Appunti dell’intervento di Luca Scacchi, AG CGIL, Roma 23 aprile 2025
Grazie Fulvio [Fammoni, presidente dell’AG CGIL, ndr],
Come hanno detto in diversi, anche io credo che le relazioni introduttive siano state molto ricche e articolate: dai dazi al quadro geopolitico internazionale, dal riarmo UE alle scelte della CES [la Confederazione europea dei sindacati, ndr], dalle politiche economiche del governo ai rinnovi contrattuali, dai dati sul tesseramento 2024 ai risultati nelle RSU del Pubblico impiego. Intervenire su tutti questi temi è allora complicato nel poco tempo a disposizione: ci sarà, spero, occasione di riprendere una serie di questioni. Io mi limiterò ad alcune considerazioni su due punti, il riarmo europeo e la campagna referendaria. Mi soffermo solo su questi due, perché credo siano quelli più attuali, immediati, urgenti persino. Non solo (e forse non tanto) per il loro impatto e quindi per la necessità di un approfondimento e di una riflessione più puntuale, ma perché io credo siano prioritarie anche nel guidare la nostra azione, proprio quello che dobbiamo fare. Entrambe ci pongono, cioè, soprattutto degli obiettivi e la necessità di un intervento.
In primo luogo, la questione del riarmo europeo. Il racconto che qui ci è stato fatto, in una delle relazione, della recente riunione della CES proprio dedicata a questa questione è stato impressionante. O, meglio, è stato desolante. Nell’incapacità di esprimere una valutazione inequivocabile nei confronti del piano di RearmEU proposto dalla Von der Leyen; nella divisione più o meno equanime tra favorevoli, contrari e astenuti sulla risoluzione finale; per le timidezze e le titubanze di diverse organizzazioni sindacali europee, anche tra le più radicali, nel chiedere uno schieramento contro la guerra e il riarmo; nel sostanziale isolamento che mi sembra emerga per le posizioni di contrarietà della CGIL; nella presenza, anche tra i contrari alla mozione finale, di posizioni non solo favorevoli al riarmo, ma che sostengono convintamente la militarizzazione internazionale e sociale che è in corso. Io credo che sia stata desolante perché ha mostrato come il movimento operaio europeo, davanti ad una possibile dinamica di conflitto globale, per l’ennesima volta si divida e si divida per la presenza al suo interno di propensioni e subordinazioni nazionaliste. Il movimento sindacale europeo si scompone, perché al suo interno sono presenti e sono significative tendenze che sostengono investimenti militari, logiche di potenza, politiche di difesa della nazione (sia questa la nazione, come dire, più immediata, quella del proprio stato di appartenenza, o sia questa la dimensione più complessiva e in qualche modo in divenire dell’Unione Europea).
Qui non siamo di fronte semplicemente alla rinuncia ad una politica di contrasto alla guerra (sempre che si possa usare un termine come semplicemente di fronte alle scelte di pace e di guerra). Siamo di fronte ad una questione anche più profonda, che riguarda la natura e il senso dell’agire sindacale. Nel quadro di una stagione di grande crisi, di fronte all’inceppamento dei meccanismi di espansione ed accumulazione capitalista, davanti allo sviluppo di una competizione internazionale tra i principali poli economici, alcune organizzazioni mettono la difesa della propria comunità nazionale, del proprio sistema produttivo, del proprio capitale davanti agli interessi di lavoratrici e lavoratori. Si cancella così il punto di vista collettivo del lavoro, la prospettiva di una sua autonomia sociale e politica. Si rinuncia, cioè, ad essere un sindacato generale del lavoro, per essere semplicemente un soggetto che organizza la forza lavoro nei processi di produzione capitalistici.
Questa divisione è un problema urgente, perché nei prossimi mesi noi non dovremmo affrontare solo scelte di guerra sull’Ucraina o la difesa europea. Sotto la pressione della lunga crisi che si è aperta quasi vent’anni fa, sospinta da una seconda onda reazionaria ancor più radicale della prima, le nuove politiche protezioniste e le dinamiche di scontro internazionale stanno impastano proprio in questi mesi una diversa gestione capitalista, che mette insieme un rinnovato ruolo dello Stato nell’organizzazione dell’economia e della società, in funzione della competizione e del riarmo, la tessitura di blocchi continentali e rinnovate politiche keynesiane di guerra, che al contempo preparano ad un possibile conflitto globale, rinsaldano possibili fratture sociali e calmierano le difficoltà produttive di questa stagione. E’ stato sottolineato, qualche intervento fa, come nel tessuto industriale di alcune nostre regioni settentrionali si inizia a guardare al piano di riarmo tedesco come occasione di ristrutturazione e riconversione delle filiere in difficoltà sull’automotive o sulla meccanica. Un rapporto dell’Ufficio studi di Confindustria di un paio di anni fa sottolineava come la fine della globalizzazione può essere l’occasione per l’Italia di candidarsi a nuova grande piattaforma continentale di re-internalizzazione di produzioni a basso costo, ridefinendo nel nuovo contesto vocazioni e strutture industriali del paese. Le politiche di competizione e di guerra, cioè, non descrivono solo la possibilità di una nuova grande barbarie, come quella che vediamo quotidianamente da innumerevoli mesi a Gaza, ma delineano anche politiche economiche e sociali che plasmano da subito i rapporti di produzione e le relazioni tra le classi, in questo paese come a livello mondiale.
In questo contesto c’è il rischio che un settore del movimento sindacale e del mondo progressista sostenga apertamente questa prospettiva. Anzi no, questo non è un rischio, è una realtà. Questa realtà chiama la CGIL ad una responsabilità grande, quella della chiarezza e degli schieramenti inequivocabili, ma anche quella dell’azione e di un’indicazione di massa da parte nostra. In fondo, questa scelta sta nelle radici e nel percorso storico della CGIL, che sin dalla sua nascita si è battuta contro le politiche colonialiste e contro le scelte di guerra, diversamente da altri sindacati europei. Una delle introduzioni ha ricordato come, giustamente, la CGIL ha valutato non condivisibile la risoluzione della CES perché al suo interno non vi era solo l’assenza di una chiara contrarietà alle politiche di riarmo, ma vi erano anche toni, accenti e curvature distanti dal nostro punto di vista (l’Europa che abbiamo costruito e che oggi dobbiamo difendere). Questo è lo stesso concetto che è risuonato in tanti interventi della piazza per l’Europa del 15 marzo, anche da parte di esponenti del cosiddetto mondo progressista o della sinistra italiana. Sto pensando al discorso di Roberto Vecchioni, che ha rivendicato la superiorità del pensiero occidentale, o a quello di Antonio Scurati, che ha rivendicato la necessità di difendere qule mondo occidentale.
Per questo ritengo sia prioritaria ed urgente un’azione della CGIL, e anche un ragionamento su alcuni errori che probabilmente abbiamo fatto. Io credo che abbiamo sbagliato non solo, e forse persino non tanto, a partecipare a quella piazza del 15 marzo [l’ho già sottolineato, proprio in quei giorni], ma abbiamo sbagliato soprattutto a non costruire con forza, determinazione e continuità delle piazze contro il riarmo e contro la guerra dopo il 15 marzo. Io credo che noi abbiamo lasciato un vuoto, il vuoto di una manifestazione nazionale contro RearmUE, il vuoto di una risposta di massa, che ha anche lasciato spazio ad altre iniziative, come quella del 5 Aprile del Movimento 5 Stelle. La difficoltà, le divisioni, le assenze del movimento contro la guerra in queste settimane sono state anche una nostra responsabilità, sono state soprattutto una nostra difficoltà. E allora credo che questo spazio oggi vada recuperato, nell’azione sui territori in primo luogo. Credo anche che la riconquista di questo spazio renda necessaria una riflessione più approfondita da parte nostra su quello che sta accadendo, le sue ragioni e le sue dinamica. Se è vero quello che abbiamo segnalato nei toni e nel senso politico del documento della CES, l’inaccettabilità oggi di una prospettiva di difesa nazionalista dell’Europa; se è vero quello che è stato sottolineato nell’intervento che mi ha preceduto, cioè che oggi la politica del RearmUe e anche di un’eventuale rilancio di una difesa europea integrata sarebbe condotta al prezzo di una nuova enorme compressione del salario sociale, dei diritti e dei servizi universali, allora io credo che noi dobbiamo superare con chiarezza e con nettezza la posizione che abbiamo assunto a sostegno di una difesa europea integrata. Nel quadro della crisi capitalista, della competizione internazionale e delle spinte allo scontro tra poli mondiali, oggi qualunque politica di difesa è interna ad una logica di riarmo e di guerra, è parte di un processo di militarizzazione economica e sociale, è tassello dello sviluppo di una politica di potenza. Sia se avviene, come oggi in Germania, inscritta in una logica nazionale con poche speranze ed effettività, di fronte a contrapposizioni tra potenze nucleari di dimensioni continentali; sia se avviene, come nelle ipotesi di Draghi e Prodi, nel quadro di un complicato sviluppo federalista della multipolare composizione imperialista europea. La CGIL, oggi, deve dire con forza e chiarezza che le sue prospettive sono altre.
Molto rapidamente, infine, un passaggio sui prossimi referendum e la relativa campagna elettorale. Ora io capisco gli interventi che qui hanno sottolineato la necessità, in queste otto settimane che mancano al voto del 8 e 9 giugno, di parlare soprattutto con le altre persone, con la popolazione, con chi non è già convinto delle nostre posizioni e non appartiene al nostro mondo. Capisco i ragionamenti che sono stati portati sulle Feste del Barbera, l’intervento nei mercati, la presenza in ognuno degli ottomila comuni del paese con assemblee e iniziative pubbliche. Capisco, cioè, l’ansia di arrivare all’obiettivo di 25 milioni di votanti. Guardate, io non so se quell’obiettivo è realistico. Ho qualche dubbio, ma non è oggi il momento di parlarne. Però io credo che sia importante che noi non diamo per scontato che il lavoro sia in campo sui referendum: l’insieme composito e articolato di lavoratori e lavoratici, quella moltitudine oggi stratificata e divisa in condizioni ed identità diverse, non è scontato che reagisca al nostro appello e alla chiamata al voto. E allora, forse, al di là delle possibilità di raggiungere il quorum, io credo che dobbiamo usare questa campagna prioritariamente per cercare di rivolgersi e ricomporre le diverse realtà stratificate del lavoro. Prioritariamente, uso questo termine, perché credo che il successo del nostro obbiettivo di rimettere al centro del dibattito pubblico le rivendicazioni e le questioni del lavoro, passo necessariamente per la capacità che lavoratori e lavoratrici hanno di pensarsi come soggetto collettivo unitario, generale, capace di ricondurre in un’iniziativa generale le diverse condizioni e situazioni specifiche.
La campagna referendaria, allora, deve essere soprattutto l’occasione per ricostruire e ritessere nei territori e nel mondo produttivo un nostro blocco sociale. Da questo punto di vista io credo che sia fondamentale in queste otto settimane sviluppare la nostra capacità di intrecciare la campagna referendaria con le mobilitazioni delle categorie e le mobilitazioni sociali in corso. Guardate, lo ha detto proprio l’intervento che mi ha preceduto: il contratto separato nelle funzioni centrali, l’impasse nel rinnovo di tutti i settori pubblici (3,5 milioni di lavoratori e lavoratrici), lo scontro nei metalmeccanici, la difficoltà a rinnovare l’accordo multiservizi, hanno tutti al centro un’inedita questione salariale. L’arretramento netto dei salari reali in questo paese, la volontà nei settori privati di non superare l’IPCA, la scelta governativa in quelli pubblici di stare il 10% sotto l’IPCA, vuole proseguire e stabilizzare questa contrazione del salario diretto in questo paese. Proprio l’estensione e la gravità di queste vertenze, ci dicono della necessità di sviluppare un’iniziativa generale, cioè si deve trovare l’occasione di una mobilitazione intercategoriale coordinata e congiunta. Noi portiamo il lavoro a lottare e rivendicare nel voto i propri diritti, se riusciamo a mobilitare il lavoro nella difesa delle sue condizioni all’interno dei rapporti di produzione (non viceversa). E quindi la campagna elettorale si gioca anche, se non soprattutto, nella capacità che abbiamo di sviluppare queste iniziative anche in tempi brevi.
La capacità di parlare e attivare l’insieme del lavoro si sviluppa anche nei territori e nei settori meno sindacalizzati. A partire dal mondo giovanile. Penso, ad esempio, alla capacità che alcune categorie hanno avuto negli ultimi sei mesi, a partire dall’assemblea nazionale alla Sapienza dello scorso novembre, di partecipare, supportare e accompagnare le mobilitazioni contro il DDL Sicurezza, dando vita ad una rete composita e articolata, alla pari, che ha portato in piazza decina di migliaia di persone. Una mobilitazione che ha proseguito con la trasformazione del DdL in Decreto e che è ancora in pieno sviluppo in queste settimane. Io credo che questa esperienza dovrebbe diventare patrimonio, e soprattutto pratica, di tutte le nostre categorie e strutture territoriali.
Penso anche a quello che sta succedendo nelle università italiane. In questi mesi ci sono più di 40.000 precari (assegnisti, borsisti, ricercatori a tempo determinato), che in larga parte rischiano di essere espulsi dal sistema universitario per la fine delle risorse PNRR. O che, solo in parte, rischiano di essere transitati in nuove forme di contratti atipici e individuali, peggio pagati e con ancor meno diritti, come vuole la Ministra Bernini, la CRUI e la CONPER (gli organismi di Rettori e Presidenti degli enti di ricerca). Nell’università ci sono circa 50mila docenti strutturati e circa 50mila tecnici amministrativi bibliotecari. Stiamo parlando praticamente di un terzo dei lavoratori e delle lavoratrici dell’università, che si stanno mobilitando in questi mesi per evitare il più grande licenziamento di massa della loro storia o la più significativa dequalificazione del lavoro di ricerca nel panorama europeo. In questi mesi, come FLC, abbiamo avuto la capacità di fare un passo indietro, di mettere in secondo piano la logica di promozione dell’organizzazione e di guardare in primo luogo allo sviluppo della mobilitazione e alla tessitura di un fronte unitario tra le diverse condizioni e componenti. Abbiamo, cioè, cercato di evitare il destino della frammentazione e della contrapposizione tra le diverse figure del precariato e ci siamo pensati parte di parte, soggetti che lavorano oggi per ricomporre e sviluppare le mobilitazione insieme alle altre realtà e soggettività presenti negli atenei. Così, siamo stati dento e abbiamo accompagnato le mobilitazioni delle assemblee precarie universitarie, come di composite assemblee e coordinamenti di ateneo, in rapporti con associazioni del precariato, della docenza e degli studenti negli Stati di agitazione dell’università. Certo, questi soggetti di movimento sono realtà composte, contraddittorie, articolate, in cui ogni tanto risulta anche difficile relazionarsi.
La FLC in questi mesi è stata in questo percorso di mobilitazione, partendo proprio con radicalità e convinzione dall’idea di essere un sindacato generale, con la prospettiva di ricomporre l’insieme frammentato non solo del precariato, ma anche del lavoro universitario (docenza, ricerca e tecnico-amministrativo), a partire da un piano di stabilizzazione e di allargamento degli organici che ha tenuto insieme interessi e prospettive di tutte le componenti, portando anche nelle università la logica della Madia (la trasformazione dei contratti a tempo determinato in tempo indeterminato, i concorsi riservati per le figure atipiche). La ricerca è lavoro e l’università deve essere un luogo di lavoro con gli stessi diritti e le stesse regole del resto della pubblica amministrazione! In questo quadro, lo proclameremo formalmente fra pochi giorni, il prossimo 12 maggio la FLC indirà uno sciopero del precariato universitario, che prova anche ad allargarsi al mondo dei servizi e degli appalti, in una giornata di mobilitazione nazionale negli atenei che proverà a sviluppare questa nuova soggettività del lavoro e anche a coinvolgere anche il resto del lavoro universitaria, in assemblee, presidi e dimostrazioni. Allora, io penso che la campagna referendaria della CGIL viva anche in questo percorso, nella costruzione di un movimento e della sua soggettività complessiva, nella capacità di ridare voce, espressione e organizzazione a lavoratori e lavoratrici precari che in questi anni si sono spesso sentiti semplicemente individui, schiacciati da meccanismi di finanziamento e inquadramento incomprensibili e irresistibili. L’iniziativa in piazza, l’esposto alla Ue che ha bloccato il DdL Bernini, la ricostruzione di una voce collettiva è stato quindi il tentativo di far vivere nei conflitti materiali lo spirito e la strategia di questa campagna referendaria. Allora, io credo che quello che abbiamo provato e stiamo provando a fare, con difficoltà, in questa esperienza sia importante provare a svilupparlo anche negli altri settori. Io non so se raggiungeremo il quorum l’otto e il nove giugno, ma credo che dobbiamo usare questa occasione, questi mesi, questa campagna, per fare un passo avanti nella ricostruzione di un movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese, cercando di tornare a far esprimere una moltitudine scomposta con una voce collettiva.
Luca Scacchi