Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli, tra aree avanzate e arretrate del Paese. Marcella [Raiola, Comitati No Ad di Napoli, ndr] nell’intervento precedente ha ricordato questo passaggio di un articolo di qualche anno fa, scritto da Guido Tabellini, economista ed ex rettore della Bocconi. Una frase che sottolinea la spinta sociale e strutturale che c’è nel sistema produttivo spaccare il paese, collegando più strettamente il Nord alla Germania e allontanandone il sud [indicativo anche il titolo di quell’articolo: I conservator-sovranisti riflettono nuovi conflitti economici, la sinistra no].
Io credo che quella frase sottolinei una realtà. Ci dice che l’autonomia differenziata non è solo una semplice volontà, un progetto politico costruito su vaghe idee di federalismo o, come dire, su ipotesi astratte come quella della Padania. Questa frase ci racconto che l’autonomia differenziata è un processo materiale concreto. La dinamica di frammentazione delle strutture istituzionali e sociali del paese rispecchia, e in qualche modo risponde, ad una strutturazione del sistema produttivo italiano sempre più divergente tra territori, nel quadro di un processo di ristrutturazione produttiva che ha attraversato e sta attraversando l’intero continente.
L’Unione europea, l’euro e le politiche europee degli ultimi vent’anni hanno determinato un processo di centralizzazione delle filiere produttive a livello continentale e, come dire, di periferizzazione di una serie di aree, dalla Grecia al Portogallo. Lo sottolinea anche l’utile libro di Giuseppe Celi, Andrea Ginzburg, Dario Guarascio e Anna Maria Simonazzi, Crisis in the European Monetary Union. A core-periphery perspective [qui una sintetica presentazione].
Questo processo di ristrutturazione produttiva del continente attraversa e divide questo paese. E questo è importante da considerare, perché al centro di questa frammentazione del sistema produttivo italiano c’è anche la progressiva divergenza delle strategie di accumulazione, delle modalità di costruzione del profitto, che sempre più caratterizza il sistema produttivo italiano dopo la Grande Crisi del 2006/08, dopo la doppia recessione italiana del 2009/2012. Non c’è più un salotto buono, non c’è una tolda di comando del capitale italiano, e non c’è più neanche un suo assetto unitaria, una sua gerarchia comprensibile.
Queste dinamiche di frammentazione ricadono nei processi produttivi: cioè, sviluppano forme diverse di organizzazione del lavoro e modalità diverse del suo sfruttamento. La struttura del salario, la definizione dell’orario, i ritmi di impiego della forza lavoro, sono modellate in una direzione o nell’altra a seconda dei mercati di riferimento, delle dinamiche competitive che si deve affrontare, dei margini possibili sui costi di produzione e anche delle specifiche necessità di trasformazione o sviluppo delle proprie produzione. Questa frammentazione dei processi produttivi, cioè, disarticola anche la classe lavoratrice e i suoi cicli di lotta.
Alcuni interventi di sindacalisti prima di me ricordavano come negli ultimi dieci/quindici anni ci siano stati grandi offensive padronali contro il contratto nazionale, che anche se a sinora resistito nella forma ha dovuto subire molteplici erosioni nella sostanza. Ad esempio, con la moltiplicazione dei CCNL, prima ricordati, non solo con quelli solitamente chiamati pirata (cioè, firmati da organizzazioni sindacali di comodo, gialle o marginali, con realtà come la UGL che spesso si presta a questa funzione), ma anche con contratti sottoscritti dai confederali, ma che si insinuano ben oltre i propri perimetri per un loro uso competitivo, dettato dai bassi salari e dalle scarse tutele (pensiamo alla Vigilanza privata, alla cooperative sociali, a Multiservizi, ecc). Io qui vorrei ricordare anche Marchionne, l’uscita di FCA dal CCNL dei metalmeccanici e la costruzione di un contratto FCA. Stesso processo avvenuto nella grande distribuzione organizzata, cioè i grandi supermercati che sono usciti dal CCNL e hanno fanno un proprio contratto un decennio fa. Ma anche alcune banche, come Intesa San Paolo, che iniziano a contrattare autonomamente, a porsi come soggetto autonomo nei tavoli contrattuali. Vorrei anche richiamare tutta la dinamica che è stata ricordata in altri interventi della crescita del ruolo e del peso salariale dei contratti di secondo livello, con il concetto di Trattamento Economico Complessivo (patto di fabbrica del 2017), il cosiddetto welfare, i benefit e i premi di produttività (tutti promossi da politiche fiscali favorevoli, cioè con quote di salario finanziate dalle casse pubbliche). Queste differenze, certo, sono evidenti fra i territori (a fronte di una distribuzione diversificazioni di siti produttivi e grandi aziende), ma sono anche trasversali a nord e sud. Io lavoro in università, io sono della FLC CGIL, e vorrei ricordate oggi come due dipendenti pubblici, con identici inquadramenti, anzianità e mansioni, possono prendere stipendi molto diversi anche a poca distanza, anche a pochi chilometri di distanza: ad esempio un tecnico amministrativo del Politecnico di Milano o del Politecnico di Torino mediamente può guadagnare il 50% di più di uno dell’università dell’Insubria (Varese) o di Udine, per non parlare di Catanzaro o Sassari (a cui si aggiunge un diverso peso di precariato e sotto-inquadramenti).
L’autonomia differenziata permette un salto di qualità in questa disarticolazione contrattuale. Le offensive padronali in questi anni, infatti, hanno ottenuto risultati parziali e discontinui. I contratti di secondo livello rimangono presenti solo in un numero limitato di realtà. L’articolo 8 del Decreto Sacconi (Dl 138/2011, poi legge 148/2011), quello che permetta di derogare i CCNL e anche dispositivi di legge, in pratica non è mai stato applicato concretamente (se non, forse, in qualche caso eccezionale), perché i rapporti di forza reali lo hanno impedito. Così come il modello Marchionne [la definizione di un contratto aziendale con l’ostracismo nei confronti delle organizzazioni sindacali che non firmano], in realtà, non è mai uscito dall’alveo FCA. Tutta la contrattazione si è indebolita, la struttura del salario e le tutele dei diversi CCNL sono sempre più distanti le une dagli altri (tempi di durata, strutture di recupero dell’inflazione, percentuali di aumenti sempre più diverse), ma l’impianto di fondo del CCNL non è ancora stato superato e, soprattutto, la sua disarticolazione è evidente in modo episodico solo in alcune realtà e settori. L’autonomia differenziata diventa l’occasione per portare a fondo un offensiva decisiva contro il CCNL, aprendo quindi ad una regolazione più ordinata di un diverso sistema, in cui salario diretto e salario sociale sono organizzati, sono regolati, su base regionale.
In primo luogo, certo, il salario sociale. Cioè, si introduce un principio di differenziazione territoriale dei servizi sociali universali (istruzione, sanità, trasporti, ecc), che per di più viene implementato imponendo la logica dei Livelli essenziali di prestazione, cioè non tanto l’erogazione di servizi basilari uniformi su tutto il territorio nazionale, ma il loro inquadramento nella logica dei costi e dei fabbisogni standard (secondo quanto stabilito da un’altra legge Calderoli, la Legge 42/2009, o Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione). Questo è lo strumento fondamentale per ridurre i servizi e soprattutto per privatizzarli, come insegna la stessa storia dei LEA nella sanità e come molti hanno qui sottolineato.
In secondo ma non secondario luogo, il salario diretto. L’autonomia differenziata vuole anche costruire un sistema di regolazione contrattuale del lavoro a livello territoriale. Lo abbiamo visto nell’intervento che mi ha preceduto, del compagno dei Cobas Scuola del Veneto, che ha richiamato la bozza di intesa di quella Regione sull’istruzione (art 11, in cui si prevede autonomia nell’organizzazione e nella funzione di sistema, nella valutazione come INVALSI, la parità scolastica e la disciplina degli organico collegiali, anche contratti regionali integrativi sull’organizzazione del lavoro, la rete delle scuole, il fabbisogno di personale e la sua distribuzione). Io credo sia molto chiaro quello che Carlo ha detto sulla scuola e le sue conseguenze sui rapporti di lavoro. Queste conseguenze non sono solo sulla scuola. La maggioranza di governo, in parallelo alle delega in bianco che ha voluto affidare all’Esecutivo su salario minimo e contrattazione (in cui ha iniziato a definire la logica del contratto maggiormente applicato invece che del contratto maggiormente rappresentativo, per rilanciare la moltiplicazione dei contratti), ha approvato un ordine del giorno per la differenziazione territoriale degli stipendi dei pubblici dipendenti. Una dinamica che potrebbe vedere definire per legge, da qui a giugno (in parallelo con l’approvazione dell’autonomia differenziata di Calderoli), la disarticolazione contrattuale per territori dei dipendenti pubblici. Sarebbe il ritorno delle gabbie salariali. Questa logica, se passa, si allargherà all’insieme del lavoro.
L’autonomia differenziata, allora, è un passaggio centrale per rendere il lavoro sempre più funzionale alla produzione. Per inquadrare lavoratori e lavoratrici sempre più come forza lavoro, variabile e funzionale alle esigenze di impresa. Subordinata, soprattutto in questa fase, alle riarticolazioni e ai riassestamenti del capitale italiano, nel quadro della crisi, della competizione internazionale, dell’accorciamento delle filiere produttive sul continente.
Vado a chiudere. Davanti a questa offensiva, io credo ci sia bisogno di una risposta politica e soggettiva. Certo, è fondamentale una risposta che richiami le sperequazioni che l’autonomia differenziata rischia di creare tra territori, in un paese dove già oggi la speranza di vita al sud e al nord divergono radicalmente, aprendo un abisso nei diritti sociali e persino in quelli costituzionali. C’è bisogno della manifestazione di Napoli del prossimo 16 marzo. Però, per me ha ragione Alessandra Algostino nel suo intervento all’inizio di questa Assemblea: l’Autonomia differenziata è una questione di classe, è una questione che attraversa i rapporti di produzione e che origina dai processi produttivi. Perché quello che spinge Zaia, la Lega, Bonaccini e Gori, oggi il governo italiano a sviluppare l’autonomia differenziata, è questa dinamica di disarticolazione del capitale italiano e questa conseguente spinta a regolare in modo differenziato il rapporto tra capitale e lavoro nelle diverse regioni.
Allora, è qui, è nei rapporti di produzione che noi dobbiamo ricostruire un movimento. Noi oggi facciamo questa iniziativa nella Camera del lavoro di Milano, ed in fondo è per questo che lo facciamo in questo luogo. È giusta l’invocazione che Carlo faceva sulla necessità di costruire uno sciopero generale. Io credo però che l’iniziativa possa e debba costruirsi non solo attraverso una via alta, una chiamata all’iniziativa che parte dalle organizzazioni sindacali nazionali, ma debba trovare un terreno di coltivazione e di sviluppo nei luoghi di lavoro. Debba, cioè, trovare una via bassa e dal basso di espressione e di rilancio, che possa quindi permettere e sospingere l’iniziativa generale dei sindacati. Serve costruire assemblee nelle aziende, negli uffici, nelle fabbriche e nelle scuole. Serve che le RSU, cioè le strutture sindacali dei posti di lavoro, ne discutano, si esprimano e chiamino alla mobilitazione. Approvino documenti, appelli, dichiarazioni e partecipino autonomamente, come RSU, alle manifestazioni, alle iniziative e alle mobilitazioni contro l’autonomia differenziata. Questo credo, tra l’altro, che possa essere un primo terreno unitario per tutte le organizzazioni e le correnti sindacali, a partire da quelle che sono qui oggi. Io credo che il recupero di protagonismo del lavoro, quest’iniziativa dal basso, sia fondamentale non solo per uno sviluppo complessivo del movimento e dell’iniziativa di massa contro ogni autonomia differenziata, ma sia anche un elemento centrale della futura campagna referendaria, se questa sarà poi necessaria e sarà possibile. Da qui, cioè, parte secondo la leva fondamentale per resistere contro l’autonomia differenziata.
Luca Scacchi