Sulla piattaforma per il rinnovo del ccnl dei metalmeccanici

Martedì 20 febbraio è stata varata la piattaforma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, che scadrà a giugno di quest’anno. Oltre a vari altri aspetti retributivi e normativi, la richiesta salariale è di 280 euro sui minimi per la durata del contratto (3 anni), con la proposta di avviare una sperimentazione per ridurre l’orario di lavoro e portarlo, in prospettiva e progressivamente, a 35 ore.

Nel Comitato Centrale Fiom del giorno prima abbiamo articolato e motivato le ragioni per cui non abbiamo ritenuto di votare a favore della proposta. Abbiamo annunciato la nostra astensione, dichiarando, fin da subito, che, in ogni caso, quando la piattaforma sarà validata dal voto dei lavoratori e delle lavoratrici, a prescindere dalle differenti valutazioni in questa fase, saremo tutti e tutte impegnate nel portarla avanti e sostenerla.

I principali elementi che ci hanno portato a questa valutazione sono questi.

Sul salario, la richiesta di 280 euro va oltre l’IPCA depurata dai costi energetici ed è nei fatti una delle richieste più alte tra quelle delle più recenti piattaforme per i rinnovi di altri contratti dei settori industriali (280 euro sono pari al 14% in 3 anni, mentre l’IPCA prevista, ad oggi, per il prossimo triennio non supera il 7%). Questa richiesta arriva dopo l’aumento del 2023 di 123 euro al livello C3 (ex 5 livello) e il prossimo di giugno 2024, che non è ancora certo, poiché dipenderà dal dato dell’IPCA, ma verosimilmente sarà comunque superiore a 100 euro. Tenuto conto di questo e nel quadro di una piattaforma unitaria, sostenere che la richiesta fosse rinunciataria sarebbe stato velleitario e poco verosimile.

Tuttavia, c’è un tema che riguarda a monte il modello contrattuale a cui si fa riferimento che è il Patto della Fabbrica del 2018 e l’impianto salariale ereditato dal contratto dei metalmeccanici del 2016 (importi calcolati sull’IPCA depurata, ex post e erogati a giugno).
Questo meccanismo ha determinato aumenti relativamente alti nel 2023 e 2024, dovuti all’impennata dell’inflazione nel 2022. Ma aumenti del tutto inconsistenti negli anni precedenti: 44,75 euro in 4 anni, tra il 2017 (con l’aumento della tazzina di caffè: 1,77 euro) e il 2020.
Se si considera il salario di un metalmeccanico di livello C3 tra il 2016 e il 2024 è passato da 1.775 euro a 1.993 (più 12,3%). Insomma, non si è certamente arricchito, nonostante l’ultima tranche di 123 euro, che comunque era più alta di quella di qualsiasi altro contratto dell’industria, ma pur sempre la metà dell’inflazione reale: 123 euro sono il 6,6% pari a IPCA depurata, ma l’inflazione reale è stata del 12,5%, pari a 233 euro di salario reale persi. E, in ogni caso, gli aumenti sono stati erogati sempre ex post, a giugno dell’anno successivo, quindi con effetti sul montante e complessivo.

Se confrontiamo gli aumenti del valore delle pensioni, le cui rivalutazioni sono calcolate sull’inflazione reale e percepiti a gennaio dell’anno corrente, salvo verifica a conguaglio, il risultato è disarmante. Un pensionato che nel 2016 prendeva una pensione pari a un operaio di 5 livello, 1.775 oggi ne prende 2.115. L’operaio ne prende 1.993.
Questo non per dire che i pensionati hanno preso tanto, perché hanno anzi avuto anni con aumenti a 0% e blocco delle rivalutazioni oltre una certa soglia. I pensionati si sono impoveriti. Il problema è che i metalmeccanici, nonostante gli aumenti di 2023 e 2024, si sono impeviriti ancora di più.

Questo è un problema che attiene al modello contrattuale dell’industria. Non riguarda soltanto i metalmeccanici e anzi, la situazione è decisamente peggiore nel settore dei servizi, con contratti scaduti da anni e rinnovi valutati sotto la soglia della decenza persino nei Tribunali. Sarebbe compito dell’intera Cgil discutere e rivendicare una nuova politica dei redditi e un nuovo modello contrattuale.
Detto questo, la richiesta di 280 euro nella piattaforma dei metalmeccanici non è bassa, ma non mette in discussione questo modello e non recupera quanto abbiamo perso.

Sull’orario di lavoro, la proposta di avviare sperimentazioni verso le 35 ore non può che essere positiva, ma francamente poco circostanziata, limitata a qualche fabbrica e senza riferimenti temporali. È possibile, poi, ci siamo chiesti al Comitato Centrale, rivendicare verosimilmente la riduzione dell’orario se prima non abbiamo recuperato il controllo sulle 120 ore complessive di flessibilità e straordinario introdotte nei contratti separati e accettate nel contratto del 2016? Difficilmente…

Abbiamo espresso aperto dissenso anche sulla richiesta di aumentare di 4 euro il fondo Metasalute (casomai andrebbe reso non più obbligatorio) e portare a 250 euro i flexible benefits.

Altra richiesta inusuale e che abbiamo contestato è la non assorbibilità dei superminimi individuali per effetto degli aumenti contrattuali. I superminimi individuali sono frutto della contrattazione del singolo, premiano le alte professionalità e aumentano le disuguaglianze salariali (anche tra nord e sud e tra uomini e donne). Non possono diventare una richiesta e conseguentemente un costo contrattuale di tutti, anche di quelli che non li prendono. Sarebbe stato decisamente meglio rivendicare aumenti sugli scatti di anzianità che riguardano tutti e tutte in base a criteri oggettivi e non individuali e che sono al palo da anni, con un progressivo effetto di svuotamento.

Abbiamo messo in evidenza anche i limiti nella applicazione concreta del nuovo inquadramento sia per una tendenza allo schiacciamento verso il basso, sia il mancato sviluppo delle opportunità come utilizzo del livello c1 per operai plofinzionali.

Infine, la decantata riforma della formazione è negata nei fatti sia per il diritto soggettivo alla formazione a causa delle barriere poste dalle imprese, sia perché si impedisce l’uso delle 150 ore di diritto allo studio per i diversi gradi formativi, legato per lo più alla sola frequenza di corsi e non all’esercizio del puro studio come diritto soggettivo alla preparazione degli esami. Un modello più confacente alle scuole private online che alla scuola pubblica.

Per queste ragioni, abbiamo deciso di astenerci, evidenziando le ragioni di dissenso, da un lato, riconoscendo, dall’altro, la portata, nel quadro complessivo, della richiesta salariale di 280 euro. Un voto contrario sarebbe stato difficilmente comprensibile fuori da poche realtà più consapevoli dei limiti dello stesso modello contrattuale. Il voto nelle fabbriche e nei posti di lavoro resta decisivo e che, come è sempre avvenuto, non escludiamo affatto che in alcune realtà più forti e consapevoli, i delegati e le delegate facciano altre scelte.
Il punto vero resta, per tutte e tutti, con quanto convinzione e radicalità Fim Fiom e Uilm pensano di portare avanti queste rivendicazioni. Se la strada è quella della moderazione e del compromesso abbiamo già perso, indipendentemente da quanto chiediamo. Il punto, quindi, a prescindere da ogni altra valutazione, è costruire le condizioni di forza e di radicalità necessarie, unica condizione per recuperare quanto in questi anni abbiamo perso, anche a causa dei contratti separati di Fim e Uilm e di scelte contrattuali disastrose poi.

Le Radici del Sindacato nella AG nazionale Fiom