Dall’evocazione della rivolta sociale alla costruzione di nuova stagione di conflitto.

Intervento di Luca Scacchi alle Assemblee Generali congiunte CGIL e categorie della Valle d’Aosta,
Aosta 22 novembre 2024

Oggi siamo qui in previsione dello sciopero generale del 29 novembre. Nel ragionamento che vorrei provare a fare oggi, vorrei sottolineare un elemento che ha già ripreso nella sua relazione Vilma [Gaillard, segretaria generale CGIL VdA]: la straordinarietà dello sciopero a cui noi siamo di fronte. In realtà è il terzo anno consecutivo che CGIL e UIL indicano uno sciopero generale contro la legge di bilancio: è già stato sottolineato anche questo. Ma, facendo una battuta, forse è la prima volta che lo facciamo veramente: nel senso che gli altri li abbiamo spalmati, non so se vi ricordate, su varie giornate o su varie regioni, in modo scompaginato e senza costruirli con molta convinzione. A dirla tutta, anche questo sciopero arriva in fondo tardi (alle porte di dicembre) e in qualche modo male (con una convocazione annunciata solo a fine ottobre): le politiche economiche e sociali di questo governo erano evidenti da tempo, confermate nel DEF lo scorso marzo e nella Nadef ad ottobre. Si poteva e si doveva convocarlo molto prima, dando il tempo di farlo crescere nelle assemblee e nei posti di lavoro.

Però c’è un elemento di straordinarietà che non sta nella nostra azione, sta nella stessa situazione che ci troviamo di fronte. Tre, credo, sono gli elementi particolarmente significativi che rendono straordinario questo passaggio per le lavoratrici e i lavoratori, per il nostro sindacato. Tre condizioni che per certi versi ci mettono di fronte ad un rischio esiziale per noi e per l’insieme del lavoro, in grado di determinare un arretramento rovinoso e difficilmente rimediabile per lungo tempo.

Il primo è il Patto di stabilità europeo. Su questo credo ci sia stato scarso ragionamento e ci sia poca consapevolezza anche tra di noi. L’Unione europea ha approvato un nuovo impianto di regolazione dei bilanci pubblici e delle politiche economiche dei diversi paesi. Dopo l’emergenza pandemica e dopo il Next Generation UE, questo patto segna il ritorno alle politiche dell’austerità, con la reintroduzione di precisi vincoli nella spesa pubblica che tornano a scaricare i costi della competizione economiche e la salvaguardia dei margini di profitto per il capitale investito sul salario diretto, indiretto e sociale del lavoro. Si ripetono, cioè, le scelte di 15 anni fa, quando è iniziata la grande crisi, in un contesto di incipiente contrapposizione internazionale in cui queste politiche non potranno esser che più radicali e più sanguinose. Lo vediamo direttamente nella Legge di bilancio, con un taglio della spesa di 12 miliardi di euro che si dovrà ripetere, sommandosi progressivamente, per i prossimi 7 anni.

Il secondo è la guerra. La competizione economica internazionale tra i grandi poli capitalisti (USA, UE, Cina), che è stata rilanciata dalla grande crisi e dalla tessitura di aree economiche di riferimento nello scorso decennio, con la guerra in Ucraina ha segnato un punto di svolta. La contrapposizione si sta trasformando in contrapposizione, le aree economiche si stanno trasformando in blocchi politici e militari. Lo vediamo oggi, proprio nel senso di questa giornata, quando l’esercito ucraino conduce un’offensiva missilistica sulla Russia con Storm Shadow e ATACMS [missili che per esser usati devono vedere il coinvolgimento di personale militare NATO]; quando la Russia sceglie di risponde lanciando per la prima volta un missile balistico in Ucraina; quando, lasciatemi dire finalmente, la Corte penale internazionale emana un mandato di cattura nei confronti di Netanyahu e Gallanti per il massacro in corso a Gaza. Non è un solo problema di solidarietà o, come dire, di una giusta reazione emotiva nei confronti dei bambini di Gaza, della popolazione libanese bombardata, della carneficina nelle trincee sul Donbass. È un problema di scelte politiche e sociali molto concrete che sono condotte anche nel nostro paese. La guerra, l’orizzonte globale che oggi ha assunto, ha un immediato risvolto nelle politiche economiche e sociale, nella prospettive di una nuova mobilitazione nazionalistica, nel riarmo e nella militarizzazione sociale. Così, in questo clima di guerra, si tagliano le risorse per scuola, sanità e trasporti, ma c’è un investimento significativo nelle spese militari. Ma non solo. Il prossimo 5 dicembre terremo come FLC un’iniziativa pubblica nel salone CGIL di Aosta, proprio sula militarizzazione che sta avvenendo nelle scuole italiane e anche nelle scuole valdostane, con la presenza dell’esercito alle fiere orientamento e nelle aule. Non solo per insegnare agli studenti a manganellare i manifestanti, come è avvenuta ad una fiera di Milano qualche settimana fa, ma anche per far entrare nella normalità questo processo di mobilitazione nazionale.

Il terzo è la destra. Lo hanno ricordato Alessandro [Turco, segreteria FIOM Vda] e Simona [D’Agostino, segretaria generale FLC Vda], come altri interventi. Queste politiche economiche e sociali sono portate avanti da un governo di destra, che sta dentro un’onda complessiva di rilancio delle forze politiche reazionarie, che si stanno proponendo una diversa gestione capitalistica della crisi, basata su un nuovo interventismo pubblico, repressione dei diritti sociali e civili, un ulteriore disgregazione e subordinazione del lavoro. È un ondata che abbiamo visto crescere in Francia con Le Pen, negli USA con Trump e il suo recente ritorno alla presidenza, ma che vediamo svilupparsi anche in Germania con la Afd, dove al di là dei suoi risultati sarà probabile il prossimo febbraio un governo democristiano, guidato dalle stesse politiche reazionarie. In questo contesto, allora, io credo che un sindacato generale come il nostro, che ha ancora un radicamento e una dimensione di massa, deve sapersi assumere le sue responsabilità, sviluppando un movimento di resistenza contro questa deriva: non sempre lo abbiamo fatto in questi anni, a partire dalla reazione responsabile dopo le elezioni del 2023, dall’invito e la legittimazione di Meloni al nostro ultimo congresso.

Qualche giorno fa Maurizio Landini, il nostro Segretario generale, ha evocato la rivolta sociale. Io credo che abbia fatto bene, perché in questo modo ha evocato la necessità di un passaggio, di una soluzione di continuità, in primo luogo nell’azione e nell’iniziativa della CGIL. Io ricordo un’altra dichiarazione di Maurizio, che allora non ho condiviso. Durante gli scioperi del Marzo 2020, quando i e le delegati/e, i lavoratori e le lavoratrici delle fabbriche metalmeccaniche, chimiche e alimentarsi scesero in sciopero per chiedere sicurezza nel pieno della pandemia, e quindi la chiusura della produzione, Maurizio e la CGIL chiesero la costruzione di protocolli nazionali. Lo fecero però sottolineando che bisognava evitare che la paura diventi rabbia. La CGIL, certo all’interno di una storica emergenza sanitaria, scelse la responsabilità. Sono uno psicologo sociale e questa formulazione mi colpì particolarmente: la rabbia è un sentimento attivo, la paura invece disarma e passivizza. Il compito di un sindacato generale è proprio quello di trasformare la paura in rabbia, e oggi la rabbia è proprio quello che ci serve contro le politiche di austerità, le politiche di guerra, le politiche di destra che stiamo affrontando.

Dobbiamo anche esser consapevoli che è difficile farlo. Ritessere la partecipazione collettiva e riattivare il conflitto sociale è complicato e lungo. Ci sono scioperi in questi mesi, in queste settimane, che sono andati bene, cioè che hanno trovato un riscontro a una partecipazione nei lavoratori e nelle lavoratrici. Cristina [Marchiaro, segretaria generale FILT Vda] ricordava quello dei ferrovieri e quello del trasporto pubblico locale; io ricordo anche quello di Trenitalia la scorsa estate. Ci sono scioperi che sono andati meno bene: quello dell’istruzione e della ricerca, il 31 ottobre, ha registrato solo un 5-6% di adesione: certo, stiamo parlando di dati complessivi su 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici, considerando tutte le sedi e i territori (in molte città, scuole e università, i tassi di partecipazione sono stati ben più alti), ma comunque è un dato che segna una difficoltà. Ci sono scioperi che non siamo stati ancora capaci di fare, nel pubblico impiego sul contratto o che non siamo nemmeno capaci di portare avanti: mi ha colpito molto, ad esempio, l’assenza di scioperi e blocchi significativi davanti alle stragi del lavoro degli ultimi tempi, da Brandizzo a Firenze. Nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle aziende, negli uffici pubblici e nelle scuole, si vive spesso una condizione di isolamento o di perimetrazione, dove a prevalere è la dimensione del proprio stabilimento, della propria condizione, del proprio particolare.

In questo contesto, sono particolarmente negative le nostre disarticolazioni nelle politiche contrattuali. L’aspirazione che avevamo nella nostra assemblea nazionale dei delegati a Bologna lo scorso anno, quella di coordinare le strategie delle diverse categorie almeno sul salario, è stata travolta nei fatti. Il pieno riavvio di una nuova stagione contrattuale, in cui sono stati rinnovati oltre il 90% dei CCNL privati (tra cui alcuni storicamente fermi, nel commercio e nei servizi), ha visto imporsi aumenti e meccanismi salariali molto diversi. Ci sono categorie, come quelle dei bancari, che hanno recuperato pienamente l’inflazione; ci sono altri, come i metalmeccanici o i chimici, che sono riusciti a conquistare un adeguamento ritardato ma effettivo rispetto all’inflazione; ci sono altri che hanno riconquistato contratti e aumenti, ma rimanendo a livelli infami (la vigilanza privata) o scambiando gli aumenti con ulteriore precarietà (commercio). Ci sono i pubblici, che poco tempo fa hanno chiuso il rinnovo 2019/22 e su cui oggi si prevede un recupero dell’ultimo triennio solo del 6%. Allora, per costruire una rivolta sociale, serve una svolta anche alle nostre politiche contrattuali.

Allora io credo che noi dobbiamo dare continuità alla nostra azione. Una responsabilità che non sta solo alla segreteria confederale, ma anche al gruppo dirigente diffuso. Dobbiamo uscire dall’idea che questo sciopero sia solo un’occasione, una semplice e specifica giornata di mobilitazione contro la legge di bilancio. Noi dobbiamo aprire una stagione di mobilitazione, di attivazione e di conflitto sociale che sia determinata e continuativa, proprio per darsi il respiro, il tempo, la prospettiva di conquistare le adesioni di milioni di lavoratori e lavoratrici, di recuperare l’attuale disorganizzazione della classe lavoratrice, di ribaltare gli attuali rapporti di forza. Guardate, io dico che in realtà dobbiamo essere soprattutto consapevoli che questa è la stagione che oggi si apre di fronte a noi. Perché in realtà, la continuità della lotta e dell’iniziativa, per certi versi non è una nostra scelta. Qualcuno lo diceva prima, forse Igor [De Belli, segretario generale FP Vda], c’è un padronato e c’è un governo che sta facendo la lotta di classe e che quindi sta agendo una propria mobilitazione continuativa, contro il lavoro e contro di noi. Fabrizio [Graziola, segretario generale FIOM Vda] ha ricordato la vertenza che si è aperta in queste settimane sul CCNL metalmeccanico, la rottura delle trattative e l’apertura di una stagione di scioperi. Come sempre è avvenuto nelle relazioni sindacali di questo paese, su questo terreno si gioca una parte fondamentale dei rapporti di forza fra le classi in questo paese, a seconda di come si concluderà fra 6, 8 o 12 mesi il rinnovo di questo CCNL. Il fatto poi che la Cisl, con alcuni sindacati autonomi, abbia aperto una nuova stagione di contratti separati è poi altrettanto indicativo di un suo chiaro schieramento di campo (conservatore e compiacente), ma anche di un passaggio delicato per l’insieme del lavoro. Il rinnovo separato delle Funzioni centrali (statali e amministrazioni centrali), oggi replicato alle Poste, sarà messo a verifica nelle prossime elezioni RSU del pubblico (14,15 e 16 aprile 2024], segnando la possibilità da una parte che si allarghi questa dinamica, dall’altra che si affermi definitivamente un taglio strutturale degli stipendi pubblici di oltre il 10%. Su questi due fronti, allora, in ogni caso nei prossimi mesi sarà messa alla prova la nostra idea e la nostra pratica di sindacato.

E allora, e qui chiudo, noi non possiamo pensare che dopo lo sciopero generale aspettiamo la primavera, il possibile e ancora incerto voto referendario. Noi dobbiamo dare continuità e sviluppo alla nostra iniziativa confederale, evitare l’errore degli ultimi anni di aspettare mesi per ritessere la mobilitazione, impegnarci per costruire una convergenza delle mobilitazione, un processo di unificazione dell’attuale moltitudine del lavoro. Ricostruendo nel conflitto quella prospettiva confederale, quella prospettiva generale di ricomposizione del lavoro che credo sia una delle ragioni fondanti della CGIL.

Luca Scacchi