CCNL Istruzione e ricerca: è ancora tempo di conflitto, non di tornare ai tavoli

Ai piedi di partenza di un nuovo picco inflattivo, rivendichiamo il salario perso e quello che stiamo perdendo. Appunti dell’intervento di Luca Scacchi all’AG FLC del 30 marzo 2026.

Care compagne e cari compagni, io non trovo convincente il ragionamento che ha proposto Gianna [Fracassi, segretaria generale della FLC CGIL, ndr] e che hanno condiviso molti interventi all’interno di questa Assemblea generale. In qualche modo l’avevo già sottolineato alla scorsa riunione, quando abbiamo discusso dell’avvio della trattativa, nel mio intervento e nell’astensione sull’ordine del giorno conclusivo, che bilanciava la rivendicazione di quanto perso con lo scorso rinnovo (11% del potere d’acquisto, rispetto all’inflazione 2022/2024) con il riconoscimento di risorse in linea con l’inflazione prevista per questo triennio (2025/27) e quindi la possibilità di riconquistare piena agibilità (cioè, ritornare ai tavoli di contrattazione integrativa). Quel bilanciamento, infatti, lo ritenevo fuori luogo all’inizio di una nuova trattativa, a soli tre mesi dalla scelta di non sottoscrivere il rinnovo 2022/24, quando avremmo dovuto sottolineare le nostre rivendicazioni, la necessità di riallineare i nostri stipendi al costo della vita o, se non altro, agli adeguamenti che hanno conosciuto larga parte dei settori privati. Così non è stato e ci siamo ritrovati immersi in una trattativa velocissima, che addirittura ha inusualmente superato quella degli altri comparti [Funzioni centrali, Enti locali e Sanità, che di solito chiudono i rinnovi prima dell’Istruzione e ricerca]: si delinea un CCNL in due tappe (economica e normativa), con una chiusura immediata della parte economica mettendo tutte le risorse disponibili sul tabellare (intorno al 6% di aumento medio nei diversi settori di scuola, università, ricerca e alta formazione artistica e musicale).

Io trovo questo percorso e questi tempi, come dire, eccessivamente influenzati dall’ansia di ritornare ai tavoli. Nella nostra organizzazione, abbiamo visto quest’ansia palesarsi nel dibattito degli scorsi mesi, nello sconcerto di una parte del nostro gruppo dirigente, nei timori di non reggere, nelle richieste anche collettive di firme tecniche di battaglia (qualunque cosa questa richiesta voglia dire), nella difficoltà a cogliere l’occasione di questi mesi per dare protagonismo alle nostre RSU, ai nostri delegati/e e alle nostre rivendicazioni. Anche rispetto le altre organizzazioni sindacali, troppo spesso fiancheggiatrici o silenti non solo davanti la precedente proposta contrattuale, ma anche nei confronti della politica economica del governo, del tentativo di svolta autoritaria in corso (dal referendum al Ddl Sicurezza), della gestione reazionaria dell’istruzione (provvedimenti disciplinari, revisione delle linee guida, riforma dei tecnici, ecc). Questa ansia è stata talmente forte che la sento persino oggi, in alcuni interventi di questa stessa riunioneche sottolineano soprattutto il sollievo per il ritorno ai tavoli. Nelle file dell’Aran, del governo, delle altre organizzazioni sindacali, ho visto l’ansia di chiudere il prima possibile questo spazio di movimento e di critica per la nostra organizzazione, soprattutto a fronte di una prospettiva assai diversa da quella preventivata qualche mese fa, con la guerra in Iran, la ripresa dell’inflazione, una possibile recessione, margini di intervento sulla manovra di bilancio molto risicati se non segnati da nuovi tagli e razionalizzazioni. Un contesto di difficoltà crescente che è diventato compiutamente evidente con la sconfitta referendaria il 23 marzo 2026.

Io trovo in realtà inopportune modalità, contesto e anche contenuti di questo contratto. Inopportune, nel senso proprio del termine, cioè non adatte, fuori luogo, intempestive e non convenienti rispetto al momento e allo scopo.

Le modalità, in primo luogo: io trovo irresponsabile il comportamento della Confederazione, della CGIL, in questa stagione contrattuale. Voglio essere il più possibile chiaro. Nonostante le intenzioni, si è sostanzialmente affrontato i rinnovi degli ultimi tre anni senza un reale coordinamento tra le categorie, costruendo così modelli, strutture salariali e meccanismi di recupero dell’inflazione estremamente differenziati tra i settori. Una divergenza che si aggiunge alle tante stratificazioni già presenti nel lavoro italiano, quelle storiche (stabili e precari, uomini e donne, grandi e piccole realtà, giovani e anziani, nord e sud) e quelle recenti sospinte dall’attuale frammentazione del capitale italiano e delle sue strategie di accumulazione, dopo la ristrutturazione produttiva europeae la Grande recessione dei primi anni Dieci. Questa divergenza salariale ha contribuito ancor di più a frammentare condizioni, rappresentazioni collettive, cicli di lotta e coscienze soggettive del lavoro.

Tra pubblici e privati, poi, si è oggi sviluppata una vera e propria frattura, che divide profondamente il lavoro ma anche le stesse dinamiche del mercato del lavoro. Dopo il lungo blocco salariale del 2011/15 (con una perdita di circa il 9% del potere d’acquisto), infatti, tra 2022/24 abbiamo visto la perdita di un’ulteriore 11%, con una vera e propria distorsione delle retribuzioni tra settori privati e pubblici a parità di titoli di accesso, competenze e mansioni. Queste divaricazioni hanno prodotto la diffusa percezione di una sperequazione, anche con spinte regressive, come emerge da alcuni interventi che riportano lo straniamento di lavoratori e lavoratrici dei nostri settori quando si rendono conto, per esperienza diretta di amici o familiari, che altri hanno avuto in questi anni recuperi salariali ben più effettivi e hanno avuto benefit che differenziano persino diritti universali come l’accesso alla sanità, i suoi costi o le liste di attesa. Questo mancato coordinamento si trascina poi anche dentro il pubblico impiego, in una divaricazione salariale che si sviluppa persino nel suo ambito: indennità e interventi specifici su enti, professionalità o settori, hanno determinato aumenti diversi tra comparti e persino nello stesso contratto, come abbiamo visto nel precedente CCNL Istruzione e ricerca tra scuola, università e ricerca.

È stato cioè irresponsabile che la CGIL non abbia coordinato né sul precedente rinnovo, né su questo, l’azione contrattuale di FLC e FP. Trovo sbagliato non ci sia stato, come in altre stagioni, la possibilità di organizzare un’assemblea generale congiunta con Funzione pubblica per confrontare e anche definire una linea comune. Lo trovavo sbagliato quando ci siamo trovati noi, come FLC, a dover gestire impianti contrattuali definiti precedentemente in rinnovi sottoscritti dalla FP, lo trovo sbagliato ora a parti invertite.

In secondo luogo, lo trovo sbagliato sui tempi. Lo ha già sottolineato giustamente la relazione, quindi non mi ci soffermo molto, nell’economia dello spazio di questo intervento. Un contratto in cui si separa la parte economica dalla parte normativa rende tutto il processo di contrattazione più incerto e, alla fine, più debole. Sulla parte economica, infatti, le risorse sono talmente limitate che comunque la stessa controparte non solleva questioni nel metterle tutte su componenti fisse dello stipendio, ma la trattativa sulla parte normativa rischierà di vederci più in difficoltà nel respingere le proposte, sia dal versante Aran e governativo, sia dal versante di altre organizzazioni sindacali. Penso a middle management, docente stabilmente incentivato, provvedimenti disciplinari nella scuola, performance in università e ricerca, nuovo inquadramento della ricerca, eccetera eccetera eccetera. Attenzione poi a dire, come ho sentito in un intervento, magari poi questo secondo tempo arriverà con un governo diverso e per noi sarà meglio. Quel governo, nel secondo tempo, potrebbe essere un nuovo esecutivo Meloni (in grado di condurre un attacco rinnovato al concetto stesso di comunità educante e ruolo unico della docenza, come all’impianto contrattuale dei rapporti di lavoro nel pubblico impiego); potrebbe essere una nuova compagine tecnica, magari nella gestione di recessione e guerra, scaricando proprio sull’istruzione e ricerca i costi di una difficile congiuntura (come fu con Monti e anche con Draghi); potrebbe essere un esecutivo di Campo Largo, ma con una politica educativa segnata dai patti territoriali nella scuola e il collocamento della forza lavoro nell’università, come emerge già da alcuni confronti e documenti per la campagna elettorale, come nel Forum Disuguaglianze Diversità (che pure, dovrebbe presidiare diritti e ragioni sociali alla sinistra di quella coalizione).

E quindi il contesto. Noi arriveremo alla prossima firma di questo accordo economica senza un’ora di sciopero sul contratto 2025/27, senza un’assemblea nazionale dei delegati RSU, senza una campagna od una mobilitazione prolungata in cui rilanciare le ragioni della mancata sottoscrizione del rinnovo di tre mesi fa e far sostenere collettivamente le rivendicazioni per questo rinnovo. La trattativa si apre e si chiude in poche settimane, senza costruire, favorire e per certi versi nemmeno permettere una dimensione collettiva, partecipata e di massa alla contrattazione. Così, la trattativa vede protagonista solo il tavolo, le organizzazioni sindacali, i loro tempi ed alchimie, lasciando lavoratori e lavoratrici sullo sfondo, spettatori più o meno interessati di eventi in cui si sentono poco coinvolti. E, per molti versi, lo sono, poco coinvolti. Questo percorso accelerato avviene poi alla vigilia della pubblicazione del documento di programmazione economica del governo, chiudendo cioè il capitolo delle risorse contrattuali proprio quando si avvia il percorso di elaborazione della prossima legge di bilancio. La firma si prospetta cioè all’inizio di aprile, come sottolineato in un altro intervento per di più proprio nella fase di scossa e tramortimento di questo governo per l’imprevista sconfitta referendaria, per la messa in discussione di quella progressiva svolta autoritaria che sembrava reggere la strategia di lungo periodo della Meloni (Ddl rave e sicurezza, riforma giustizia, autonomia differenziata, premierato). Il governo ottiene allora il risultato di calmierare le tensioni salariali e sindacali nel pubblico impiego, senza alcuna risorsa aggiuntiva rispetto a quelle programmate sin dalla legge di bilancio 2025, proprio nella sua fase di maggior debolezza, quando si riaffaccia una mobilitazione nelle piazze che potrebbe produrre una contestazione sociale oggi in grado di metterlo in discussione. Come altri hanno richiamato, infatti, la manifestazione NoKings di sabato 28 marzo ha infatti interpretato le ragione dei movimenti sociali e del lavoro del NO referendario, registrando ampie convergenze e un importante partecipazione di alcune decine di migliaia di giovani, lavoratori, lavoratrici e pensionati/e. Un movimento in ogni caso che ha ancora bisogno di lievitare, crescere e svilupparsi proprio nella netta opposizione alle politiche economiche, sociali e di guerra di questo governo.

Davvero pensiamo che riconquistiamo protagonismo contrattuale semplicemente con la nostra partecipazione ai tavoli? Scusate se la dico così, male, ma sto andando alla conclusione dell’intervento. Davvero pensiamo che le ragioni della rottura confederale siano solo congiunturali o si possa semplicemente perimetrare al piano politico generale, senza alcuna conseguenza nelle contrattazioni e soprattutto nelle prassi sindacali quotidiane? Davvero non vediamo il problema di una contrattazione nazionale che non solo negli ultimi tre anni, ma negli ultimi quindici anni per la larga parte del lavoro non ha tenuto il passo con l’inflazione, determinando una contrazione dei salari reali che non ha equali in Europa? Davvero pensiamo che semplicemente riaffacciandoci ai tavoli della contrattazione integrativa, riconquistando tutte le agibilità sindacale insieme agli altri sindacati rappresentativi, noi siamo in grado di svolgere un’effettiva azione di difesa dell’autorevolezza del contratto, a partire dalla sua autorità salariale. Io ho come l’impressione che nella nostra percezione collettiva, nella nostra discussione, non si colga il punto centrale della profonda messa in discussione della funzione, della pratica, del ruolo della contrattazione collettiva, non solo per l’azione congiunturale di questo governo autoritario, ma sin dalle deroghe della legge Sacconi e dall’impianto di Brunetta, l’eccezionalismo di Monti, la pratica di disintermediazione di Renzi, il menefreghismo Contiano e i tecnicismi di Draghi. Azioni governative nella gestione del lavoro pubblico e nelle regolazioni sociali in generale che registrano un’aggressività padronale nelle relazioni tra capitale e lavoro, frutto della crisi, delle ristrutturazioni e della competizione, in cui il problema del ribaltamento dei rapporti di forza non può esser semplicemente eluso nell’accesso tecnico ai tavoli di contrattazione. Questo problema, lo so, lo ha colto la Segretaria generale nelle sue riflessioni, quando propone di elaborare un nuovo modello e una nuova tempistica contrattuale, quando si propone un meccanismo di adeguamento all’inflazione per legge delle risorse contrattuali. Però, poi, nella prassi e nell’azione sindacale su questo contratto questo contesto e questa riflessione sembrano sfumare e passare in secondo piano.

Qui, infine, arriva il merito degli aumenti previsti. L’ipotesi di accordo che si prospetta è lontana da essere soddisfacente. Innanzitutto, non recuperiamo nulla dell’inflazione non riconosciuta con lo scorso contratto, ben l’11% delle retribuzioni reali che ci sono state erose lo scorso anno. Sono stata la ragione fondante della nostra mancata firma lo scorso dicembre, solo quattro mesi fa. Firmando ora un’ulteriore rinnovo per il triennio successivo, di fatto riconosciamo e accettiamo la possibilità di non recuperarle, facendo diventare questo rinnovo l’ennesimo contratto ponte (come fu il 2016/18), in cui il secondo tempo del recupero salariale si perde però come sempre nelle nebbie del nulla. I lavoratori e le lavoratrici hanno cioè già introiettato che un differenziale salariale che permane nel tempo, alla fine lo perde, e ad esserne erosa ne risulta sia l’autorevolezza salariale del contratto, sia la stessa credibilità dell’azione sindacale.

Noi oggi pensiamo di sottoscrivere un accordo al 6% sul triennio, di fatto in linea con l’IPCA-NEI prevista, quando si è già innescata una nuova ondata inflazionistica, innescata dalla guerra in Iran, dagli impianti bombardati e dal blocco dello stretto di Hormuz. BCE e Confindustria registrano già scenari che prevedono una crescita dell’inflazione sino 4% per quest’anno, dall’1 al 3% sul triennio. A seconda di come prosegue il conflitto e di possibili recessioni, il quadro potrebbe essere ben peggiore. L’ISTAT registrerà a breve questi andamenti: quando questa ipotesi contratto sarà discussa nelle assemblee, quando sarà eventualmente sottoscritta definitivamente all’inizio dell’estate, l’aumento generalizzato dei prezzi sarà già evidente nelle tasche e nelle prospettive di lavoratori e lavoratrici. Sarà un altro colpo alla credibilità dell’azione sindacale. Sottolineare quindi il principio regolatore della copertura dell’IPCA NEI in questo contesto ci sembra inopportuno. Tra parentesi: nella discussione in CGIL, nel confronto di molte altre categorie, il principio regolatore e la discussione sindacale sono altri.  Nell’ultimo contratto metalmeccanico (nelle loro quaranta ore di sciopero), nei chimici, negli edili, nei bancari, con meccanismi diversi il punto centrale delle richieste e della chiusura degli accordi era esattamente quello di superare l’IPCA-NEI, di andare oltre quel valore, per riconoscere ai salari una redistribuzione di produttività e di ricchezza, per migliorare le condizioni del lavoro. Tra noi, nei settori pubblici, l’IPCA NEI sta diventando un tetto, quando in altri settori è una base: questo credo sia proprio indice della grave divisione del lavoro in questa stagione.

Allora, in conclusione, i compagni e le compagne di Radici del Sindacato voteranno contro l’ipotesi della firma di questo contratto. Valuteremo ovviamente il testo effettivo, ma se sarà come penso conforme al ragionamento portato oggi nella relazione e in molti interventi, non lo approveremo.

Noi rimaniamo convinti che oggi, questa primavera e il prossimo autunno, siano soprattutto un tempo di mobilitazione e rivendicazione. Ai piedi di partenza dell’elaborazione delle politiche economiche della prossima legge di bilancio, di fronte ad una svolta autoritaria che non è definitivamente sconfitta, contro una deflazione salariale condotta in questi anni sul pubblico impiego e un rilancio della precarizzazione in particolare nei nostri settori (basta guardare il loro numero nella scuola, l’emendamento Cattaneo-Occhiuto, le politiche di Bernini e l’espulsione di massa dall’università e dalla ricerca), serve una risposta sociale che sia in grado di coniugare interessi del lavoro, difesa dell’impianto universale dei diritti e prospettiva di trasformazione sociale. La proposta reazionaria di questo governo, infatti, tiene insieme l’estrema variabilità di stipendi e diritti del lavoro, la ricostruzione di una scuola e un’università stratificata socialmente, modelli educativi disciplinari e ipotesi istituzionali autoritarie. La sua sconfitta, e soprattutto la messa in discussione delle sue politiche, deve vederci protagonisti contro l’insieme di questi politiche, tanto sul piano contrattuale quanto sul piano sociale e politico.

Per questo, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, crediamo sia importante soprattutto sviluppare l’iniziativa e la mobilitazione per chiedere risorse contrattuali (per adeguare i salari all’inflazione reale e recuperare almeno quella del triennio scorso), bloccare la revisioni di tecnici e dei professionali (arrivando allo sciopero entro maggio su questa deforma), contrastare le nuove linee guida e l’impostazione reazionaria, nazionalista e di guerra (facciamo un tutt’uno di impresa, difesa e università) a cui si vuole conformare l’istruzione e la ricerca. Votiamo contro questo rinnovo e continuiamo ad impegnarci nell’organizzazione per questa iniziativa e questa mobilitazione.

Luca Scacchi