il progetto non c’è più. Per questo oggi, come abbiamo anticipato, chiediamo di riconfermare quel progetto politico e io rimetto il mio mandato a questa condizione politica.

Ritengo questo passaggio decisivo, prima di affrontare la Conferenza di Programma. Ho anche detto e ribadisco che non mi sarei sottratta a un giudizio sul mio operato. Anzi, come chi mi conosce meglio sa, da tempo auspico un rinnovamento. Ma questo non può essere l’argomento per distogliere dalle scelte politiche che ci uniscono. È legittimo che si cambi idea sul nostro ruolo come area. Non è legittimo che si usi me come capro espiatorio per giustificare un diverso posizionamento politico. Tanto meno è legittimo che si metta in stallo l’intera area per questo. Il logoramento – personale o collettivo – non può essere una strategia. È necessario dirsi con chiarezza che cosa si vuole fare.

Per questo, oggi, proponiamo di confermare quelle ragioni politiche, anche con il voto se sarà necessario. Mi dispiace per chi ha scelto di non esserci, ma per me, anche personalmente, è la condizione per andare avanti. Veniamo al punto.

L’incipit del nostro documento congressuale era chiaro. Scrivevamo: L’ultimo congresso della Cgil aveva generato in molti/e la speranza di un cambiamento della linea degli anni passati, verso maggiore democrazia, conflittualità sociale, autonomia dalla politica e un rapporto più stretto con i movimenti. Questo cambio di rotta non è avvenuto. Per questo presentiamo un documento radicalmente alternativo a quello della segreteria nazionale, chiedendovi di sostenerlo.

Sono passati 4 anni da allora, ma quelle ragioni sono ancora valide, anzi di più. E rivendico l’intero percorso che ci ha portato qui. A partire dal Congresso a Rimini. La linea politica della Cgil su Meloni, con l’invito al congresso, fu imbarazzante. Al Congresso, fummo davvero, come scrisse Revelli, “i 30 che salvarono l’anima alla Cgil”. Mai come allora siamo stati capiti da tante e tanti, ben oltre noi, all’interno della Cgil. D’altra parte, prima di allora, l’8 ottobre 2022, la prima manifestazione a Roma di cui la Cgil fu promotrice, appena eletto il governo, aveva un messaggio altrettanto inequivocabile e che, altrettanto, non rispecchiava lo stato d’animo collettivo di quel popolo che era in piazza: “Ascoltate il Lavoro”. Così si chiamava quella manifestazione. Si chiedeva a Meloni di ascoltarci. Poi, con quello stesso intento, venne invitata la nostro Congresso: la ricerca di una interlocuzione possibile. Una interlocuzione che, lo rivendico, per noi era a monte impossibile. Non perché non pensiamo che anche le politiche sociali antipopolari fossero una esclusiva della destra. Abbiamo sempre denunciato le politiche del PD o dei governi tecnici. Ma era chiaro che il governo Meloni, alleato a Salvini, con La Russa presidente del senato, la fiamma tricolore sul simbolo, i deliri sulla sostituzione etnica, sugli sbarchi zero, su dio patria e famiglia… era chiaro che questo governo avrebbe segnato un cambio di passo sulla svolta autoritaria e repressiva nel paese. 

Sono seguiti i DDL sicurezza, l’introduzione di decine di nuovi reati e l’inasprimento delle pene, principalmente contro i migranti, chi occupa casa, chi si batte per il clima, chi protesta. Fino alla perquisizione preventiva a Ilaria Salis la notte prima della manifestazione del 28 marzo.  Ancora, ci sono stati i centri in Albania, il torturatore dei lager libici riaccompagnato a casa con il volo di stato, oltre 20 condoni agli evasori fiscali, il tentativo sistematico di riscrivere la storia del paese. Ora l’emergere sempre più inquietante e tangibile di rapporti con la malavita organizzata. Di fondo, la totale sottomissione da un lato, alla politica di riarmo dell’EU, dall’altro alla politica di aggressione internazionale di Trump. Ancora più grave, la complicità con il genocidio in Palestina e con Netanyahu, al quale il nostro governo ha continuato a dare appoggio e a vendere armi, fino alla vergognosa e incostituzionale partecipazione al Board of Peace.

Tutto questo è accaduto in 3 anni, ma il 17 marzo 2023, quando Meloni saliva sul palco del nostro Congresso di Rimini, mentre noi uscivamo tra peluches e Bella Ciao era già chiaro. Il 26 febbraio, meno di un mese prima, c’era stata la strage di Cutro, in cui morirono 94 persone, tra cui 34 bambini e bambine, in circostanze ancora da accertare sui ritardi fatali nei soccorsi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. Per questo, rivendichiamo quel momento, perché noi e i nostri peluches avevamo capito già allora quale era il quadro. Peraltro non ci voleva tanto.

Avevamo capito, cioè, che il punto non era chiedere al governo di ascoltarci. Ma dire piuttosto con chiarezza che noi, anche da soli, saremmo stati il loro peggior incubo e li avremmo incalzati su tutte le promesse elettorali che erano destinati a disattendere, a partire dalle pensioni, la madre di tutte le promesse, quella su cui avevano preso voti a mano bassa anche da tanti lavoratori e lavoratrici, fino poi persino a riuscire nel capolavoro di peggiorare la legge Fornero che avevano promesso di abrogare, portando dal prossimo anno l’età pensionabile oltre i 43 anni e oltre i 67. Come poteva ascoltare il lavoro il Governo degli evasori fiscali che aveva già cancellato il reddito di cittadinanza. E infatti il governo non ci ha ascoltato.

Il quadro a quel punto è cambiato. La Cgil ha rotto con la Cisl.i Ogni anno, la Cgil ha convocato sciopero generale contro la Legge di Bilancio. È stata il centro nevralgico della Via Maestra. Ha animato i referendum contro la precarietà del 2025 e poi quello sulla Giustizia. È stata la Cgil a evocare la rivolta sociale. Per la prima volta, Landini ha rivendicato il salario minimo. La Cgil è stata in piazza con i centri sociali contro i DDL sicurezza. I metalmeccanici e le metalmeccaniche hanno occupato la tangenziale di Bologna dopo 40 ore di sciopero per il contratto. Siamo arrivati ai contratti separati nei settori pubblici. La Cgil ha partecipato e costruito lo sciopero del 3 ottobre 2025 con i sindacati di base contro il genocidio a Gaza e poi il corteo del 4 ottobre, quando a Roma non ci si muoveva più per quanti eravamo. E ancora, sabato scorso, la Cgil era in piazza il 28 marzo contro i re e le regine.

In tutto questo, con Landini attaccato un giorno sì e l’altro pure dalla stampa di destra, abbiamo scelto da che parte stare. Che argomenti usare, quali toni, quali modalità. Abbiamo guardato il merito delle scelte, votato sì quando è stato giusto farlo (per esempio, sullo sciopero del 3 ottobre, piuttosto che sugli scioperi dei metalmeccanici in Fiom). E rivendico personalmente di non essermi fatta strumentalizzare da nessuno come l’anti-Landini. I toni che abbiamo usato, all’interno come all’esterno, sono frutto di questa scelta.

Significa quindi che va tutto bene e che non c’è più ragione di difendere il nostro spazio politico, che serve un nostro riposizionamento, che altrimenti finiamo per essere grilli parlanti? NO, mille volte NO. Perché la Cgil della rivolta sociale non c’è mai stata. Gli scioperi contro la Legge di Bilancio erano a Natale, con poca convinzione e nessuna continuità. Contratti separati nel settore pubblico, ottimo, ma senza una reale dinamica di conflittualità. 40 ore di sciopero dei metalmeccanici, benissimo, ma poi un contratto nazionale dentro i vincoli del Patto per la Fabbrica, su cui oggi la Cgil è seduta al tavolo con Cisl e Uil e non per cancellare l’IPCA nei, che è la vera causa dell’arretramento salariale, anche nei contratti più forti. Il salario minimo è stato dimenticato e archiviato un minuto dopo, mentre si firmavano ancora contratti nazionali come quello della vigilanza privata.

Poi i referendum sul lavoro, che hanno sollevato positivamente una parte vitale del paese, ma comunque destinati a fallire e rimanere – come gli scioperi di dicembre –senza continuità. In AG non abbiamo avuto nemmeno il tempo di articolare le ragioni della sconfitta, figuriamoci se quello di elaborare un piano B. E ancora, la partecipazione alla manifestazione di Repubblica per il riarmo europeo, il 15 marzo 2025. Ve lo ricordate? Anche in quel caso, come la Congresso, la nostra opposizione a quella scelta raccolse un vastissimo consenso. Forse anche allora salvammo l’anima alla Cgil. E pure le manifestazioni per Gaza. Benissimo, ma ci sono voluti due anni perché in un documento della Cgil si potesse usare la parola genocidio.

E anche ora. Bella la vittoria al referendum sulla giustizia, ci serviva e ne siamo orgogliosi. La Cgil incassa e rilancia. Su cosa? Sulla mobilitazione, sullo sciopero, fosse altro che per arrivare in autunno di slancio e non con il solito sciopero rituale di Natale? No, rilancia sulla LIP e sui banchetti di firme. Su una legge sulla sanità che poteva avere un solo senso: affermare senza se e senza ma la ripubblicizzazione della sanità, la messa in discussione radicale dell’AD, dell’intra-moenia e della sanità integrativa. No nemmeno questo. Oggi, più che mai servirebbe la rivolta sociale, anche sullo slancio emotivo che il referendum ha prodotto e soprattutto per il quadro politico che ha determinato, con il nervosismo del Governo, l’imbarazzo sui rapporti con il clan senese, ma soprattutto la sua debolezza in vista della prossima legge di Bilancio. Che il vero problema che a Meloni, perché o si ribella all’Europa (e sfora il 3%) o si ribella a Trump (e rinnega la guerra in Iran e tutto quello che c’è intorno, compreso l’aumento delle spese militari) o fa pagare il conto di tutti a noi, con una finanziaria lacrime e sangue. A noi che già stiamo pagando il gasolio a 2.20, l’energia e il gas alle stelle, la crisi industriale e montagne di promesse non rispettate già negli anni scorsi.

Serve eccome una iniziativa di rilancio della CGIL, ma non sui banchetti e le LIP. E nel frattempo, il Primo Maggio unitario. Serve un piano alto di mobilitazione e vertenzialità. Il punto non è certo dichiarare sciopero generale oggi per l’autunno, ma costruire da subito le condizioni per arrivare alla legge di Bilancio con una serie di iniziative di mobilitazione e conflitto sociale, soprattutto pensioni e salario minimo, che invece mancano completamente dall’agenda politica. È Meloni che deve dimettersi. Se non lo fanno altri, ora che finalmente traballa, dobbiamo chiederlo noi. É a questa mobilitazione che dovremmo prepararci oggi, perché non la faremo cadere con i banchetti. Anche per rivendicare da subito, a chi casomai pensa di venire dopo, che i temi su cui il paese è disposto a lottare sono questi: la guerra, il riarmo, il caro vita, le pensioni, il salario minimo, la sanità pubblica senza se e senza ma. Se ci fosse questa mobilitazione, altro le primarie. Finalmente si discuterebbe di programmi.

Ecco, queste sono le nostre ragioni. E non sono affatto esaurite. Il nostro ruolo di alternativa non è in discussione, nel merito delle ragioni e delle scelte che si determineranno e con l’unica grande ricchezza che abbiamo sempre avuto, che è la nostra coerenza, la nostra trasparenza e la nostra credibilità. All’interno della Cgil, come in rapporto a tanti e importanti pezzi di movimento sui cui in questi anni abbiamo costruito il nostro ruolo. Deve essere chiaro tra di noi cosa ci tiene insieme e il fatto che è responsabilità di tutti cercare una sintesi, costruirla e praticarla. La condizione è riconoscersi nelle ragioni di fondo che ci hanno messo insieme.

Ed è la condizione anche per discutere di cosa diremo alla Conferenza di Programma, su cui ricadranno tante questioni importanti, di fondo. La politica internazionale. La democrazia nelle società occidentali. Il rapporto con l’EU che non è nostra alleata, ma nostra nemica, l’EU del riarmo e della austerità. La crisi climatica e energetica. La transizione digitale, l’AI come sistema di potere e nel suo impatto sull’organizzazione del lavoro. A monte, il rapporto della Cgil con i movimenti. Il ruolo e la funzione dello sciopero e del conflitto. Le casse di resistenza. L’autonomia dei delegati.

Chiudo dicendo che la Cgil che vogliamo, continua a essere quella dal basso, dei delegati e delle delegate, della trasparenza, della coerenza, dei valori, della disobbedienza anche. E soprattutto quella delle lotte, delle mobilitazioni, delle nostre radici. Non mi nascondo le difficoltà che abbiamo. In questi anni siamo cresciuti in termini di consenso, lo sento, ovunque. Tante e tanti ci danno ragione. Nel movimento certamente, ma anche nel nostro popolo. Persino i gruppi dirigenti, magari non subito, ma poi ci danno ragione. O comunque riconoscono la nostra coerenza. Questo non significa però che siamo cresciuti dal punto di vista organizzativo, diciamocelo. È un problema, va detto. Bisogna capire come trasformare il consenso in adesione.

Non ho soluzioni in tasca, francamente. Ma di certo non aiuta lo stallo della nostra discussione interna e anche per questo è necessario uscire oggi con un elemento di chiarezza politica tra di noi. Non smettiamo di crederci, sarebbe folle. Guardate i compagni di GKN, che resistono da 5 anni a schiena dritta e che continuano a essere il nostro punto di riferimento di come e perché si fa sindacato. Non c’è segretario generale che abbia la loro lucidità. Né padrone al mondo che possa permettersi la loro dignità. Da oggi, apre il 4 festivale di letteratura working class ai cancelli della fabbrica. Finito qui, molti di noi andranno.

Finché ci sono operai, nostri compagni, che lottano, resistono e leggono libri scritti da loro e per loro. Finché c’è questo c’è speranza e eccome se ha senso andare avanti, nella chiarezza e nella trasparenza delle posizioni, nella coerenza e nella radicalità che è parte della nostra storia.

Eliana Como