Un punto di vista di classe contro l’Autonomia differenziata

Intervento di Aurelio Macciò all’AG SPI CGIL (Roma, 19 giugno 2024)

Proverò a portare un mio contributo, in particolare su uno dei diversi temi che sono stati trattati nella relazione introduttiva [di Tania Scacchetti, segretaria generale nazionale SPI].

Stamani alla Camera, dopo una lunga seduta notturna, c’è stato il voto conclusivo con la definitiva approvazione del Disegno di Legge Calderoli sull’autonomia differenziata, una legge, come sappiamo, nefasta e molto pericolosa. Siamo quindi necessariamente chiamati, e anche alla svelta, a una nuova fatica di raccolta firme referendaria.

Non ritorno qui sulle caratteristiche del dissenso e della critica che abbiamo espresso, come Area de “Le Radici del Sindacato”, sulla strategia referendaria in tema di lavoro scelta dalla CGIL, non in sé sui 4 quesiti scelti quanto sul tipo di operazione. Non ci ritorno sia perché credo che la nostra posizione sia qui conosciuta ma soprattutto perché siamo ormai in una fase operativa avanzata di questa iniziativa.

Ma sulla legge sull’autonomia differenziata l’iniziativa referendaria mi sembra ovvia e necessaria. E diversamente dai quattro referendum della CGIL, questa la faremo insieme a tanti altri soggetti, tante associazioni, partiti, altri sindacati. Sarà importante e necessaria quindi la nostra capacità di presenza, ma soprattutto il tipo di presenza e di approccio a questa battaglia, come tratto originale e distintivo, che sceglieremo di assumere.

Per intenderci, io credo che il nostro approccio non dovrà essere come quello che avranno altri, per esempio non credo che dovremo puntare sulla difesa dell’unità nazionale e nemmeno sulla difesa della Costituzione, se non altro perché la possibilità dell’autonomia differenziata è già presente nella Costituzione, al comma 3 dell’articolo 116, inserita nel 2001 all’interno della più vasta modifica del Titolo V voluta dall’allora centrosinistra, peraltro una modifica alla Costituzione – lo ricordo anche per chi oggi sostiene, e giustamente, che le modifiche alla Carta costituzionale non dovrebbero essere fatte a colpi di maggioranza – approvata alla Camera con 316 voti, esattamente il minimo consentito, cioè la maggioranza dei componenti, che allora erano 630.

L’autonomia differenziata è così possibile su ben 23 materie, quindi praticamente su quasi tutto, eccetto l’esercito o i carabinieri e poco altro … è possibile perfino in tema di rapporti internazionali.

Nel 2013 Pierluigi Bersani, allora ancora segretario del PD – e se cito Bersani non credo di andar fuori dal nostro seminato sindacale, visto che è stato recentemente invitato alla Festa nazionale di Liberetà [il giornale mensile del SPI] che si è svolta ai primi di giugno a Mantova, e ha partecipato al dibattito – l’unico dibattito della Festa – che vi è stato, insieme alla nostra segretaria generale Tania Scacchetti e a un candidato del PD alle elezioni europee, peraltro poi risultato non eletto.

Dicevo che Bersani, nel 2013, affermò che con la modifica del Titolo V si era fatto un bel pasticcio e che occorresse rivedere la questione. Ma poi non se ne fece nulla, anzi ci fu il tentativo di riforma costituzionale del successivo segretario del PD Matteo Renzi, su cui giustamente ci opponemmo nel referendum del 2016, portando anche il nostro contributo, come CGIL, alla sconfitta di quel disegno politico e istituzionale.

Ecco, io credo che il nostro approccio nella campagna che si preannuncia debba essere su contenuti molto concreti e di classe.

Certamente contro l’ulteriore spinta alle diseguaglianze che si determinerebbe, che si concretizzerà per esempio sulla sanità, dove già le differenze tra regioni sono avanzatissime. In Calabria, addirittura, si deve cercare aiuto importando medici e infermieri da paesi del terzo mondo. Ma le differenze si amplieranno ulteriormente non solo tra Nord e Sud, ma nei diversi Sud presenti anche nel Nord, dove comunque si eserciterà in generale una ulteriore spinta alle privatizzazioni.

Ma poi sulle questioni del lavoro, con la possibilità di contratti regionali (Zaia lo ha già indicato), andando quindi a picconare l’idea stessa di CCNL, a partire dai settori della scuola e della sanità, reintroducendo insomma per questa via le gabbie salariali.

Inoltre il DDL Calderoli, ormai legge, prevede all’articolo 11 che l’attuazione dell’autonomia differenziata per le Regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) che hanno già sottoscritto preintese con Governi precedenti, potranno partire dai sistemi di preintese già siglate tra il 2018 e il 2019 (Governi Gentiloni e Conte 1), saltando quindi, a differenza delle altre Regioni, il lungo iter previsto.

Il Comitato regionale NO AD (contro ogni autonomia differenziata) dell’Emilia Romagna ha raccolto nei mesi scorsi il numero di firme necessarie per poter presentare una proposta di Legge di iniziativa popolare regionale che chiede l’interruzione del processo in corso e quindi di recedere dalla preintesa. Proprio due giorni fa il Comitato ha scritto ai consiglieri di maggioranza (PD, M5S, AVS) del Consiglio Regionale, oltre che ai rispettivi segretari nazionali di questi partiti, perché la discussione sulla proposta di l.i.p. non è stata ancora nemmeno assegnata alla Commissione consiliare competente. I tempi per farlo sono molto stretti perché come si sa il presidente Bonaccini è stato eletto al Parlamento Europeo e quindi a breve si dimetterà dalla carica di presidente e conseguentemente verrà sciolto il Consiglio Regionale. Già si sa che l’ultima seduta del Consiglio è prevista per l’inizio delle prossima settimana …

Altrimenti si confermerà l’idea che esiste una autonomia differenziata “buona” e una “cattiva”, E invece noi dobbiamo definitivamente uscire da queste contraddizioni.

Infine, l’attivazione di questa campagna referendaria, che si svilupperà nei mesi di luglio, agosto e settembre, per poter depositare le necessarie firme presso la Corte di Cassazione entro il 30 settembre e indire il referendum nella primavera del 2025, farà spostare in avanti, da ottobre in poi, la raccolta firme sulle Leggi di iniziativa popolare promosse dalla CGIL (che nel frattempo sembra si vada a definire che saranno 3 e non più 4).

Tra queste viene annunciata una proposta di l.i.p. sul tema della sanità. Ciò significa che allora vi sarà una più ampia disponibilità di tempo per rendere possibile nella nostra organizzazione, con le categorie e con i territori, un largo confronto sul merito di quanto si vuole proporre. Credo che il SPI, che dovrebbe affrontare il tema delle politiche sanitarie tra quelli principali, se non il principale, nell’ambito della costruzione di vertenze nella contrattazione sociale e territoriale, dovrebbe essere il più interessato allo sviluppo della necessità di questo largo confronto.