Intervento di Aurelio Macciò all’Assemblea Generale dello SPI CGIL, Roma, 25 febbraio 2026
Vorrei iniziare il mio intervento su una questione che non è stata trattata nella relazione introduttiva [di Tania Scacchetti, segretaria generale nazionale SPI] ma che invece ha avuto una sua rilevanza nel corso della riunione dell’Assemblea Generale nazionale CGIL, ieri e l’altro ieri, nella relazione introduttiva e in diversi interventi nel dibattito, anche con toni ottimistici e in qualche caso anche iperottimistici. Mi riferisco agli incontri su rappresentanza e modello contrattuale che stanno avvenendo tra Organizzazioni Sindacali e Confindustria e altre associazioni datoriali. Io credo che, per adesso, non sia possibile fare delle valutazioni. Vedremo. Ma due cose si possono già dire.
La prima è che in questi confronti, dove pure si parla di una revisione del Patto della Fabbrica, non si affronta la necessità della cancellazione del riferimento all’indice IPCA-NEI (depurato cioè dagli effetti sull’inflazione derivanti dai prodotti energetici importati) come soglia che non si possa oltrepassare per la definizione dei minimi salariali nei rinnovi contrattuali, una gabbia da cui non si può uscire a meno di scambiare diritti o maggiore produttività.
Maurizio Landini, nella relazione introduttiva dell’Assemblea Generale, come anche in recenti dichiarazioni, ha sostenuto che, a suo avviso, occorrerebbe arrivare a una contrattazione salariale annuale. E questo mi trova d’accordo perché, in assenza di una scala mobile dei salari, occorre avere tempi più ravvicinati, come ad esempio avviene in Germania, per poter affrontare le conseguenze sui salari dell’aumento del costo della vita e del ciclo economico. La realtà, però, è invece che per molti contratti, oltre ad avere lunghi periodi per essere rinnovati, aumenta il tempo di vigenza, diventando nei fatti quadriennali, come da ultimo con il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici ma ancor prima con altri rinnovi, come ad esempio con quello degli alimentaristi. Ma in 4 anni, come ben sappiamo, possono avvenire molte cose non esattamente prevedibili ma sicuramente non sorprendenti nel sistema capitalista in cui viviamo. Che so? per esempio lo scoppio di una bolla dell’intelligenza artificiale, come quella dei mutui subprime nel 2008, o altre guerre, o crisi energetiche. Tutti fatti che avrebbero notevoli effetti sull’aumento dei prezzi, quando invece i salari rimangono inchiodati al palo.
La seconda è che Landini e altri possono anche avere grandi doti individuali di negoziatori ai tavoli di confronto ma queste non bastano di certo senza un movimento che si sappia esprimere in mobilitazioni di massa. E proprio nel prossimo mese abbiamo già importanti scadenze, se si vuole avere la volontà di andare in questa direzione.
Prima di tutto la manifestazione nazionale del prossimo sabato 28 febbraio, “Senza consenso è stupro”, contro il cosiddetto DDL Stupri, nella versione presentata dalla senatrice Giulia Bongiorno, che interviene modificando l’orientamento precedentemente approvato a novembre dalla Camera, con cui il termine “consenso” sparisce dal testo, allontanandosi quindi dagli standard definiti nella Convenzione di Istanbul (2011) sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, che definiscono lo stupro come assenza di consenso. La nuova versione Bongiorno renderebbe inoltre il percorso giudiziario per le vittime, già così di per sé difficile, ancor più tortuoso. L’Assemblea Generale nazionale CGIL ha positivamente votato per l’adesione della nostra organizzazione alla manifestazione e ha fatto benissimo.
Però dopo il 28 febbraio viene l’8 marzo. E qui, anche per quest’anno, la CGIL perde ancora una volta l’occasione di rispondere positivamente alle richieste di indizione dello sciopero in questa giornata che arrivano da Non Una di Meno e da altre associazioni e movimenti femministi e transfemministi. Lo sciopero, che sarà lunedì 9 marzo, cadendo quest’anno l’8 marzo di domenica, si potrà fare comunque, in tutte le categorie, perché proclamato da diversi sindacati di base (USB, Cobas, SICobas, ecc.), ma è evidente che l’impatto sarebbe notevolmente più ampio se a proclamarlo fosse la CGIL.
Molto positivamente, è di ieri sera la proclamazione dello sciopero da parte della FLC [nel frattempo, anche la FILCAMS, per la prima volta, ha poi indetto lo sciopero per il 9 marzo]. Come pensionati e pensionate, è ovvio che noi non possiamo proclamare scioperi, ma io penso che noi dovremmo sostenere tutte le strutture CGIL, nazionali e territoriali, le RSU e le RSA che lo proclamino, partecipando fattivamente alle iniziative che metteranno in campo e contribuendo, come SPI, alla loro riuscita. Oltre ovviamente alle tante iniziative che il nostro sindacato dei/delle pensionati/e costruisce nei territori intorno alla giornata dell’8 marzo.
Come è risaputo, l’incidenza del lavoro precario e sottopagato è maggiore tra le donne, e questo si aggiunge alla cultura maschilista e patriarcale, alle violenze, alle tante discriminazioni nella società e anche nei posti di lavoro.
E noi dobbiamo ricordare e rivendicare che la giornata dell’8 marzo affonda le sue radici nel movimento operaio e socialista dei primi anni del ’900. E ad esempio la scintilla da cui prese l’avvio la Rivoluzione di Febbraio mosse proprio dall’8 marzo (il 23 febbraio, secondo il calendario giuliano ancora allora in vigore in Russia), da una iniziativa di sciopero delle donne di una fabbrica tessile che si allargò poi a macchia d’olio a San Pietroburgo, iniziativa peraltro inizialmente vista con riluttanza dai gruppi dirigenti, in grandissima parte maschili, dei partiti operai (bolscevichi, menscevichi, socialisti rivoluzionari, ecc.).
Poi ci sarà il 28 marzo, data in cui è stata indetta una grande manifestazione nazionale a Roma, “No Kings, contro i Re e le loro guerre”, lanciata dall’assemblea nazionale di movimento che si è tenuta a fine gennaio al TPO di Bologna, insieme alla Rete NO DDL Sicurezza e alla campagna Stop Rearm Europe, in parallelo con altre grandi manifestazioni previste in altri paesi europei, ad esempio a Londra contro l’avanzata dell’estrema destra, ma anche negli USA.
È importante che anche la CGIL sia presente con forza a questa manifestazione, e su questo concordo con quanto ha già detto il compagno Poldo Tartaglia [dell’Area “Lavoro Società”] nell’intervento che mi ha preceduto. Posso anche comprendere che ci siano alcune riserve sulla chiarezza circa lo svolgersi pacifico della manifestazione, ma credo al contempo che è proprio anche una forte presenza della CGIL che potrà garantire un ancor maggiore carattere di massa alla manifestazione e, per questa via, anche alle caratteristiche del suo svolgimento. E poi credo anche che noi non possiamo rimanere subalterni a una certa narrazione e che anzi dobbiamo ribaltarla, perché la violenza quotidiana è quella del capitale, dello sfruttamento sul lavoro, della precarietà, dei bassi salari e delle pensioni misere, delle morti sul lavoro, sui migranti e sui più deboli della società, dei Decreti Sicurezza, della partecipazione come “osservatori” con il cappellino MAGA in mano al Board of Peace di Trump per Gaza, del riarmo. Riarmo globale, certamente, ma per quello che ci riguarda più direttamente per le decisioni assunte anche dal Governo italiano in sede NATO, la triplicazione entro il 2035 della spesa militare. Gli USA, che già rappresentano il 37% della spesa militare mondiale, la raddoppieranno.
Per quanto riguarda altre questioni, su un punto della relazione introduttiva sono molto d’accordo. Il percorso che avrà la Conferenza di Programma della CGIL dovrà avere caratteristiche strutturate, non con forme e modalità che riecheggino – come qualcuno ha detto – la piattaforma Rousseau. Ovviamente saranno legittimi tutti i contributi, anche tra loro differenti, ma dentro un dibattito collettivo perché, dalle assemblee degli/delle iscritti/e agli organismi dirigenti a ogni livello, abbiamo bisogno di un dibattito strutturato.
Della proposta di Legge di iniziativa popolare sulla sanità ne abbiamo discusso nella nostra riunione dello scorso dicembre. E in quella sede ne avevo già evidenziato limiti e criticità, sia sul metodo e tipo di strumento sia sul merito, e ricordo anche interventi critici da parte di segretari generali di importanti strutture. Ricordo in particolare un bell’intervento da remoto di una compagna della Segreteria regionale della Lombardia. Nel frattempo la proposta è però stata approvata a larga maggioranza da parte dell’Assemblea Generale nazionale CGIL con il solo dissenso dell’Area alternativa de “Le Radici del Sindacato”. Il dissenso, esplicitato anche nella votazione da parte della nostra Area sindacale, è stato motivato dall’assenza nella proposta di qualsiasi riferimento proprio a quanto ci competerebbe come diretta responsabilità nell’azione sindacale, vale a dire i fondi contrattuali, la sanità integrativa nei CCNL e in altri livelli di contrattazione, tanto più con la cancellazione dell’articolo 11, in precedenza previsto nella bozza, tendente almeno, pur timidamente, a limitarne alcuni effetti. E poi l’assenza di interventi sul rapporto pubblico / privato, a partire dal privato presente dentro il pubblico, come ad esempio l’intramoenia, addirittura anche laddove persistono liste di attesa che vanno oltre le tempistiche massime previste dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).
Infine, su quello che più ci compete come SPI, le pensioni in essere e quelle future, con gli effetti del taglio ai meccanismi automatici di rivalutazione delle pensioni oltre 4 volte l’importo minimo operato nel biennio 2023 / 2024 in relazione al biennio di alta inflazione 2022 / 2023, effetti che non sono a carattere temporaneo ma che persistono e anzi hanno un effetto “montante” nel tempo.
Su alcuni punti relativi al sistema previdenziale è già intervenuto in precedenza il compagno Salvo Olivieri [dell’Area “Le Radici del Sindacato”], con cui concordo.
Io vorrei invece sottolineare la necessità di riprendere con forza, come Sindacato Pensionati, in collaborazione con la FP e la FLC, la denuncia del differimento di 2 e 3 anni (ma anche oltre, per gli importi più consistenti) della corresponsione del TFS / TFR per i pubblici dipendenti, visto anche che molto parliamo di intervenire sulla continuità di iscrizione al sindacato dei/delle lavoratori/trici quando vanno in pensione.
Lo scorso anno è stata fatta una campagna in tal senso, in occasione delle elezioni RSU di aprile nel pubblico impiego. Io credo però che dobbiamo riprendere con forza questa campagna. La Corte Costituzionale, con una sentenza del giugno 2023, ha dichiarato l’incostituzionalità sia del differimento nel tempo, rispetto a quanto avviene nel settore privato, sia della rateizzazione. Eppure il Governo, a quasi tre anni di distanza dalla sentenza, non ha ancora corrisposto per nulla a quanto definito dalla Corte.
Ed anzi l’unico intervento “beffa” operato dal Governo nella Legge di Bilancio 2026, all’articolo 44, è stato quello di ridurre da 15 mesi (12 mesi + 3 mesi per l’istruttoria della pratica da parte dell’INPS) a 12 mesi (9 + 3) la liquidazione del TFS / TFR nel caso di pensioni di vecchiaia, ma con una penalizzazione economica significativa, fino a 750 euro, facendo venir meno il riconoscimento del beneficio fiscale dell’1,5% sull’importo, previsto nel caso di differimento nell’erogazione oltre i 12 mesi. Una vera e propria beffa perché in realtà si utilizza parzialmente la sentenza della Corte per produrre invece un effetto economico sfavorevole per i lavoratori, in direzione quindi del tutto opposta a quanto definito dalla Corte stessa.
Anche per questo va ripresa con forza una campagna, articolata in tutti i suoi aspetti.
Aurelio Macciò