Riprendiamo l’iniziativa per il salario e contro la svolta autoritaria: non è tempo di alchimie organizzative.

Appunti dell’intervento di Luca Scacchi, AG CGIL, Roma 26 e 27 gennaio 2026.

Care compagne e cari compagni, innanzitutto lasciatemi condividere il dispiacere di Eliana di non essere qui oggi. Purtroppo, impegni personali l’hanno trattenuta a Bergamo e sicuramente io non avrò la sua chiarezza, la sua efficacia e anche la sua anche leggerezza nel riuscire ad affrontare una serie di temi complicati.

Noi qui oggi stiamo concludendo la discussione che abbiamo iniziato a dicembre. Lo ricordava nella sua introduzione Maurizio [Landini, segretario generale CGIL, ndr]. Io ho come l’impressione che oggi, nella discussione di questi due giorni, noi abbiamo in qualche modo perso il punto di partenza di dicembre. Questo confronto, infatti, si era aperto a partire dalle difficoltà e dalle divisioni che il movimento del lavoro e che i movimenti sociali avevano registrato in autunno. Dopo lo sciopero unitario del 3 ottobre [con i sindacati di base, ma senza CISL e UIL], la grande manifestazione di Roma del 4 ottobre e la marea contro il genocidio a Gaza, ci siamo trovati a fare i conti con il fallimento dello sciopero generale del 12 dicembre.

Erano risuonati anche accenti preoccupanti. Infatti, lo scorso dicembre non furuno sottolineate solo le difficoltà di partecipazione, le assemblee talvolta vuote, la difficoltà a mobilitare i diversi segmenti del lavoro su questioni generali, ma in alcuni interventi è stato persino messo in discussione lo sciopero come strumento adeguato dell’iniziativa sociale e del movimento nei tempi moderni. Io penso che, appunto, queste ultime considerazioni siano state approssimative, inopportune e sbagliate, ma in qualche modo si era positivamente iniziato ad assumere il problema della difficoltà della mobilitazione, dopo quattro “scioperi di fine anno” scomposti e scompaginati. Il primo passo per risolvere un problema è riconoscerlo e vedevo quindi la possibilità di fare un passo in avanti.

A me sembra invece che oggi, come dire, abbiamo archiviato quella discussione, chiudendola nei fatti un po’ troppo frettolosamente, senza alcuna riflessione allargata e senza alcuna conseguenza, nel vuoto, come mi pare abbiamo chiuso un po’ troppo frettolosamente la discussione sull’esito referendario dello scorso giugno, come mi pare un po’ troppo frettolosamente abbiamo considerato e stiamo considerando le difficoltà e le divergenza delle nostre politiche contrattuali, dei nostri risultati contrattuali, nei diversi settori e tra le diverse categorie.

Lo sottolineo perché io credo oggi ci sia un’urgenza ancor più drammatica di ieri. Le considerazioni nella relazione e in tanti interventi di oggi sul quadro internazionale (Venezuela, Iran, Gaza, Minneapolis, ecc) sottolineano infatti un contesto ancor più cupo, segnato dalla contrapposizione internazionale, la crisi, una spinta autoritaria e militarista diffusa nel mondo. Il punto centrale della nostra attenzione, allora, dovrebbe essere proprio sulla nostra capacità di rimettere in campo un’opposizione sociale di massa alle politiche di questo governo reazionario e anche all’azione che le nostre controparti agiscono nelle aziende, nella gestione contrattuale, come si diceva una volta nei rapporti di forza complessivi tra le classi sociali. Un doppio fronte di cui dobbiamo essere consapevoli e che, in qualche modo, è strettamente collegato.

Da una parte abbiamo un governo che agisce una svolta autoritaria progressiva: il cambiamento della Costituzione (questo sulla giustizia e quello prospettato sul premierato), la repressione del dissenso (le denunce a Massa per il 3 ottobre, le tante inchieste che si moltiplicano in città e territori), i ripetuti decreti sicurezza, gli sgomberi di centri sociali fatti o annunciati (Leoncavallo, Askatasuna, Spintime, ecc). Una svolta autoritaria progressiva che passa anche attraverso le politiche economiche di questo governo, gli interventi in legge di bilancio effettuati o tentati, l’incrudimento sulle pensioni, le minacce alla salvaguardia del salario minimo costituzionale, il trasferimento di ingenti risorse al padronato, il riarmo e la militarizzazione sociale, l’annuncio da parte del ministro Crosetto di interventi per rendere un tutt’uno, un tutt’uno, difesa, università e imprese.

Dall’altra abbiamo però anche l’azione del capitale nei rapporti di produzione e nei rapporti sociali. Abbiamo cioè quella realtà e quella dinamica che ricordava il compagno Breda nel primo intervento di questa Assemblea Generale. Nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, dentro le aziende, gli uffici, la pubblica amministrazione, la crisi, la competizione e le ristrutturazioni produttive si stanno scaricando tutte sul lavoro, nell’intensificazione dei ritmi, nello stravolgimento degli orari, nella compressione e nella flessibilizzazione nei salari. Diversi interventi a dicembre, e anche nelle riunioni precedenti, hanno sottolineato i contratti che si sono rinnovati negli ultimi anni, qualcuno ha addirittura parlato di una straordinaria stagione contrattuale. Un intervento, oggi, ha ricordato anche come l’80% di questi si siano chiusi unitariamente, di fatto solo nella pubblica amministrazione abbiamo avuto accordi separati. Il punto è che nonostante questo gli stipendi italiani sono al palo, come sottolineato nella relazione di Maurizio oggi, ripetutamente ricordato dal governatore della Banca d’Italia, oramai evidente nei dati e nei rapporti di tutti gli istituti che analizzano il fenomeno. C’è una drammatica condizione salariale in questo paese che interessa sia il salario diretto (gli stipendi orari e mensili, in rapporto all’inflazione e in termini assoluti), sia il salario indiretto (le pensioni, sia in rapporto all’età di pensionamento, sia in rapporto agli assegni previdenziali), sia il salario sociale (la destrutturazione dei diritti servizi pubblici universali, a partire da scuola, sanità, casa e trasporti).

Allora, io credo che la nostra priorità dovrebbe essere la messa in campo un’iniziativa straordinaria, una stagione di attivazione e mobilitazione sociale proprio nella prossima primavera e nel prossimo autunno. Perché non c’è fronte democratico che possa respingere questa onda nera, questo tentativo di svolta autoritaria progressiva, se non si riesce ad innescare oggi un movimento di massa che pone al centro rivendicazioni e riconquiste sociali. La destra reazionaria costruisce senso comune, consenso, agibilità proprio per le politiche neoliberali passate e presenti, proprio perché si è destrutturato il salario sociale, si sono ridotti i salari diretti, si è stravolto la condizione della classe lavoratrice e delle classi popolari. Non è un caso che in Italia, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Cile o in Argentina, negli Stati uniti i movimenti reazionari trovino consenso nelle classi diseredate e, subalterne, talvolta persino nella classe operaia organizzata.

La prospettiva a cui noi dovremmo guardare con ansia è cioè quella del conflitto sociale, rispetto cui io qui sento disattenzione. Noi dovremmo porci l’obbiettivo urgente di una mobilitazione sociale ampia contro la svolta autoritaria in corso, capace di innescare nuovamente quella grande spinta unitaria e determinata che abbiamo visto nelle strade lo scorso autunno. Sabato e domenica scorso, lo ricordava Sinopoli, si è tenuta a Bologna una straordinaria assemblea, O re o la libertà, che ha visto insieme reti di movimento, centri sociali, associazioni e attivisti, organizzazioni politiche e sindacali. Era presente anche la CGIL e alcune nostre categorie. Quest’assemblea ha lanciato il prossimo 28 marzo un appuntamento nazionale di convergenza, proprio contro svolta autoritaria, riarmo, politiche economiche e sociali del governo. Io credo sia importante che la CGIL, tutta, stia non solo dentro quella data, ma sia protagonista nel percorso di costruzione di quella data e oltre quella data di una primavera di convergenza e mobilitazione.

Con altrettanta ansia guardo alla necessità di riaprire nei prossimi mesi una vertenza salariale generale, da una parte superando le divergenze che stanno sempre più incidendo sulla stessa struttura delle buste paga, dalla altra ponendoci l’obbiettivo di rompere il patto di fabbrica e il conseguente ingabbiamento salariale che abbiamo sperimento in questi anni. Maurizio ha segnalato nella relazione che nelle prossime settimane si aprirà un confronto con gli altri sindacati e tutte le associazioni datoriali sul tema della rappresentanza e delle regole, mettendo a verifica e cercando di rinnovare l’accordo del 10 gennaio 2014. Io credo che oggi, anche nel quadro delle relazioni che abbiamo con CISL, UIL e gli altri sindacati, l’urgenza sia piuttosto quella di far saltare il Patto di fabbrica, il riferimento all’IPCA depurata e il conseguentemente blocco salariale, il welfare contrattuale e l’inclusione nel Trattamento Economico Complessivo dei benefit. Una campagna e un’iniziativa di primavera che tenga cioè strettamente insieme questione sociale e questione democratica, salario globale e contrasto alla svolta autoritaria.  

Ritengo allora sbagliata la scelta di puntare ad una legge di iniziativa popolare sulla sanità. Nel metodo e soprattutto nel merito. Penso cioè sia in generale un errore pensare di sostituire il conflitto sociale con l’ennesima raccolta firme, centrata poi su una proposta di legge al termine di una legislatura. Però a rendermi perplesso è in particolare il contenuto della proposta che oggi discutiamo. Guardate, ritengo positivo che finalmente si ponga al centro di un’iniziativa la questione della sanità pubblica. Però questo proposta non pone semplicemente l’obbiettivo del recupero di un livello adeguato di finanziamento o di un rafforzamento dell’impianto pubblico e universale del Sistema Sanitario Nazionale. Si presenta come una legge-quadro di revisione dell’intero sistema e, da questo punto di vista, presenta due buchi, anzi due voragini. In primo luogo, al di là della parificazione contrattuale, non pone il tema del superamento, della riduzione o anche solo del contenimento della sanità privata. In questi mesi un senatore del PD, Andrea Crisanti, ha posto con nettezza l’obbiettivo politico della riduzione progressiva, sino alla scomparsa, delle convenzioni con strutture private nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale. Crisanti, un senatore non particolarmente radicale o vicino al mondo del lavoro, come sappiamo bene noi che operiamo nell’università. Davvero pensiamo di eludere questo tema, nel momento in cui avviamo una campagna sulla sanità pubblica, nel momento in cui intra-moenia e convenzioni private sono gli strumenti privilegiati da larga parte delle Regioni per ridurre le liste d’attesa e sostenere la domanda di salute delle persone? E poi, davvero pensiamo come sindacato di aprire noi una campagna generale sulla sanità, senza dire una parola che sia una sui fondi sanitari integrativi e, anzi, cancellando quei timidi vincoli che si era iniziato a delineare, a partire dalla cancellazione delle normative di favore che escludono queste quote salariali dalla contribuzione o che permettono a queste risorse di intervenire ben oltre i servizi integrativi, coprendo intervenenti sanitari. Come possiamo pensare di costruire un ampio fronte sociale di difesa della sanità pubblica senza toccare questi nodi, che stanno oggi concretamente logorando la sanità pubblica, proprio quando esplode la spesa sanitaria privata e il governo, anche con contratti separati, prova a imporre la sanità integrativa nella pubblica amministrazione?

Sono consapevole che il dibattito di questi due giorni è concentrato su altro, sull’organizzazione. E allora scusatemi, ma io credo che qui stiamo facendo proprio un errore, quello di provare a prendere tutto questo, a costruire una reazione a questa situazione di difficoltà, dal punto di vista organizzativo: risorse, strutture, perimetri contrattuali, forme e modalità della rappresentanza. Sinceramente, non riesco neanche a capire bene se qui noi stiamo discutendo di risorse, come è stato detto in qualche intervento, o stiamo rimettendo in discussione l’organizzazione della CGIL, come ho colto nelle argomentazioni di alcuni interventi.

Le Camere del lavoro. Cioè, lasciatemela dire così, io non so se tra una cabina di regia e l’altra sulle risorse si pensa di configurare le Camere del lavoro come nuovo centro regolatore. In qualche passaggio ne ho l’impressione. Non so neanche se si sta delineando la possibilità che le Camere del lavoro diventino la struttura della nostra prassi ed azione sindacale, arrivando anche ad una titolarità contrattuale estensiva. Qualche intervento mi sembra vada in questa direzione. Queste ipotesi avrebbero bisogno di un confronto approfondito. Mi si consenta una sola battuta, io ho l’impressione che le Camere del lavoro all’inizio del secolo scorso nacquero come luoghi di ritrovo e ricomposizione di un lavoro allora in larga parte omogeneo (braccianti e manodopera); oggi invece ci troviamo di fronte ad un lavoro stratificato, segmentato e professionalizzato persino all’interno di specifici settori e condizioni. Al di là di un riferimento generale dubito allora che la ritessitura dell’unità di una composizione di classe oggi assai diversa da allora possa avvenire con simili forme organizzative. Intendiamoci, sono perfettamente d’accordo sulla necessità di trasferire le risorse dove abbiamo meno incisività e impatto, dove c’è maggiore necessità di sviluppo dell’organizzazione. Io ho qualche dubbio però sul fatto che le procedure individuate, attraverso il cosiddetto costo tessera e senza tenere conto degli assetti complessivi, porti alla fine ad una partita di giro che riduca gli ordinari contributi straordinari e le extra-canalizzazioni volontarie, come è stato anche paventato in qualche altro intervento.

Non sono al centro i luoghi di lavoro e i delegati/e. In una fase di stratificazione e dispersione del lavoro, io credo che lo sforzo maggiore che noi dovremmo sviluppare debba esser rivolto a costruire strutture e prassi collettive nelle moltitudinarie e complesse realtà del lavoro contemporaneo, sforzandoci cioè di far uscire il sindacato dalle proprie sedi, dalle proprie stanze e anche Camere del lavoro. Non per ritrovarsi su una generica strada ma per strutturarsi dove c’è, agisce e si muove il lavoro. Per uscire dalle metafore, come altre volte ho sottolineato io credo che dovremmo ragionare su come sviluppare le nostre strutture diffuse, riprendere quelle che una volta erano le Sezioni sindacali, sviluppare i Comitati degli iscritti, sostenere le Rappresentanze sindacali e i Collettivi di lavoratori e lavoratrici. È lì che dovrebbe andare l’attenzione, l’elaborazione teorica, l’esperienza concreta, la sperimentazione, lo sviluppo di nuove autonomie e quindi, anche, le risorse. Quando si parla di territorio, invece, ho paura che si parli di sedi, distacchi, tutele individuali e servizi. Com’è che in tutto questo non ci capita mai di parlare dell’azione nei luoghi di lavoro, della costruzione del conflitto, della possibilità di costruire casse di resistenza? Come è che in tutto questo non capita mai di ragionare, agire, sperimentare sull’esperienza del Collettivo di fabbrica GKN, i suoi 1600 giorni di presidio e occupazione, il sostegno alla sua e alle altre esperienze simili?

Un sindacato generale del lavoro. Io credo che invece Maurizio abbia avuto molta ragione, molta, nel sottolineare oggi parola per parola la parte conclusiva del capitolo IX del nostro programma fondamentale (1996): Il patto che la Cgil intende stringere con l’insieme delle lavoratrice e dei lavoratori, iscritti e non iscritti, italiani e stranieri che essa intende rappresentare e difendere, insieme alle altre Confederazioni, si basa sui seguenti princìpi: a) La Cgil non ritiene disponibili per la contrattazione i diritti individuali e collettivi di valore universale. La Cgil si batte per garantirli, e non ritiene di essere titolare di un potere di rinuncia o di scambio sul loro riconoscimento ed esercizio. b) Tutti i lavoratori interessati, iscritti e non iscritti, devono esprimere partecipare con pareri e proposte nella definizione delle piattaforme rivendicative, e devono esprimere un mandato esplicito alle organizzazioni sindacali nella fase conclusiva delle intese. c) Tutti i lavoratori e le lavoratrici, iscritti e non iscritti, hanno il diritto di partecipare alla elezione degli organismi unitari di rappresentanza e contrattazione sui luoghi di lavoro. In tali organismi dovrà essere salvaguardato e valorizzato il diritto al riconoscimento di genere e, più in generale, al pluralismo sociale, culturale, politico. d) La Cgil, in quanto associazione volontaria di lavoratrici e lavoratori, respinge ogni forma di monopolio di rappresentanza, e ogni forma di coercizione o obbligo delle lavoratrici e dei lavoratori all’adesione o al sostegno finanziario del sindacato. Questo impianto delinea infatti un sindacato generale che non si fonda semplicemente su un’associazione di iscritti, ma su un rapporto continuo con l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, iscritti e non iscritti. Il nostro sindacato, infatti, guarda in qualche modo alla rappresentanza del lavoro collettivo nel quadro di rapporti produzione capitalistici e quindi alla trasformazione di quei rapporti.

Il rinnovato ruolo della democrazia sindacale nel contesto odierno. Allora, l’impegno e l’obbiettivo di sviluppare pienamente le RSU, il voto su piattaforme e accordo, l’elezione da parte dell’insieme di lavoratori e lavoratrici delle proprie rappresentanze, è una componente fondamentale di questo modello sindacale. Tanto più importante oggi perché nel quadro della crisi capitalistica, della contrapposizione crescente tra diverse potenze e imperialismi, della svolta autoritaria progressiva in corso nel mondo, queste pratiche di democrazia sindacale non sono solo una leva che favorisce partecipazione ed attivazione popolare, ma sono uno strumento di riaffermazione del profilo generale e trasformativo del nostro sindacato. Allora, non condivido il senso e le osservazioni di alcuni interventi oggi, che hanno sottolineato la necessità di considerare il consenso e la forza della CISL e della UIL in questi anni, l’opportunità e la prospettiva di delineare pratiche e politiche di convivenza e coesistenza con i loro altri e diversi modelli sindacali, anche a carattere associativo, a cui in qualche modo la nostra impostazione di sindacato generale deve adattarsi nelle regole e nell’azione unitaria. Non lo condivido, e per certi versi non lo capisco, perché affermare questo vuol dire non cogliere il senso di questi tempi, la straordinarietà di questa stagione internazionale (su cui spesso ragioniamo), la direzione in cui stanno andando le dinamiche politiche e sociali.

Pensare oggi ad una convivenza tra modelli sindacali, vuol dire non cogliere come la pressione sul salario globale dell’attuale capitale si intrecci con l’onda reazionaria in corso e si scarichi esattamente nella ridefinizione dei rapporti sociali, proprio a partire dai rapporti nella produzione. Vuol dire, più concretamente, non cogliere il ruolo sussidiario al capitale e subordinato al governo che oggi la CISL, l’UGL e molti sindacati autonomi stanno interpretando, proprio con l’obbiettivo di marginalizzare o ricondurre in questo alveo gli altri soggetti e modelli sindacali. Vuol dire non cogliere l’insostenibilità nel tempo della contraddizione tra l’attuale rottura sindacale tra le confederazioni e le costanti prassi unitarie nella contrattazione di molte categorie, pensando di poterla riprodurre indefinitamente senza che questo abbia conseguenze sui modelli sindacali generali. Oggi la CGIL non è sotto attacco per il profilo politico di Maurizio, è sotto attacco a partire da Maurizio proprio perché rappresentanza, anche solo in potenza, una pratica sindacale che guarda al lavoro in generale e alla sua autonomia, tanto dal governo quanto dal capitale.

Allora, e chiudo, io credo che davanti a questa drammaticità noi dobbiamo essere meno approssimativi, dobbiamo essere consapevoli dell’urgenza di sviluppare ora un’opposizione sociale di massa, dell’importanza di riaprire una vertenza salariale generale in grado di contenere e invertire l’attuale divergenza nella moltitudine del lavoro. Credo allora dobbiamo guardare la realtà e non quello che noi ci immaginiamo sia la realtà, perché altrimenti troveremo risposte sbagliate, rischiando di chiuderci in una sterile dialettica tra noi.

Luca Scacchi