Valutazioni sullo sciopero, sanità, rinnovi contrattuali: quale sindacato ci serve?

Intervento di Aurelio Macciò all’Assemblea Generale SPI CGIL, Roma, 16 dicembre 2025

Cercherò di portare un mio contributo in particolare su due questioni, ma prima credo sia opportuno spendere qualche parola in relazione alle valutazioni sullo sciopero generale dello scorso 12 dicembre contenute anche nella relazione introduttiva [di Tania Scacchetti, segretaria generale nazionale SPI].

Al di là dei dati numerici davvero incredibili – per non usare altri aggettivi – che la CGIL ha fornito sull’adesione allo sciopero, addirittura il 68% [vedi: https://www.cgil.it/ufficio-stampa/sciopero-cgil-adesione-al-68-mezzo-milione-in-piazza-b4uw10vy ], è indubbio che nelle manifestazioni di piazza abbiamo potuto riscontrare numeri di presenze di almeno la metà inferiori a quelli dello scorso anno.

Oltre ad altre ragioni, io penso però che vi siano stati due errori nella convocazione di questo sciopero. Il primo è quello della scelta della data. Uno sciopero contro il Disegno di Legge di Bilancio, se si vuole davvero dare almeno la percezione a lavoratori e lavoratrici a cui si chiede di perdere una giornata di paga che si vuole cercare realmente di incidere per modificare la manovra del Governo e non semplicemente fare un atto di testimonianza, va fatto in una data in cui è ancora in corso l’iter della definizione della Legge finanziaria, quindi al più tardi entro il mese di novembre, e non quando il percorso è ormai agli sgoccioli e anzi sui mass media vengono soprattutto evidenziate le ultime scaramucce tra i partiti della maggioranza parlamentare. Lo scorso anno, lo sciopero generale fu proclamato per il 29 novembre, e la CGIL non si fece problema a collocarlo in quella data, pur se in quella stessa data già lo avevano convocato diversi sindacati di base. Quest’anno, evidentemente senza aver imparato nulla dalla lezione degli scioperi separati del 19 e del 22 settembre, si è valutato di non convocarlo per il 28 novembre per non convergere sulla stessa data in cui lo avevano già proclamato molti sindacati di base (CUB, USB, Confederazione COBAS, ecc.).

Inoltre credo che a questo sciopero sia mancato un cuore, uno o due perni su cui impostare una efficace campagna, rimanendo a un tutto indistinto di una manovra finanziaria che invece nella propaganda filogovernativa veniva indicata come “leggera” e che abbassava la tassazione IRPEF a lavoratori e pensionati. Io penso che occorresse far perno su due questioni centrali – fatto salvo che poi le singole categorie potevano poi aggiungere temi più specifici, come ad esempio i rinnovi contrattuali ben al di sotto dell’inflazione per i pubblici. Da un lato l’ulteriore innalzamento dell’età pensionabile, sia per le pensioni di anzianità che per quelle di vecchiaia, per di più rispetto a un Governo che aveva promesso – in particolare da parte del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini – l’abolizione della legge Fornero. Dall’altro il riarmo, come da impegni assunti dal Governo nelle sedi NATO e UE, che oltre alle ragioni etiche hanno e avranno un effetto sugli ulteriori tagli alla spesa sociale, su sanità e istruzione pubbliche, su salari e pensioni, su lavoro e ambiente.

Per quanto riguarda l’ipotesi di proposta di legge di iniziativa popolare sulla sanità che la CGIL intenderebbe intraprendere, dico innanzi tutto che non sono ostile in sé al tipo di strumento, ma credo che si tratti di verificarne il possibile utilizzo nel contesto in cui si colloca. E qui stanno i problemi.

Da un lato riprenderemmo con una raccolta di firme quando una vera riflessione su quella che è stata la stagione referendaria, che ha impegnato l’organizzazione per un anno e mezzo, non c’è stata. Sostanzialmente abbiamo velocemente derubricato la questione.

Dall’altro si tratta di capire se la l.i.p. sia un effettivo strumento di una vertenza sulla sanità, con le sue necessarie articolazioni su temi specifici e sui territori. Di una vertenza generale sulla sanità ce ne sarebbe bisogno, ma allora più che di una l.i.p. occorrerebbe invece avere una piattaforma, ma costruita e partecipata, come si dovrebbe fare in un percorso di vertenza. Un percorso partecipato che invece non è stato messo in campo. Tra due giorni è convocata l’Assemblea Generale nazionale CGIL dove si dovrebbe forse approvare il testo della l.i.p., che avrebbe dovuto a mio avviso avere una larga e preventiva discussione. Invece il testo che verrà presentato è conosciuto solo agli alti livelli della nostra organizzazione.

Da quel che più o meno si è riusciti a sapere su quel che è circolato sinora, il testo contiene anche elementi positivi. Ad esempio l’obiettivo del raggiungimento di una spesa sanitaria nazionale pari al 7,5% del PIL, anche se occorrerebbe però ricordare che la legge 833/78, all’origine, non poneva limiti di spesa ma aveva come cardine il bisogno sociale di salute. Oppure la definizione dello scorporo della sanità dalle materie in cui sia possibile l’autonomia differenziata.

E però vi sono altre criticità. Soprattutto, nonostante l’introduzione di alcune migliorie, viene riaffermato il mantenimento della sanità integrativa. Ricordo che nel nostro Documento congressuale alternativo de “Le Radici del Sindacato” abbiamo indicato una totale contrarietà alla sanità integrativa, perché porta con sé una visione corporativa, mutualistica (nel senso delle vecchie mutue) e non universalistica della sanità. Adesso però, come ha anche accennato Tania Scacchetti nella sua relazione, sembra che verrà cancellato completamente dal testo l’articolo 11, cioè addirittura non verrebbe più affrontato nel testo il problema della sanità integrativa.

Inoltre nel testo vengono sostanzialmente accettati gli indirizzi contenuti nella Legge Delega 33/2023 sulla non autosufficienza. E qui ricordo che i problemi non derivano solo dai decreti attuativi ma dalla legge stessa, in particolare per la separazione tra sistema dell’assistenza e il SSN, e poi perché è la stessa legge a prevedere che “dall’attuazione delle deleghe … non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, quindi escludendo risorse aggiuntive.

Infine, per quanto riguarda i gruppi di lavoro istituiti a livello confederale su risorse e perimetri, evito di intervenire per brevità dei tempi su un tema che qui suscita molte passioni, quello sulle risorse. Credo però che dovremmo occuparci anche del problema dei perimetri contrattuali, auspicando che si possano risolvere le tante situazioni di dumping contrattuale che non derivano solo dai cosiddetti “contratti pirata” ma anche da dinamiche interne alla nostra stessa organizzazione, quando si sono determinate in rinnovi contrattuali di questi ultimi anni condizioni di “furto” di settori e professionalità tra categorie, ad esempio tra CCNL dei settori edilizia e CCNL metalmeccanici oppure tra CCNL delle università private e CCNL del commercio. Esiste poi il problema dell’utilizzo sempre più esteso del CCNL Multiservizi.

Ma qui il tema, più in generale, è se continua o meno a sussistere un modello sindacale di tipo confederale, perché negli ultimi anni abbiamo verificato una incapacità di governo confederale dei rinnovi contrattuali. Siamo andati dai 385 euro – e non sto sostenendo che hanno ottenuto troppo – nel rinnovo contrattuale dei bancari ad altri, come da ultimo con il contratto dei metalmeccanici, che hanno visto il sostanziale allungamento del periodo contrattuale a 4 anni. Ad altri ancora in cui la retribuzione dei livelli più bassi sono rimasti sotto la soglia dei 9 euro. 9 euro che, da quando se ne parla come soglia al di sotto della quale non si dovrebbe andare per un salario minimo, nel frattempo per via dell’inflazione dovrebbero essere diventati almeno 10 euro.

Più in generale, non possiamo affermare in ordine sparso di voler superare l’IPCA – NEI (al netto dei prezzi dei prodotti energetici importati) quando contemporaneamente, come CGIL, non togliamo la firma dal Patto per la Fabbrica, dove appunto gli eventuali adeguamenti salariali non possono superare tale indice.

Aurelio Macciò