Costruire l’opposizione sociale, non solo una campagna referendaria.

Intervento di Luca Scacchi all’AG CGIL Valle d’Aosta

Grazie Ezio (Dufur, presidente dell’AG).

Io credo che abbia fatto bene Vilma (Gaillard, segretaria generale) a partire nella sua relazione dalla dinamica internazionale, la guerra, l’elezione di Trump. Non solo per un riflesso terzo internazionalista (che è vero, mi appartiene), per cui si capisce quello che succede a livello nazionale se si parte dai processi internazionali, ma perché credo che nella dinamica dei prossimi mesi quello che sta succedendo a livello internazionale sia per noi importante, incida materialmente nella prossima stagione e nel nostro contesto.

Lo dicevo qualche tempo fa, credo sia assolutamente confermato, oggi in gioco c’è la nostra sopravvivenza come sindacato generale. Non siamo semplicemente di fronte ad un attacco più o meno sguaiato, più o meno personale, al nostro Segretario generale e alla nostra organizzazione, anche usando strumentalmente alcune vicende e comportamenti, come per l’Inca svizzero, su cui forse qualche errore di merito e di comunicazione l’abbiamo fatto. Questi attacchi, però, hanno un profilo e un obbiettivo generale, che nulla hanno a che fare con il merito delle vicende: la Destra reazionaria e questo governo hanno oggi il chiaro e per certi versi esplicito obiettivo di smantellare l’opposizione sociale di questo paese (l’unica, al fondo, che gli sta creando qualche problema), e in particolare intende oggi smantellare la capacità di organizzazione ed autorganizzazione del lavoro, a partire dal sindacato. O, meglio, da quelle espressioni e organizzazioni sindacale che provano a mantenere un punto di vista indipendente del lavoro, una prospettiva di contrasto alle ragioni e agli interessi del capitale, un’aspirazione alla trasformazione sociale, e non si limitano a difendere il prezzo del lavoro, a pensarsi come semplice fattore della produzione che deve limitarsi alle compatibilità, con una funzione sussidiaria alla mission di imprese e governo. Questo oggi interpreta pienamente la CISL (e non solo la CISL, devo dire). Questo obiettivo la Destra reazionaria lo sta portando avanti in maniera sistematica nei comportamenti come nell’iniziativa normativa, mettendo non casualmente al centro del mirino la CGIL e la sua iniziativa.

Il quadro internazionale, allora, non ci parla semplicemente, come dire, della grigia cupezza dei tempi attuali, delle difficoltà e delle brutture del mondo; non è solo un richiamo a quella prospettiva internazionalista e solidale che in fondo è da sempre una delle radici politiche e valoriali della CGIL. Le barbarie del genocidio in Palestina o la dimensione grottesca della conferenza stampa di un presidente eletto che minaccia un intervento militare in Groenlandia (vette di surrealismo che pensavo di vedere solo nei film) non sono un semplice richiamo all’attualità, ma ci forniscono il contesto e il senso di quello che sta accadendo in Italia. Il sangue delle trincee ucraine e la nuova dimensione automatizzata della guerra moderna, l’orrendo massacro a Gaza, la vittoria secca di Trump (con un numero di voti senza precedenti per il partito Repubblicano, conquistano Camera e Senato, consolidando la maggioranza nella Corte Costituzionale), ci dicono due cose. Primo, che l’invasione Ucraina ha aperto una stagione di competizione e scontro mondiale, profondamente segnata da una militarizzazione dell’economia e della società: oggi, allora, la Destra reazionaria, il suo autoritarismo e nazionalismo, acquista un ruolo e uno spazio attuale, favorito se non sospinta proprio dal clima e dalle prospettive che sembrano svilupparsi nel mondo. Secondo, le dimensioni securitarie, xenofobe, autoritarie di questa Destra reazionaria hanno un consenso sociale.

Questo ruolo e questo consenso della destra reazionaria lo vediamo nel protagonismo internazionale della Meloni, che nonostante gaffe, contraddizioni e incapacità di questo governo è riuscita ad esser parte della maggioranza al Parlamento europeo (minando di fatto quell’alleanza social-liberal-popolare che ha sempre governato la UE) e si è conquistata il ruolo di riferimento europeo della nuova presidenza americana. Lo vediamo, soprattutto, nell’assenza di un effettivo logoramento di questo governo nel paese. Non mi nascondo che ci sono elementi di incertezza e forse di qualche erosione negli ultimi mesi. Devo dire, ho l’impressione che su questo abbia contato molto la riforma del codice della strada, anche nella base sociale del centrodestra, con la diffusione dei meme su patente, tachipirina e ibuprofene. In ogni caso, in un decennio in cui chi governa subisce spesso enormi processi di degrado del proprio consenso in tutta Europa (vedi Francia e Germania), la Meloni e la destra italiana sembrano mantenere sostanzialmente intatto il loro sostegno politico ed elettorale.

Sottolineo questo elemento, perché segnala un problema nel nostro reale obbiettivo di fase, che è la costruzione di un opposizione sociale di massa, in grado di ribaltare gli attuali rapporti di forza tra le classi e di modificare il quadro politico del paese. Non è un processo scontato, non è un processo semplice. La riuscita dello sciopero generale del 29 novembre è un segnale importante, ma è solo un segnale: l’attivazione e la mobilitazione di lavoratori e lavoratrici è cresciuta nel corpo del nostro blocco sociale di riferimento, ma fatica ancora a raggiungere e a consolidarsi in una dimensione di massa. Le piazze si sono riempite, ma l’adesione allo sciopero evidenzia ancora limiti e sofferenza.

Sottolineo tutto questo, perché ho l’impressione che nella nostra organizzazione ci sia un po’ l’aspettativa, la scommessa, la prospettiva di ribaltare questo governo e di ribaltare i rapporti di forza sociali attraverso il passaggio catartico dei referendum. Lungi da me sottovalutare l’importanza dell’iniziativa sull’autonomia differenziata. Lungi da me perché prima come area, poi come categoria, sostenevo l’importanza di contrastare l’autonomia differenziata quando questa organizzazione, complessivamente parlando, riteneva possibile costruire un’autonomia differenziata progressiva e stingeva intese con chi la proponeva formalmente, come la giunta regionale dell’Emilia-Romagna. Oggi come CGIL abbiamo fatto un passo in avanti ed è fondamentale vincere quel referendum. Innanzitutto, per difendere oggettivamente gli interessi e il punto di vista del lavoro, contro il degrado di diritti e servizi universali, contro la trasformazione degli apparati dello Stato in semplici fattori esterni della produzione. In secondo luogo, perché mette effettivamente un inciampo alla strategia del governo (la doppia riforma costituzionale dell’autonomia e del premierato), segnando l’immediata dinamica politica del paese. In terzo luogo, perché questo fronte di scontro l’abbiamo a questo sostenuto apertamente e sostanzialmente noi, nel quadro della nostra iniziativa referendaria, e siamo noi i protagonisti principali di questo scontro. Però, se qualcuno pensa che noi ribaltiamo i rapporti di forza sociali in questo paese attraverso un voto, credo si sbagli. Quel voto non farà cadere immediatamente il governo. Il giorno dopo quel voto, qualunque sia l’esito, non cambieranno le politiche padronali e le iniziative antipopolari di questo governo: proseguiranno e, anzi, potrebbero anche incattivirsi.

Credo anche che noi coltiviamo un’altra illusione: la dico così, che basti fare una campagna elettorale, una propaganda social particolarmente efficace, per vincere, per portare 25 milioni di persone al voto. Credo che anche questo sia un errore. Innanzitutto, perché c’è un errore di percezione. Il famoso ragionamento che si sente nell’organizzazione basta che ognuno di noi convinca 5 persone a votare, non fa conto che le relazioni sociali sviluppano bolle (i miei 5 amici sono gli stessi 5 amici di mia moglie, sempre iscritta alla Cgil). Il nostro obbiettivo deve essere quello di uscire dal bacino di 13-14 milioni di persone che votano più o meno nel campo largo della sinistra e del progressismo, che si attivano socialmente o che sono attivi nel sindacato. La nostra capacità non è quella della motivazione propagandistica, sviluppata più o meno efficacemente in seminari dei formatori e dei formatori dei formatori, o dello sviluppo social, mettendo in campo una nostra bestiolina contro i troll dell’avversario. La forza della CGIL è nella capacità di muovere, attivare e sviluppare partecipazione sociale, a partire dal conflitto, dai movimenti, dall’iniziativa in territori e posti di lavoro. Io credo, cioè, che noi portiamo 25 milioni di persone al voto, in una prossima domenica di inizio primavera (non credo che questo governo ci regalerà una campagna elettorale lunga), sempre che si passi lo scoglio della Corte costituzionale lunedì prossimo, se siamo capaci di stare in campo nel conflitto sociale e sindacale.

Il conflitto sociale e sindacale: questo è il nostro terreno prioritario. In primo luogo, credo, il Ddl Sicurezza. Lo scorso 14 dicembre a Roma c’ stata una manifestazione importante, una delle principali dell’autunno. Non credo fossero effettivamente 100.000, ma in ogni caso alcune decine di migliaia di persone sono scese in piazza, soprattutto giovani, insieme alla CGIL e ai sindacati. A quel corteo si è arrivati partendo da un’assemblea alla Sapienza, a novembre, sviluppando ampie convergenze (anche con la Rete liberi di lottare, animata dal Sicobas e da settori antagoniste), costruendo un’ampia coalizione sociale con umilità e determinazione. In questa convergenza e in questa coalizione sono state in qualche modo protagoniste alcune nostre strutture (FIOM, FLC; FLAI e CGIL Lazio). Credo sia stata importante, in primo luogo per dare continuità e sviluppo allo sciopero generale del 29 novembre (e a quella stessa dinamica di convergenza che si è plasmata in quella giornata, con piazze animate da CGIL e UIL, ma anche da un’ampia gamma di sindacati di base, movimenti sociali, studenti e precari della ricerca). Credo sia importante oggi, dopo la seconda assemblea nazionale dello scorso 12 gennaio, dare prospettiva e continuità a questo percorso, sviluppando un vero e proprio movimento a livello nazionale e nei territori contro quella cultura reazionaria (legata anche a quelle dinamiche nei confronti dei migranti di cui Jenny dell’INCA ci ha appena parlato) e quelle torsioni autoritarie che stanno segnando la nostra quotidianità.

Pensiamo solo ai ragionamenti di questi giorni, di queste ore, sullo scudo penale per le forze dell’ordine e a quello che è appena capitato alle attiviste di Extinction Rebellion nella Questura di Brescia, costrette a spogliarsi e a fare squat in una normale perquisizione (per il nostro Ministro Piantedosi). Non è possibile non fare un immediato collegamento tra questa azione politiche e questo comportamento della polizia, questa cultura delle cosiddette forze dell’ordine. Anche qui, nella periferia del paese, sarebbe allora necessario far vivere quel percorso, che oggi si esprime con manifestazioni e fiaccolate in tutto il paese.

In secondo luogo, le pensioni. Io credo che noi, come CGIL, abbiamo sottovalutato il ruolo e l’importanza di sviluppare rivendicazioni e mobilitazioni sulla questione previdenziale, nella costruzione dello sciopero del 29 novembre sia nell’azione di questi mesi. Scusate compagni/e, ma l’innalzamento dell’età di pensionamento, dell’anzianità e della vecchiaia, non è una sorpresa. È scritto nero su bianco nella riforma Sacconi, è stato confermato e rilanciato dalla Fornero. È stato sospeso dal governo e dalla pandemia (riduzione della speranza di vita), ma era nell’ordine delle cose che tornasse a correre. Sulla questione delle pensioni, credo, dobbiamo tornare a mettere in discussione non solo gli assetti della Fornero, ma quegli stessi tre pilastri su cui oggi si regge il sistema. Su questo bisogna recuperare anche con iniziativa specifica.

Infine, e chiudo, c’è la priorità e l’urgenza di portare avanti la nostra iniziativa contrattuale. Due, in particolare, le questioni oggi al centro della nostra attenzione. Da una parte il rinnovo dei metalmeccanici (c’è stato lo sciopero qualche giorno fa anche qua in Valle d’Aosta), dove il padronato cerca nuovamente di metter mano alla struttura salariale in questo paese, disarticolando CCNL e salvaguardia del potere d’acquisto, portando in fondo la logica di TEM e TEC, del patto di fabbrica (la piena trasformazione del salario in variabile dipendente della competizione). Sul rinnovo metalmeccanico, come altre volte della storia del paese, si gioca un pezzo importante dei rapporti di forza tra le classi.

Ma c’è anche la questione del pubblico impiego. Abbiamo un governo che sta agendo non casualmente la logica e la prassi dei contratti separati, in primo luogo contro di noi. L’esperienza delle funzioni centrali non si è per ora ripetuta nella sanità, fondamentalmente perché hanno voluto proporre gli assistenti infermieri, innescando una dinamica di dequalificazione del lavoro che un sindacato corporativo come Nursing up ha per fortuna rifiutato. Non credo si fermeranno però qui. Tenteranno anche nell’Istruzione e ricerca. In ogni caso, a noi spetta il compito di tenere aperta la battaglia sul contratto nazionale e sulla difesa dei salari pubblici, dentro e oltre questi rinnovi, proseguendo e perseguendo l’iniziativa e il conflitto. Credo che questa capacità debba passare anche per una maggior attenzione e iniziativa di tutta l’organizzazione di stare dietro le rivendicazioni e la costruzione mobilitazione dei settori pubblici: se tre milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori avranno una diminuzione secca del 10% dei propri salari reali, questa condizione influenzerà l’insieme del mercato del lavoro e ne cambierà le dinamiche, influenzando tutta l’organizzazione del lavoro. Questa battaglia è legata alle capacità di iniziativa e di lotta di FP e FLC, ma anche al risultato delle prossime elezioni RSU (14-16 aprile 2025). Se il blocco CISL più autonomi manterrà la maggioranza in alcuni comporti (per qualche punto percentuale), se crescerà o perderà, sarà un passaggio importante. E gli esiti di questi rinnovi ci diranno se sopravvive o non sopravvive la capacità di contrazione all’interno di uno dei settori principali del lavoro.

E allora, e chiudo veramente, credo che su queste questioni (Ddl sicurezza, pensioni, contratto dei metalmeccanici e dei pubblici, RSU) giochiamo veramente la capacità del lavoro e della CGIL di mantenere vivo e attivo un punto di vista autonomo del lavoro in questa stagione. Anche in Valle d’Aosta, in questa valle infilata al centro dell’Europa isolata da tutto, noi dobbiamo fare la nostra parte agendo come Confederazione, non semplici come categorie.

Luca Scacchi