Appunti dell’intervento di Luca Scacchi all’ Assemblea generale FLC CGIL, 11 giugno 2025.
Il risultato della consultazione referendaria, come riconosciuto dal segretario generale della CGIL, non è stato quello voluto e cercato dalla nostra organizzazione: il raggiungimento del quorum, il cambiamento, dal basso e attraverso la partecipazione delle normative su licenziamenti, precarietà e sicurezza nel lavoro. Per una grande organizzazione come la CGIL, infatti, non può essere sufficiente arrivare a porre un tema nell’agenda politica del paese. La vittoria ai referendum era improbabile, in una dinamica sganciata da movimenti e consapevolezze di massa, soprattutto da quando è sparito (forse non casualmente) il quesito sull’autonomia differenziata, arrivato successivamente sull’onda di una fulminante raccolta firme estiva. Un voto sul Ddl Calderoli avrebbe assunto un’irresistibile valore generale, al contempo socialmente trasversale e politicamente centrale per l’attuale maggioranza reazionaria. Senza questo tema, sin dall’inizio di questo percorso, la fragilità e i rischi della strategia referendaria erano evidenti. La discussione è comunque stata fatta allora, il mio voto contrario l’ho espresso nell’Assemblea Generale CGIL e la conoscete. Il punto, allora, è cosa apprendiamo oggi da questo percorso e come andiamo avanti.
Di fronte ad un risultato negativo, la prima cosa è capire cosa è successo per cambiare quanto si è sbagliato, anche quando le nostre responsabilità dirette siano limitate o addirittura inessenziali. Questo atteggiamento è parte della nostra storia: ce lo ricordava infatti Giuseppe Di Vittorio, quando segnalava che se la responsabilità di una sconfitta è tua anche solo per un quota minimale, è da lì che bisogna partire. Questo discorso non era semplicemente metodologico, astratto, ma ha segnato la reazione della CGIL ad una delle sue più significative sconfitte, il risultato alle elezioni della Commissione interna della FIAT, a Mirafiori, nel 1955[1]. La segreteria CGIL, la FIOM e la Camera del lavoro di Torino non diedero la responsabilità di quel risultato alla classe operaia, alla sua rassegnazione e alla sua subordinazione. Non tirarono nemmeno in campo l’autoritarismo di Valletta, i licenziamenti e i reparti confino, che pure ci furono, furono pesanti e giocarono un ruolo in quel risultato. La riflessione di allora, una riflessione che ebbe un peso sul decennio successivo, fu in primo luogo sulla propria prassi e organizzazione, su come queste avevano contribuito a segnare un momento di difficoltà e scollamento nel rapporto con lavoratori e lavoratrici. Così, la riflessione riguardò la centralizzazione contrattuale e organizzativa nel decennio precedente e quel risultato fu l’occasione perché le proposte della prima conferenza di organizzazione di qualche mese prima si dispiegassero, dando centralità ai luoghi di lavoro nella prassi sindacale (la contrattazione decentrata) e nell’organizzazione (le sezioni sindacali).
Ricordo questa esperienza storica perché mi ha colpito la reazione di diversi attivisti e dirigenti al risultato referendario. Sui social, ma non solo, si è innescata spontaneamente una tendenza ad attribuire la responsabilità della sconfitta a lavoratori e lavoratrici che non sono andati a votare. Oppure, si è sottolineata la responsabilità di governo ed istituzioni, della maggioranza politica e dei suoi esponenti, nel boicottare il referendum e il voto. Questa azione era in realtà scontata da parte di una destra reazionaria. Comprendo lo scoramento, dopo l’impegno e anche le aspettative delle ultime settimane, forse alimentate con troppa facilità anche tra noi. Comprendo la delusione, ma è stata una reazione sbagliata, dannosa, proprio perché non ci aiuta a capire come quelle aspettative errate si siano potute diffondere e non ci aiutano, soprattutto, a sviluppare la nostra azione, usando anche l’esperienza di questo risultato negativo.
I risultati non sono definitivi, ma sono consolidati. Hanno votato 15,3 milioni di persone, intorno al 29,9%. Il 30,6% in Italia (quasi 14,1 milioni), il 23,8% all’estero (quasi 1,3 milioni). Nel 2022, alle ultime elezioni politiche, nei collegi per la Camera dei deputati di Italia, Valle d’Aosta (uninominale) ed Estero avevano votato per le forze dell’attuale maggioranza circa 12,60 milioni di persone, per le forze dell’attuale opposizione (diciamo, il suo campo esteso, comprendente Azione, Italia Viva, Europa+, PD, 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, ma anche De Maio, Unione Popolare e PCI) i voti furono invece quasi 14,9 milioni, senza contare altre liste (Italexit, ItaliaSovranapopolare, Cateno De Luca, ecc). Lo sappiamo, la destra è maggioranza parlamentare, non maggioranza nel paese. La partecipazione a questi referendum e il voto al campo esteso dell’opposizione allora quasi si sovrappongono, tutto sommato anche nelle scelte sul merito dei quesiti (da 1,85 a 2,21 milioni i No a quelli sul lavoro, oltre 5,1 a quello su cittadinanza). La stessa distribuzione territoriale della partecipazione al voto sembra congruente con questa lettura (protagonisti Toscana ed Emilia, ultime Calabria e Sicilia). Dai seggi, comunque, molti rappresentanti hanno riportato l’impressione di un voto soprattutto giovanile e anziano (vedremo se ci saranno analisi che confermano questa impressione).
Questi dati, allora, mi sembrano dicano due cose. Primo, è sostanzialmente fallito uno degli obbiettivi che hanno esplicitamente sotteso la campagna della CGIL: riportare al voto una parte significativa dell’astensionismo del paese, riattivando sulle questioni del lavoro chi ha abbandonato il campo della partecipazione, riportando nel dibattito pubblico interessi e appartenenze sociali. Questa azione, giocata nei luoghi di lavoro (assemblee) e nei territori (volantinaggi a mercati, fiere e quartieri), non sembra aver avuto un impatto importante. Forse, ma su questo sarà utile una riflessione più approfondita, anche perché il generoso e diffuso attivismo delle strutture è stato soprattutto delle ultime settimane, forse anche un po’ improvvisato e confuso. Secondo, in ogni caso non si è riusciti a uscire dal nostro campo di azione, superando le proprie bolle di riferimento (le realtà sindacalizzate, l’attivismo sociale, il campo esteso dell’opposizione politica). Anzi, forse proprio il permanere di questo perimetro ha innescato l’impressione di una significativa partecipazione al voto (intorno od oltre al 40%, in crescita nelle ultime settimane), che così tanto ha pesato sulla delusione di questi giorni. In qualche modo, è proprio questo un segnale di un qualche scollamento con l’insieme del lavoro.
Il dato di questa stagione è infatti quello della stratificazione del lavoro. La classe lavoratrice non è semplicemente divisa da condizioni diverse, ma oramai sembra compartimentata tra diverse situazioni, identità e persino cicli di lotte, che nella diversificazione di tempi, temi e modalità contribuiscono a frammentare anche appartenenze e coscienze collettive. Il lavoro, cioè, è oggi una moltitudine. Lo abbiamo visto proprio in questi mesi. Pensiamo alla vertenza dei metalmeccanici sul CCNL, focalizzata sul recupero salariale oltre l’inflazione e la redistribuzione della produttività, che arriva in questo mese all’ennesimo sciopero unitario nei territori. Una dinamica che, in qualche modo, attraversa altri settori (ferrovie, telecomunicazioni o multiservizi). Invece, nei pubblici abbiamo un contratto separato nelle Funzioni centrali (Cisl e autonomi da una parte; CGIL, UIL e sindacati di base dall’altra), una situazione impantanata negli altri comparti, senza la capacità di portare avanti nessuno sciopero di settore dopo quello dello scorso 31 ottobre della conoscenza (nonostante la perdita di oltre il 10% del salario sull’inflazione di questi anni). Allo stesso tempo, nel commercio, nei servizi e nei trasporti si è sottoscritto tantissimi contratti, alcuni dei quali bloccati da anni, in una fase che le nostre categorie di settore valutano straordinaria (con eccessiva generosità e forse qualche errore, a mio parere, tenendo presente i livelli salariali bassissimi, gli aumenti comunque limitati, le pesanti situazioni normative di alcuni, come ad esempio la Vigilanza privata ma non solo). Lo abbiamo visto anche da noi, in FLC: pensiamo alle differenze degli aumenti nell’ultimo rinnovo del CCNL Istruzione e ricerca, penso alla difficoltà che ho visto a collegare le mobilitazioni del precariato con le altre componenti del lavoro universitario (docenti e personale tecnico amministrativo), nonostante rivendicazioni unificanti (le risorse, il piano straordinario di allargamento degli organici e stabilizzazione, rivolto all’insieme del lavoro). La disarticolazione è sempre più evidente e noi stessi (la CGIL, la nostra contradditoria azione contrattuale, l’incapacità di rilanciare unitariamente temi e cicli di lotta) abbiamo in fondo accompagnato questa disarticolazione, senza riuscire a invertirne il segno.
Allora, adesso? Questa la domanda che ci ha rivolta Gianna nella sua relazione [Fracassi, segretaria generale FLC, ndr]. Guardate, non mi convincono alcune ipotesi che sento circolare in CGIL, che in realtà circolano da tempo nel dibattito e persino nei documenti dell’organizzazione. Non mi convince l’ipotesi di riconquistare spazio e ruolo sindacale attraverso un’azione focalizzata sui tavoli contrattuali, volta a cercare una cogestione della crisi, della transizione ecologica e della nuova fase di competizione internazionale con alcuni supposti settori intelligenti del capitale, spaccando così il blocco sociale dell’avversario e riconquistando con questa dinamica un’unità sindacale nella prassi concreta. Non mi convince, perché riproduce per l’ennesima volta la strategia del patto tra produttori, in un contesto in cui i margini di cogestione sono erosi esattamente dalla profondità degli squilibri economici e della dinamica generale di contrapposizione tra blocchi continentali in formazione. Non mi convince nemmeno l’ipotesi di riunificare il lavoro sul terreno organizzativo, vissuta anche nella scorsa Conferenza di Organizzazione e nei suoi documenti, attraverso Assemblee territoriali astratte da vertenze comuni o attraverso un nuovo ruolo delle Camere del lavoro, oggi in realtà sempre più focalizzate sui servizi. Non mi convince, perché la stratificazione del lavoro è reale ed è profonda, non esiste più quell’ampio ed indistinto proletariato rurale che aveva retto lo sviluppo delle Camere del lavoro di fine Ottocento. I percorsi di ricomposizione non si risolvono sul terreno delle forme, ma devono affrontare le prassi.
Allora, penso che dobbiamo ripartire dallo sciopero generale dello scorso novembre. Da lì, ancora prima che dai 15 milioni di votanti e 13 milioni di SI dei referendum. Perché il nostro obbiettivo è proprio quello di ricomporre conflitti, identità e quindi condizioni della moltitudine del lavoro. La battaglia referendaria è stata un passaggio di questo cammino (più o meno efficace, le valutazioni possono essere e probabilmente sono diverse tra noi): il nostro obbiettivo però ora non può limitarsi ad esser quello di tenere insieme questo fronte politico-sociale, come in qualche modo prova il PD in queste ore, sottolineando i voti dei SI rispetto a quelli della destra reazionaria nel 2022, proprio per rivendicare la prospettiva politica di un campo largo come possibile alternativa di governo. Lo scorso novembre, quando abbiamo costruito uno sciopero generale che ha iniziato a fare presa nel paese (pur con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà, un segnale diverso dagli scioperi scompaginati dello scorso triennio), avevamo detto che quello sciopero non sarebbe stato isolato, che avremmo proseguito e costruito una nuova stagione di conflitto, addirittura abbiamo detto una nuova stagione di rivolta sociale. Lo abbiamo detto, abbiamo fatto fatica a praticarlo (al di là del voto come nostra rivolta). Anzi, in questa primavera abbiamo accompagnato la disarticolazione delle iniziative tra le categorie. Io credo che qui, proprio dall’esperienza referendaria, dobbiamo cogliere l’occasione di un cambio di passo.
È un tempo di conflitto, è un tempo di convergenza. La ricomposizione del lavoro io credo che passi per una ricomposizione dei conflitti, delle prassi vertenziali e quindi anche delle prassi sindacali che portiamo avanti. Il problema non è costruire nuovi livelli o centralità organizzative, le Assemblee territoriali o le Camere del lavoro, il problema è ricostruire nei diversi luoghi di lavoro obbiettivi, iniziative e pratiche che siano in grado di rimettere insieme, fianco a fianco, i diversi lavoratori e lavoratrici che popolano quelle realtà. In questa campagna elettorale ci è capitato di farlo, forse senza rendercene conto, nella sovrapposizione delle mille iniziative e dei mille volantinaggi di queste settimane. Nella lotta del precariato universitario di questi mesi, abbiamo sperimentato un’esperienza e una prassi sindacale diversa, costretti forse dalle condizioni e dalla forze che avevamo. Abbiamo, cioè, costruito coalizione tra componenti, soggetti e soggettività diverse (noi, altre organizzazioni sindacali, associazioni del precariato e della docenza, assemblee e coordinamenti di ateneo), interpretandoci come parte di parte, cercando di sviluppare reti, occasioni di convergenza, percorsi comuni che hanno guardato allo sviluppo di un opposizione sociale più che al diretto protagonismo, o controllo, della nostra categoria. Pensando che l’autorevolezza e il ruolo generale del sindacato lo potessimo giocare proprio a partire dalla radicalità della nostra proposta e dall’unità delle iniziative di mobilitazione (nella pluralità, appunto, di punti di vista, strategie e specifiche rivendicazioni). Un esperienza che è anche di altre realtà [ad esempio, pensiamo a quello che ci ha raccontato un altro intervento di oggi, sulla rete 4 giugno contro il dimensionamento scolastico a Torino]. Io credo che il prossimo autunno noi dobbiamo provare ad allargare, consolidare e generalizzare queste esperienze di rete e coalizione, quelle che abbiamo costruito nella campagna referendaria e quelle che abbiamo costruito nei conflitti di questi mesi (il precariato universitario, il dimensionamento scolastico, il movimento contro il Ddl sicurezza o contro il genocidio a Gaza). Dobbiamo sviluppare un autunno di conflitto su salario e precariato, contro la guerra e il riarmo, proseguendo e perseguendo lo sviluppo di un’opposizione sociale e la ricostruzione di una vertenza generale del lavoro. Penso che tutto questo possa, e debba, ripartire anche dal 21 giugno, il corteo contro riarmo, genocidio e autoritarismo promosso appunto da una rete di associazioni, realtà e movimenti, in cui la FLC e la CGIL devono esserci, dall’organizzazione dei pullman nei territori alla chiamata di lavoratori, lavoratrici, RSU dei posti di lavoro con i propri striscioni e spezzoni nel corteo.
Infine, posso dire un’ultima cosa? In tutto questo, il congresso immediato mi sembrerebbe un errore. Sento le voci, i sussurri e le tentazioni che circolano nell’organizzazione. Proprio quando dovremmo dispiegare il confronto, ma anche la sperimentazione di pratiche per sviluppare un’opposizione sociale di massa alle politiche reazionarie di governo e padronato, temo che una chiamata immediata di un’assise congressuale si rivelerebbe semplicemente l’ennesima occasione persa, in cui qualunque discussione di merito rischia di esser travolta dalla definizione degli assetti futuri del gruppo dirigente (con o senza scontri per la successione). I tempi del congresso e del naturale ricambio del gruppo dirigente non hanno bisogno di forzature o accelerazioni, abbiamo invece bisogno di fare esperienza del passaggio di questi mesi e, soprattutto, di riprendere e sviluppare quel percorso di costruzione di conflitto e convergenza che abbiamo innescato con lo sciopero generale dello scorso novembre.
Luca Scacchi
[1] …Sarebbe tuttavia un grave errore se noi, individuando e denunciando l’azione illegale e ricattatoria del grande padronato sottovalutassimo la gravità del colpo inferto alla FIOM e alla CGIL nelle recenti elezioni della FIAT; se noi, cioè, tentassimo di scagionare ogni nostra responsabilità nella sconfitta. Ciò non sarebbe degno di una grande organizzazione come la CGIL la quale affonda le sue radici in tutta la gloriosa tradizione del movimento sindacale italiano, ne rappresenta la continuità storica ed ha tutto l’avvenire davanti a sé… …Una nostra responsabilità, pertanto, vi è certamente nella sconfitta subita alla FIAT. Il compito nostro è quello di scoprire, assieme a tutti i lavoratori della FIAT, quali sono stati i nostri errori, le nostre lacune, le nostre debolezze… Alla FIAT, dunque, hanno vinto momentaneamente i padroni, ha vinto la paura della fame… Nessuno si illuda che l’insuccesso del 29 marzo abbia inflitto un colpo decisivo alla CGIL. La più grande organizzazione, libera e unitaria, dei lavoratori italiani si è temprata e sviluppata nelle alterne vicende della lotta per l’emancipazione del lavoro. Essa è stata scalfita da vari insuccessi ma non è mai stata vinta… (Da «La “vittoria democratica” della FIAT», editoriale di Giuseppe Di Vittorio sul n. 15, del 10 aprile 1955, di «Lavoro», settimanale della CGIL).
Luca Scacchi