Una discussione franca. Io partirei da qui, dalla richiesta nella relazione di Maurizio [Landini, segretario generale CGIL, ndr] di una discussione libera e approfondita. Lo ringrazio, perché credo ce ne sia bisogno. Soprattutto per capire come proseguire la nostra iniziativa, dopo non aver raggiunto il quorum e quindi la sconfitta dei referendum, come sviluppare la mobilitazione contro questo governo e contro le politiche padronali che io credo che oggi siano in qualche modo ad un passaggio importante del loro percorso.
Allora, io parto da qui, parto dalla frammentazione. In questi mesi, proprio in questi ultimi mesi in cui abbiamo sviluppato la nostra campagna referendaria nel dibattito pubblico e nella comunicazione di massa, noi abbiamo visto una profonda divisione del lavoro, accompagnata da un’evidente divergenza della nostra azione rivendicativa nei diversi settori del lavoro. Lo scorso 29 novembre noi abbiamo tenuto uno sciopero generale che, dopo quelli scompaginati del triennio precedente, ha dato un primo segnale di convergenza, ha visto riprendere un’opposizione sociale in una dinamica generale e centrata su lavoro. Lo sappiamo, è stato uno sciopero complicato, con partecipazioni e adesioni contradditorie, ma per la prima volta da diversi anni (almeno dal 2015) si è innescato un processo di attivazione generale, che ha provato a rivolgersi e a coinvolgere l’insieme del lavoro. Allora, anche nelle piazze del 29 novembre, noi dicemmo che non sarebbe stato uno sciopero isolato, che avremmo provato a proseguire e sviluppare quell’iniziativa generale nei mesi successivi. Così non è stato. In questi mesi noi abbiamo partecipato o abbiamo attivato molteplici lotte sociali, scioperi e mobilitazioni, ma queste iniziative sono state segnate da un’ampissima divaricazione di questioni, temi e comportamenti tra categorie e settori del lavoro.
In questi pochi minuti, ricordo solo alcuni elementi più evidenti di un panorama complesso. Nella relazione, sono stati ricordati i molteplici scioperi articolati dei metalmeccanici per il rinnovo del loro CCNL. Scioperi, tra l’altro, segnati in controtendenza da un’unità sindacale tra FIM FIOM e UILM che persiste nel tempo, in una vertenza che ha al suo centro la questione salariale, nel senso della distribuzione di ricchezza e produttività oltre l’inflazione IPCA (recuperata con una sorta di meccanismo ritardato e annuale di adeguamento dei salari, che ha già agito nel triennio passato di esplosione dell’inflazione). In questi mesi abbiamo visto svilupparsi la vertenza delle TLC, che ha sempre al centro il salario, in un CCNL però scaduto dal 2022 e con l’obbiettivo di ripristinare il potere di acquisto perduto in questi anni, in una dinamica intrecciata con i profondi riassetti produttivi in corso e la necessità di politiche industriali e regolatorie oggi mancanti. Abbiamo un contratto separato nelle Funzioni centrali della pubblica amministrazione che ha certificato la perdita strutturale di oltre il 10% del proprio salario reale in questi settori nel triennio 2022-2024 [e proprio nelle ore successive è arrivata la notizia della firma di un parallelo contratto separato nella Sanità, ndr], mentre negli altri comparti del pubblico impiego il rinnovo di quel triennio è sostanzialmente bloccato. Maurizio stesso, nella relazione, ricordava la firma recente del CCNL Multiservizi, che ha visto però un’inedita separazione, cioè la scelta di Confindustria e dei suoi associati di non firmarlo. Nel contempo, ricordo che in un’Assemblea generale di qualche mese fa il segretario generale della FILCAMS ci ha sottolineato come la sua categoria stesse attraversando una stagione straordinaria di rinnovi contrattuali, con la conquista di contratti fermi da anni e avanzamenti significativi. Io ho personalmente una valutazione diversa sul merito di diversi di quei rinnovi, a partire da quello della Vigilanza privata ma non solo, sia in relazione agli aumenti salariali sia in relazione ad alcuni aspetti normativi (dall’estensione in alcuni settori al precariato), ma questa è un’altra discussione. In ogni caso, la categoria ha un vissuto di questo periodo mi sembra in profonda controtendenza con gli altri settori prima ricordati. Ed anche nei trasporti, nella chimica, nell’edilizia la stagione contrattuale, oltre che essere unitaria, è vissuta dalle nostre categorie e nella dinamica sociale con meno conflittualità e con soluzione molto diverse, sia in relazione alla difesa del potere di acquisto sia rispetto alcune soluzioni relative all’orario o all’organizzazione del lavoro.
In questi mesi, cioè, in cui abbiamo provato a portare la questione generale del lavoro al centro dell’agenda del paese, nel contempo abbiamo visto divaricarsi le condizioni del lavoro, in relazione alla difesa del potere d’acquisto, alle declinazioni normative, all’organizzazione del lavoro fra diverse realtà e diversi settori. Guardate, lo segnalo perché io ricordo, a proposito di bilanci e la necessità di discussioni esplicite, che nell’autunno 2022 tenemmo a Bologna un’assemblea nazionale dei e delle delegati/e, per tentare di portare a coordinamento le politiche contrattuali e le vertenze su salario e precarietà in questo paese. A me pare evidente che questo non sia stato il segno prevalente dell’ultima stagione contrattuale, al contrario segnata come mai prima da divisioni significative nelle stesse tempistiche contrattuali, nei meccanismi di adeguamento all’inflazione, nella struttura del salario o nel tempo di lavoro. Allora, credo utile che di questo prendiamo atto e che assumiamo anche questo dato, anche questo problema, anche questo fallimento nella discussione di oggi. La scomposizione del lavoro in una moltitudine di condizioni e cicli di lotta ci parlano infatti di una difficoltà reale che segna la nostra azione, la nostra prospettiva e anche la stessa campagna referendaria. Le differenze e le divaricazioni nelle vertenze del lavoro si riflettono infatti anche nelle rappresentazione collettive e nell’identità di lavoratori e lavoratrici che si costruiscono all’interno di quelle vertenze, nelle capacità che abbiamo di costruire il lavoro come un soggetto unitario nel confronto con il governo e con il padronato.
Guardate, io penso che la stratificazione del lavoro sia oggi reale, profonda e quindi complessa da affrontare: non penso la si possa risolvere semplicemente sul piano della linea politico sindacale (sul piano delle parole d’ordine, della comunicazione e delle rivendicazioni), non penso si possa risolvere semplicemente sul piano organizzativo, modulando in modo diverso od innovativo orizzontalità e verticalità, territori e categorie. Io lo vedo anche nel mio piccolo mondo delle università e della ricerca. In questi mesi chi ha seguito questi settori ha presente le mobilitazioni e le vertenze che lo hanno segnato sul fronte del precariato. Gli stati di agitazione e le assemblee precarie negli atenei, l’occupazione del CNR e le iniziative dei Precari Uniti nella ricerca. Mobilitazioni che sono partite da una stessa situazione (la bolla del precariato gonfiata dal PNRR) e contro una stessa politica (la moltiplicazione delle figure atipiche proposta da Bernini e Meloni con il ddl 1240), ma che sono viaggiate parallele, due mondi che non si toccati nemmeno all’interno di un’unica categoria. Non è stato semplicemente un problema di volontà o un limite della linea FLC, è stato soprattutto il risultato di una divaricazione di rappresentazioni e identità che oramai caratterizza questi due settori, come molte altre realtà del lavoro. Abbiamo cioè vissuto una nostra difficoltà a far dialogare realmente percorsi di mobilitazione, soggettività di lotta e anche le stesse rivendicazioni, nonostante i tentativi che abbiamo fatto. Sono fratture, molteplicità, difficoltà che possiamo vedere anche in una serie di altre mobilitazioni che ci hanno accompagnato in questi mesi, fa quelle contro il DDL Sicurezza (l’assemblea a Sapienza lo scorso novembre e la rete liberi di lottare, le dinamiche della manifestazione del 26 maggio e quelle del 31), ma che possiamo vedere anche nelle difficoltà e nelle divisioni del prossimo 21 giugno, dei cortei contro guerra, riarmo e genocidio.
Mi sono dilungato su questo aspetto della divisione del lavoro, perché io credo che qui oggi la Cgil misuri uno dei suoi limiti principali. Noi stiamo accompagnando queste divisioni nella nostra concreta prassi sindacale e questo ha conseguenza anche sulla campagna referendaria e sui risultati che abbiamo avuto. Da questo punto di vista, l’elemento che più mi ha sorpreso del risultato referendario è stata la diffusa reazione del gruppo dirigente complessivo dell’organizzazione, quando è emersa l’effettiva dimensione della partecipazione al voto domenica sera. La delusione e persino la rabbia è stata tanta. Nella percezione diffusa dell’organizzazione c’era l’idea che il 40% fosse alla nostra portata e anzi che fosse superabile. E nel momento in cui sono usciti i dati, la reazione si è espressa anche in forme e modalità che giudico non solo inopportune, ma profondamente sbagliate (scaricando su lavoratori, lavoratrici ed elettori le responsabilità della sconfitta). Questa percezione errata dei risultati possibili ci parla della nostra difficoltà a comprendere, persino a vedere, l’insieme del lavoro e l’insieme della società. Non abbiamo visto arrivare questo risultato: un segnale che siamo un’organizzazione di massa, forse l’unica rimasta nel paese, ma che evidentemente oramai il lavoro è così stratificato che comunque per noi è difficile cogliere la sua complessità. L’impressione mia è cioè che noi non abbiamo visto arrivare questo risultato perché in qualche modo abbiamo delle difficoltà a leggere una società scomposta e sconnessa. Questo dato, in ogni caso, ci parla anche dei limiti che hanno segnato la nostra campagna referendaria, delle difficoltà e dei problemi nella nostra comunicazione sociale, della fatica che facciamo ad uscire dalle bolle delle nostre realtà sociali, del nostro campo politico, delle nostre relazioni sociali.
Guardate, lo dico anche rispetto alcune letture del voto. Forse anche per deformazione professionale, sono un ricercatore sociale, io sarei più prudente di Maurizio [Landini, ndr] nell’uso e nell’interpretazione di alcuni dati, raccolti o non raccolti con il metodo Wosm (non mi è chiaro, non mi sono chiari metodo, soggetti coinvolti, tempi di raccolta). Credo che su questo sia necessario approfondire, e molto, senza cadere in percezione impressionistiche o affrettate. Tenendo anche conto che hanno votato complessivamente (tra Italia, Valle d’Aosta ed estero) circa 15,3 milioni di persone e nel 2022 i voti al campo politico delle attuali opposizioni (da Unione popolare e PCI sino ad Azione ed Italia Viva) sono stati quasi 14,9 milioni. Certo, non c’è una piena identità (Quanti nostri iscritti o lavoratori/lavoratrici elettori di destra sono andati a votare? Quanti, al contrario, pur essendo nel campo delle opposizioni, non hanno condiviso la campagna referendaria e si sono astenuti? Quanto abbiamo recuperato da astensione?). Però, i numeri sono troppo simili per non indicare una larga sovrapposizione, tenendo conto anche dei NO e della loro distribuzione geografica. Io ho questa impressione e sarà da verificare, appunto, in un’analisi più approfondita della partecipazione e del voto. Il problema di oggi, in ogni caso, è cosa fare davanti a questa situazione. Da questo punto di vista, in conclusione, io ho una sollecitazione e un dubbio.
Prima la sollecitazione: convergenza e conflitto. Io credo che noi dovremmo ripartire non solo dai 13 milioni di SI e dai 15 milioni di votanti, ma dovremmo ripartire proprio dallo sciopero del 29 novembre 2024. Innanzitutto, perché noi abbiamo detto e ripetuto che avremmo tenuto un elemento di continuità e di sviluppo di quell’iniziativa. Non lo abbiamo fatto, non recuperiamo questa mancanza a sei mesi di distanza come se nulla fosse, ma quello per noi è stato l’ultimo tentativo di dare una dimensione generale e complessiva alla nostra iniziativa di mobilitazione. Per forza dobbiamo ripartire da lì. Penso sia utile ripartire dal 29 novembre anche perché, per una serie di condizioni fortunate del calendario e delle dinamiche politiche più che un’esplicita intenzione dei diversi soggetti, quello sciopero andò oltre noi, oltre la CGIL e la UIL. Nella convocazione e nelle piazze in quella data si incontrarono diverse organizzazioni, diverse realtà, diverse soggettività sociali, sindacali e politiche. Fu, cioè, un’occasione di conflitto, di convergenza e di coalizione. Almeno, nelle date e nell’opposizione a governo e padronato. Quell’occasione, allora, rappresenta oggi un’esperienza e ci offre una prospettiva di come tentare di riunificare conflitti e vertenze della moltitudine del lavoro, ci sollecita a cercare oggi una ripresa e una prosecuzione del conflitto praticando convergenze e coalizioni.
Qui il dubbio: io non credo che la risposta oggi possa essere semplicemente portata sul piano organizzativo o su quello di una generica azione di propaganda verso i 13 milioni di SI. A me sembra una scorciatoia pericolosa quella di prospettare queste vie di uscita, che non si confrontano in realtà con la stratificazione e la disorganizzazione del lavoro. Tre anni fa abbiamo tenuto una conferenza di organizzazione e le sue principali decisioni, attuate in una successiva Assemblea generale, sono state poi ribadite e riassunte nel congresso dell’anno successivo. Si indicava allora la prospettiva di riunificare il lavoro sul piano organizzativo, attraverso nuovi organismi come le assemblee territoriali di delegati/e ed una nuova centralità, anche se non soprattutto nelle risorse, delle Camere del lavoro. Nessuna di queste cose, nonostante le delibere attuative e nonostante il congresso, è stata realizzata o anche solo sperimentata concretamente in qualche realtà. Io credo non sia un caso e credo che, in ogni caso, dobbiamo capire perché questo non è successo. Io penso che queste risposte non tengano in considerazione la reale stratificazione del lavoro, risultino astratte e vuote rispetto ai rapporti di produzione, alle relazioni sociali e alle dinamiche vertenziali che vivono lavoratori e lavoratrici. Le Camere del lavoro le vedo sostanzialmente focalizzate sui servizi e le tutele individuali. Una nostra azione di comunicazione, propaganda, relazione con il campo referendario dei votanti, non vedrebbe protagonista una dimensione collettiva di riflessione e di azione, ma solo una nostra proposta senza terreni concreti di sviluppo e autorganizzazione. Io penso, invece, che noi dobbiamo approfondire l’analisi e la consapevolezza di come si sia trasformata l’organizzazione e la composizione del lavoro, tornando a strutturarci nei rapporti di produzione e nei suoi conflitti. Dobbiamo confrontarci e fare i conti con le divisioni che dentro i luoghi di lavoro ci sono. Io lavoro all’università e ho appunto vissuto in questi mesi la differenza e le divaricazioni tra docenti universitari, tecnici amministrativi e bibliotecari, precari della ricerca e della didattica, appalti e servizi. Io credo che dobbiamo tornare ad organizzarci in queste diverse pieghe e realtà e, la dico così, più che prospettare contrattazioni di sito, dovremmo forse provare a sviluppare percorsi di coalizione, anche al nostro interno, in grado di ritessere un’unità del lavoro nelle prassi sindacali, nelle vertenze e nelle rivendicazioni agendo in coalizione anche fuori di noi, con chi ci sta sulle singole battaglie. Tutto questo, più che Camere del lavoro o categorie, pone forse la necessità di dare più ruolo, politico e organizzativo, alle nostre strutture sindacali nei luoghi di lavoro e nelle sue diverse pieghe: risorse, poteri, autonomia a delegati/e, ma forse anche alla ricostruzione di nostre specifiche strutture in quelle realtà (le sezioni sindacali?), ripensando strategie, prassie e quindi centri organizzativi della nostra azione sindacale.
Quindi, e chiudo, io credo giusto cogliere la prospettiva di una discussione da fare, che ci ha proposto Maurizio nella relazione. Coinvolgendo strutture, delegati/e, assemblee territoriali e anche quei soggetti che ci hanno accompagnati in questi anni. Forse utile definire con maggior chiarezza i percorsi, se svolgere il confronto sul lato programmatico o su quello organizzativo, capendo quindi ambiti e percorsi della discussione.
Io però credo che sia importante non fermare la mobilitazione. La CGIL non deve adesso ripiegarsi in un confronto interno, inevitabilmente più o meno collegato al prossimo congresso e agli assetti futuri del gruppo dirigente, ma anzi sia fondamentale tessere da subito la ripresa della mobilitazione e della convergenza dei cicli di lotta. Subito, il prossimo 21 giugno organizzando una partecipazione di massa e della CGIL al corteo contro guerra, genocidio e riarmo europeo. Il prossimo autunno, da settembre, io credo sia proprio necessario un nostro salto qualitativo, una soluzione di continuità, in qualche modo una svolta: io credo necessario un percorso di mobilitazione generale che metta al centro salario, precariato, contrasto al riarmo e all’austerità sociale, provando a costruire una convergenza tra le nostre diverse vertenze di settore (metalmeccanici, pubblici, Istruzione e ricerca, TLC, ecc) e ritessendo una piattaforma generale che provi a ricostruire rivendicazioni e prassi di un’opposizione sociale in questo paese. Perché qualunque soluzione programmatica o organizzativa elaboriamo tra noi, queste io credo debbano innanzitutto essere verificate nella pratiche di lotta e conflitto in una stagione di crisi, competizione e guerra che vede protagoniste progetti reazionari e offensive padronali contro il salario globale e i diritti del lavoro.
Luca Scacchi