Riflessioni dall’ultima Assemblea Generale della CGIL, di Luca Scacchi
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Lo scorso 7 dicembre si è tenuta a Roma (e on line) l’Assemblea generale CGIL. La riunione è stata preceduta dalla commemorazione di Beppe Casadio, si è concentrata sull’approvazione di una serie di regolamenti (personale CGIL, collegio ispettori, Collegi verifica statutaria, ecc): solo nel pomeriggio si è aperta una discussione sulla situazione politico-sindacale. La relazione del segretario generale si è concentrata su un primo bilancio dello sciopero, sulle prossime mobilitazioni di dicembre (Perugia-Assisi il 10, manifestazione CES a Bruxelles il 12, i pensionati il 15 ed infine lo sciopero di tutti i servizi, turismo e commercio il prossimo 22), la discussione europea sul patto di stabilità, la situazione economica e le iniziative del governo [delega fiscale, revisione PNRR, delega su contrattazione e salario minimo] ed infine le prospettive per il prossimo anno (su questa la relazione è stata più vaga, ponendo il tema della continuità della mobilitazione ma di fatto rimandandola ad una prossima discussione a gennaio, anche in relazione alla necessità di strutturare nei territori il rapporto con associazioni e reti di movimento). La discussione ha coinvolto solo 5/6 interventi, a cui è seguito un’interruzione di fatto del confronto (senza replica del segretario), con un AG inusualmente sospesa e riconvocata a gennaio. Non essendo riuscito ad intervenire, lascio qui scritte alcune riflessioni che mi ha innescato questo inizio di confronto.
Tre scioperi. Per il terzo anno consecutivo, CGIL e UIL hanno proclamato uno sciopero generale a ridosso della legge di Bilancio. Il 16 dicembre 2021 ci si è mobilitati contro le politiche del governo Draghi, con lo scorporo di istruzione e ricerca [anticipato al 10 dicembre con SNALS e GILDA], l’esclusione della Sanità [per l’emergenza covid] e delle Poste [a causa delle norme sui servizi pubblici essenziali]. Nel dicembre 2022 si è scesi in piazza contro quelle del nuovo governo Meloni, con uno sciopero spalmato su un’intera settimana e una partecipazione UIL a macchia di leopardo: lunedì 12 Calabria; martedì 13 Sicilia e Umbria; mercoledì 14 Trentino e Valle d’Aosta, Veneto e Puglia senza UIL; giovedì 15 Marche e Piemonte, mentre Abruzzo, Molise e Friuli Venezia Giulia senza UIL; infine venerdì 16 le altre regioni come Emilia Romagna, Lombardia, Liguria, Toscana, Lazio e Basilicata, oltre che Alto Adige, Campania e Sardegna senza UIL. Quest’anno l’iniziativa è stata anticipata, ha visto in piazza entrambe le organizzazioni ma è comunque stata scomposta: venerdì 17 novembre le regioni del Centro e a livello nazionale l’istruzione e la ricerca, i pubblici, Poste e trasporti; lunedì 20 la Sicilia; venerdì 24 il Nord (tra cui l’Emilia, eccetto Reggio che avendo il patrono aveva scioperato il 17); lunedì 27 la Sardegna; venerdì 1° dicembre il Sud.
Le ragioni dello scontro tra governo e sindacati erano nelle cose. Le scelte antipopolari e contro il lavoro degli esecutivi Draghi e Meloni, infatti, erano non solo prevedibili, ma in qualche modo inscritte nella loro natura. Il governo Draghi era sorto per gestire il PNRR al posto del precedente campo largo, per dare alla ripresa post pandemica il doppio obbiettivo di focalizzarsi sulla produttività totale dei fattori [vedi la premessa del nuovo Piano] e controllare la spesa sociale, senza derogare agli assetti europei. Non a caso il suo ostetrico fu Renzi. Il governo Meloni è invece espressione di un blocco reazionario affermatosi alle elezioni anticipate, centrato sui ceti intermedi e con un’esplicita impronta fascistoide. Sin dai suoi primi passi, cioè, è stato evidente l’obbiettivo revanscista di restaurare una politica d’ordine, nella prospettiva di costruire una nuova egemonia della Destra Nazionalista in grado di cancellare gli specifici interessi del lavoro.
Questi tre scioperi hanno allora sono stati segnati da caratteristiche comuni.
Primo, la divisione tra le confederazioni: la CISL non ha partecipato ed ha invece promosso iniziative in aperta polemica con li scioperi. Come ha sottolineato Sbarra [il suo segretario] nel 2021, non si può dire che il governo non ci abbia ascoltato, così si radicalizza il conflitto sociale e si rompe l’unità sindacale, il nostro modello di sindacato è opposto. Argomentazioni riproposte negli anni successivi, nel quadro di una deriva conservatrice proseguita nonostante l’ascesa al governo della destra reazionaria e la sua politica aggressiva (defiscalizzazioni per gli autonomi, peggioramento della Fornero, delega fiscale, contratti pubblici, ecc).
Secondo, la loro costruzione affrettata e approssimativa. Nonostante la natura di questi esecutivi e la prevedibilità delle loro politiche, nonostante DEF e NADEF (i documenti di programmazione economica di primavera e primi di ottobre), per tutti e tre gli anni la proclamazione dello sciopero è arrivata solo nel tardo autunno, a saldi chiusi con la Commissione Europea ed una Legge di Bilancio incardinata nei suoi assetti. L’organizzazione delle mobilitazioni è stata poi disarticolata: il primo anno con lo scorporo di alcuni settori; il secondo anno con le iniziative spalmate per regioni; il terzo anno con quelle scomposte tra categorie e aree del paese. Una dinamica che ha reso evidente la scarsa convinzione, le incertezze e i timori sull’azione intrapresa, che non ne hanno aiutato il risultato.
Terzo, il loro sostanziale isolamento. I tre scioperi sono stati costruiti come eventi indipendenti, senza tessere i fili che li univano e soprattutto senza imprimere alla mobilitazione uno sviluppo coerente. Cioè, hanno assunto di fatto una cadenza al contempo occasionale e rituale, senza prospettive concrete e senza continuità di iniziativa. Pur nel loro ripetersi, sono quindi risultati episodici. Concluso lo sciopero e approvata la legge di bilancio, le piattaforme e le rivendicazioni avanzate non si sono intrecciate con l’azione delle categorie e dei territori, né tanto meno con una pratica generale del sindacato.
In realtà questa volta la CGIL sembrava aver assunto una propensione diversa. Nel corso della primavera, infatti, era sembrata imporsi una maggior consapevolezza sul profilo reazionario del governo. Era, cioè, sembrato svilupparsi un diverso orientamento rispetto all’anno scorso, quando l’8 ottobre si era voluto costruire una manifestazione programmatica (L’Italia ascolta la CGIL) e relativamente limitata (20mila partecipanti), o quando si era procrastinato lo sciopero sino all’ultimo, rifiutando di proporsi come perno dell’opposizione sociale al nuovo governo. Questa disposizione interlocutoria si era riproposta anche dopo, quando si era invitata Giorgia Meloni al XIX congresso CGIL [la prima volta di un esponente di tradizioni fasciste, con il netto dissenso della nostra piccola minoranza congressuale e la perplessità di molti, anche nella sinistra diffusa]. Tra l’estate e l’autunno la CGIL era però sembrata maturare un cambio di passo nella comprensione dell’azione governativa, nell’intenzione di contrastarlo e quindi nella necessità di un’ampia attivazione politico-sociale. La segreteria confederale ha infatti proposto a maggio uno spazio di riflessione ad un’ampia rete di associazioni e movimenti, chiamandoli ad un percorso di iniziativa comune (La via maestra), sfociato nella costruzione del corteo nazionale del 7 ottobre 2023. Questa manifestazione ha avuto il respiro di un appuntamento generale di opposizione, con oltre 100/150mila persone a Roma. Questa manifestazione, inoltre, è stata accompagnata da un’ampia iniziativa di assemblee in aziende, fabbriche e uffici, per coinvolgere e convincere l’insieme del lavoro alla mobilitazione. La CGIL, cioè, si è realmente impegnata per sviluppare un’iniziativa di massa contro il governo, dopo averla in qualche modo evocata con il corteo sulla sanità del 24 giugno, le iniziative territoriali sull’autonomia differenziata (Bari, Napoli, Potenza, Caltanisetta, ecc) e anche alcuni scioperi di categoria (come quello dei metalmeccanici a luglio, in qualche modo connesso all’assenza di concrete politiche industriali). Si era così creata la diffusa aspettativa di un progressivo sviluppo dell’iniziativa. Questa aspettativa, però, è stata lasciata a lungo sospesa: il 7 ottobre a Piazza San Giovanni non è stato annunciato lo sciopero generale e si è arrivati a proclamarlo solo dopo diverse settimane, una volta che la Legge di Bilancio è stata delineata, con un’iniziativa confusa e scomposta.
Oggi allora si pone la necessità di un bilancio, non solo dell’iniziativa scomposta di questo novembre, ma di questi anni. Bisogna, cioè, discutere i risultati di questi scioperi, per capire limiti e potenzialità di questo percorso e valutare come proseguire. In questi giorni, nella comunicazione pubblica come negli organismi CGIL (anche negli stessi interventi dell’Assemblea generale), si sono talvolta uditi accenti e toni trionfalisti, volti a sottolineare una grande partecipazione nelle piazze e altissimi tassi di adesione alle iniziative. Seppur ne comprendo lo spirito, di fronte all’aperta campagna contro la mobilitazione proveniente dalla CISL e da settori della maggioranza, amplificata dai toni e dalle azioni antisindacali di Matteo Salvini, ritengo che un gruppo dirigente responsabile debba sapere imprimere al confronto un tono diverso. Perché l’esigenza prioritaria oggi non è quella di affermare la nostra forza nel dibattito pubblico o confermare la fiducia in noi stessi, quanto quella di capire come proseguire l’azione sindacale nei prossimi mesi, contrastare l’azione del governo, ribaltare o almeno modificare i rapporti sociali che da tempo vedono soccombere gli interessi del lavoro. Stante l’attuale solidità parlamentare della Destra e, più in generale, i rapporti di forza tra le classi, è cioè fondamentale discutere collettivamente risultati, limiti e potenzialità delle iniziative che intraprendiamo. Senza narrazioni rassicuranti, senza raccontarsela, senza illusioni, perché proprio i tempi lunghi necessari per ottenere qualche risultato e cambiare le cose rendono inadeguate le semplici conferme del proprio operato. Non abbiamo fatto così gli anni scorsi ed abbiamo sbagliato: gli scioperi passati non sono andati bene, non parlarne non ci ha aiutato ad affrontare i nostri limiti e ad organizzare meglio l’iniziativa.
Lo sciopero generale CGIL e UIL del 2021 fu il primo dal 12 dicembre 2014 [quello contro il Jobsact, anche allora solo di CGIL e UIL]. Ben sette anni prima! In quest’occasione si è quindi misurata la capacità di tenuta e di iniziativa dopo una lunga stagione di disarticolazione contrattuale. L’esaurimento della concertazione (secondo governo Berlusconi e accordi separati 2008/10), la doppia recessione 2009/12, l’uscita dai CCNL di FIAT/FCA e Grande Distribuzione, la progressiva differenziazione delle strategie di accumulazione del Capitale italiano hanno infatti portato ad una crescente divaricazione negli assetti e nei tempi dei rinnovi contrattuali, con una frammentazione dei conflitti nella produzione e delle stesse identità collettive del lavoro. I numerosi scioperi dei sindacati di base dell’ultimo decennio, talvolta contrapposti tra loro, si sono infatti caratterizzati per la loro perimetrazione su settori molto specifici (la logistica padana, alcune realtà dei trasporti, alcune realtà del pubblico) e sull’avanguardia politico-sindacale più militante. In qualche modo, quindi, questo sciopero generale testava non solo la forza delle organizzazioni sindacali che l’hanno indetto, ma anche le capacità della stessa classe lavoratrice di riunificarsi in una vertenza generale, prescindendo dalle specifiche condizioni e dinamiche in cui si articolano le sue diversi sezioni. Tutto questo, per di più, avveniva dopo gli anni della pandemia, con il modificarsi di relazioni collettive e abitudini sociali nei posti di lavoro (anche sul versante dello smartworking o delle assemblee). Ad esser messa alla prova era inoltre una nuova generazione di delegati e delegate, che aveva iniziato a sostituire quella cresciuta negli anni Novanta e Duemila (con una solida tradizione consiliare alle proprie spalle e una pratica di iniziative generali, dalle pensioni all’articolo 18). Questa nuova generazione è cresciuta in un contesto di lotte e identità parziali. Dopo la stagione degli scioperi generali CGIL CISL UIL contro il secondo governo Berlusconi (16 aprile 2002, 24 ottobre 2003, 30 novembre 2004), infatti, le tre confederazioni avevano costruito con difficoltà iniziative generali di sciopero: lo avevano fatto solo per 3 ore il 12 dicembre 2011 (il famigerato sciopericchio contro la Fornero, frenato anche per l’intervento del Presidente della Repubblica) e poi solo per 4 ore, in modo articolato, tra l’11 e il 15 novembre 2013 (mentre la CGIL aveva costruito da sola scioperi generali, ma solo negli anni della crisi: il 25 giugno 2010, il 6 maggio e il 6 settembre 2011, il 14 novembre 2012). Infine, nell’ultimo decennio è cresciuto il peso di un rapporto individuale con lavoratori e lavoratrici, basato sull’offerta di tutele e servizi, incapace di sviluppare vertenze collettive. Per dare solo un dato, nel 2010 la FILCAMS (la categoria del commercio, turismo e servizi, in cui questa realtà pesa significativamente) aveva 372.268 iscritti, nel 2022 586.926 (quasi il 60% in più). Oggi si calcola che circa il 50% dei nuovi iscritti alla CGIL derivano da attività individuali di servizio e tutela.
Lo sciopero generale del 2021 mise in risalto qualche luce e molte ombre. Furono organizzate 5 piazze nazionali (Piazza del Popolo a Roma, l’Arco della Pace a Milano, Piazza della Libertà a Bari, Piazza Verde a Palermo, Piazza dei Centomila a Cagliari). Si riempirono, ma non strabordarono. A ripensarci, inaugurarono di fatto l’abitudine di questi anni a manifestazioni molto caratterizzate da bandiere, striscioni, felpe, cappellini, fazzoletti e palloncini dei due sindacati, ma anche molto compartimentate, quasi fisicamente divise tra le organizzazioni. Piazze che tendono a svuotarsi per sezioni, una volta che il proprio leader è intervenuto, anche se la manifestazione non è ancora conclusa. Segno che sono partecipate soprattutto da funzionari/e, dirigenti, delegati/e, militanti e iscritti, organizzati dalle proprie strutture territoriali (con propri striscioni, pullman, ecc): meno vissute, cioè, dall’ampia massa di lavoratori e lavoratrici, la quale tende ad organizzarsi soprattutto per posto di lavoro, con una minor presenza di simboli e identità di organizzazione. Quelle piazze di due anni fa, comunque, dopo i lockdown tornarono a mostrare una significativa partecipazione delle grandi fabbriche. Lo sciopero ebbe infatti buoni risultati in diversi stabilimenti (Acciaierie Italia a Genova, Electrolux a Pordenone, l’AST Terni, la Lamborghini a Bologna, la Pirelli a Settimo, la Fila a Firenze, ecc), anche se meno nei grandi gruppi (Stellantis, Fincantieri, Leonardo), poco nei servizi (con qualche macchia di leopardo), mentre stentò nel pubblico impiego (3,05% nelle funzioni centrali, 4,38% negli enti locali, un po’ meglio nei vigili del fuoco al 7,57 e nell’istruzione la settimana prima, al 6,78%). Lo sciopero tardivo del 2021, a ridosso di Natale, interessò quindi soprattutto lo zoccolo delle realtà attive e sindacalizzate. Certo, a questo risultato ha contribuito la divisione con la CISL e la timidezza di CGIL e UIL ad arrivare ad una contrapposizione frontale con il mitico governo Draghi, nonostante il suo chiaro segno di classe. Però lo sciopero è stato anche un segnale della moltiplicazione delle linee di frattura che nel frattempo si erano sviluppate nel lavoro, su cui si sarebbe dovuto ragionare con maggior attenzione e sistematicità. In qualche modo, cioè, sin da questo primo sciopero è emersa una difficoltà a coinvolgere e far partecipare il corpo complessivo della classe lavoratrice, come segnalato anche dalla crescente difficoltà in questi anni a costruire assemblee partecipate ed attente nei posti di lavoro (se non di fronte a particolare e specifiche questioni, che interessano direttamente e con evidenza i lavoratori e le lavoratrici di quella realtà).
Lo sciopero spalmato del 2022 è andato peggio. Sensibilmente peggio. Alle difficoltà dell’anno precedente, infatti, si sono sommati altri fattori, con effetti tra loro moltiplicativi. In primo luogo, ha pesato la stessa credibilità della iniziativa sindacale. L’anno prima, di fronte alla rottura con il governo Draghi, si era annunciata una nuova stagione di mobilitazione: se non si fanno le cose che stiamo chiedendo, noi scioperiamo e torniamo in piazza perché non dobbiamo rispondere ad alcun governo. Per noi questa non è la fine di un ciclo di manifestazioni, ma è l’inizio perché non rinunciamo all’idea di una riforma delle pensioni, del fisco e della lotta alla precarietà. Poi, però, di fronte alle difficoltà a ricostruire un rapporto di massa, lo scoppio della guerra in Ucraina, l’esplosione dell’inflazione e le instabilità sul quadro politico, il sindacato non ha ripreso le mobilitazioni. Così, si è arrivati all’estate, al precipitare delle elezioni anticipate e quindi all’autunno prima di riprendere l’iniziativa. E lo si è fatto con il nuovo governo Meloni, con cui come abbiamo visto la CGIL aveva deciso interloquire evitando di sviluppare un’immediata opposizione di massa. Così, alla decisione di mobilitarsi si è arrivati nuovamente a ridosso delle vacanze Natalizie, a legge di Bilancio praticamente chiusa nelle aule parlamentari. CGIL e UIL hanno poi ulteriormente sottolineato le proprie incertezze scegliendo una forma di mobilitazione a bassa visibilità, con scioperi decisi a livello regionale e una dis-articolazione della stessa partecipazione UIL. Il risultato fu un netto passo indietro rispetto all’autunno precedente. Non solo le piazze, regionali, hanno visto una partecipazione molto più limitata, in alcuni casi quasi scarsa, ma soprattutto i tassi di adesione allo sciopero furono stentati, non solo a livello generale ma anche nei settori e nelle realtà più sindacalizzate. Lo stesso zoccolo di attivisti e dei delegati/e sindacali, in molte realtà, faticò a partecipare allo sciopero. Nel pubblico impiego, le percentuali di adesione furono quasi ovunque fra l’1 ed il 3%.
Con questo passato, risaltano le luci di queste settimane. Nelle piazze si sono visti nel complesso almeno 300/350mila partecipanti, come sottolineato in Assemblea Generale: spiccano, in particolare, il corteo di Firenze e la manifestazione di Roma [il 17 novembre], nella giornata oggetto degli attacchi di Salvini e delle precettazioni nei Trasporti (che avevano innescato non solo un’ampia attenzione mediatica, ma anche una certa reazione nella sinistra politica e sociale). La partecipazione di piazza non solo è stata maggiore di quella del 2021, ma ha avuto una diffusione senza precedenti dalla pandemia del 2020, perché in molti territori si è scelto di organizzare manifestazioni a livello locale. Come nel 2021, si è registrata un’adesione importante delle realtà sindacalizzate, ad esempio la Sammontana o il Nuovo Pignone di Firenze; la Ariston o la Tod’s di Fermo, la Ast di Terni, la Whirlpool di Varese, la Lamborghini di Bologna, la SAME o la Brembo di Bergamo, la Carraro Drivetech di Padova, la Marcegaglia di Mantova, le Acciaierie d’Italia di Genova. Anche nel pubblico si sono registrati segnali più convinti del passato, per esempio con molti plessi scolastici chiusi. Non bisogna però fermarsi a queste luci. Quando si proclama uno sciopero generale, si chiede di fermarsi a tutto il lavoro. Certo, il pubblico ha segnato una partecipazione maggiore del 2021: le funzioni centrali al 9,52%, gli enti locali al 11,97%, la sanità al 4,36%, i vigili del Fuoco al 12,39%, l’istruzione e la ricerca al 7.13%. Questi tassi indicano comunque una partecipazione limitata. Nella scuola, alcuni dati sembrano indicare un coinvolgimento scarso o nullo dei precari: un settore significativo (un quarto del personale, oltre 200mila lavoratori e lavoratrici), spesso relativamente giovane (30enni), garantito nei propri diritti e che in altre stagioni ha visto un protagonismo significativo (anche con comitati e coordinamenti autorganizzazioni), oggi comunque molto sindacalizzato (per servizi e tutela in graduatorie e concorsi), ma che in realtà sostanzialmente non partecipa ad assemblee e mobilitazioni collettive. Da una parte, cioè, nonostante la sua scomposizione, lo sciopero ha mostrato una capacità di attivare un’ampia partecipazione di piazza e un’adesione di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici (la maggior partecipazione di questi anni). Dall’altro, però, è evidente come le linee di frattura che sono emerse nel 2021 sono tuttora presenti.
Non tutti gli scioperi di questi anni hanno mostrato una partecipazione limitata. Certo, il dato complessivo della stagione è quello di una dinamica frammentata, in cui i conflitti hanno avuto prevalentemente una dimensione perimetrata, limitata a specifiche condizioni, stabilimenti o composizioni di classe. Non è un caso che, se uno prova a scorrere nella memoria o sui media quali sono quelli che in questi anni hanno assunto una rilevanza di massa, a risaltare sono spesso episodi circoscritti, più che lotte settoriali o generali. In primo luogo, vengono in mente gli scioperi spontanei di marzo 2020 per la salute e la sicurezza: conflitti che però avvennero stabilimento per stabilimento, concentrati soprattutto in alcuni territori, più a rischio pandemico e con un tessuto diffuso di delegati/e (Torino, Vercelli, Brescia, Bergamo, l’Emilia, il Veneto). L’occupazione della GKN di Campi Bisenzio, oramai in campo da due anni, è stata condotta dal Collettivo di Fabbrica e ha attivato il percorso di convergenza di #insorgiamo, con importanti manifestazioni nazionali a Firenze e Bologna (tra le 10 e le 20mila persone). Hanno avuto ampia risonanza anche altre vertenze di stabilimenti in crisi (Whirlpool di Napoli, SagaCoffee di Gaggio, Marelli di Crevalcore), la vertenza di Mondo Convenienza, i combattivi cortei a Genova dell’Ansaldo Energia dell’ottobre 2022 o dell’Ilva del giugno 2021, lo sciopero Amazon o per la fine di Alitalia nel 2021, gli scioperi ripetuti dei macchinisti Cargo. Poi, certo, non si può dimenticare il ciclo di lotte nella logistica padana (in particolare nella Regione Logistica Milanese che ingloba Novara, Piacenza, Brescia e Malpensa, oltre che a Bologna e Modena), segnato da protagonismo di una manodopera migrante organizzata dal SiCobas, con picchetti e scioperi prolungati spesso conclusi con vittorie sindacali. La difficoltà a sviluppare dinamiche più generalizzate di lotta è comunque risultata palese in alcune occasioni: ad esempio, la strage di Brandizzo a fine agosto (che non ha visto innescarsi scioperi spontanei diffusi o grandi mobilitazioni territoriali) o ancora il peggioramento delle pensioni con la Meloni-Fornero (che ha visto solo limitatissime reazioni dal basso, come lo sciopero e il corteo SAME a Treviglio o l’occupazione della rotonda aeroportuale di Genova da parte degli operai dell’ILVA). Però, in questa stagione, ci sono stati scioperi di settore riusciti. Quello del Legno lo scorso aprile, per il rinnovo del contratto nazionale, ha visto una partecipazione significativa (con adesioni importanti in Natuzzi, Ferretti, Poltrona Frau o Scavolini) e ha portato ad una rapida conclusione della trattativa. Lo sciopero Trenitalia del 30 novembre, dopo le precettazioni di Salvini e l’incidente in Calabria, ha visto adesioni altissime, quasi totali, con ripercussioni evidenti oltre la sua conclusione. Lo sciopero di medici, infermieri e sanitari del 5 dicembre ha avuto anch’esso adesioni altissime, mentre lo sciopero della scuola del 30 maggio 2022 ha comunque visto una partecipazione a due cifre (ben maggiore degli scioperi di fine anno), sopra il 17,5%. Quando si percepisce un interesse diretto o immediato, le adesioni crescono.
Un chiaroscuro che emerge anche nelle assemblee. Le luci e le ombre dello sciopero generale si confermano nelle assemblee autunnali promosse dalla CGIL. La confederazione, infatti, proprio per accompagnare e sostenere il percorso di mobilitazione, aveva deciso lo scorso luglio di avviare un percorso capillare di assemblee nei territori e soprattutto nei posti di lavoro. In qualche modo, cioè, la segreteria confederale aveva colto i limiti degli anni precedenti, lo scollamento tra le realtà più sindacalizzate e l’insieme del lavoro, i risultati non esaltanti dell’adesione all’iniziativa unitaria dei metalmeccanici all’inizio dell’estate, la necessità di spronare l’insieme dell’organizzazione a pratiche collettive in una fase di scontro generale con il governo. La campagna di assemblee è stata svolta soprattutto nel mese di settembre (prima del corteo del 7 ottobre), realizzandone diverse migliaia con una coda di qualche centinaio nelle settimane di ottobre. Proprio per segnare l’importanza di questa campagna, la CGIL ha previsto verbali con i numeri dei partecipanti e i voti di tutte le assemblee, come nella fase congressuale: i primi risultati ci dicono che hanno partecipato circa 1.050.000 lavoratori e lavoratrici. Un dato importante: le assemblee, cioè, hanno avuto un perimetro di massa e la CGIL è oggi forse l’unica organizzazione nel paese a poter attivare questa partecipazione, non solo in un voto ma anche in un’interlocuzione diretta con le persone. Però, questo risultato rivela anche alcune criticità. Al XIX congresso CGIL i dati ufficiali riportano oltre 1.330.000 votanti, solo iscritti (oltre il 30% in più). Certo, come ha notato più di un componente dell’AG (dal palco e nei commenti informali), i dati di oggi sono più reali di quelli delle assemblee congressuali, su cui diciamo che ha pesato l’ansia di prestazione delle strutture e soprattutto la volontà di abbassare la percentuale del documento alternativo (sulla realtà di quei risultati ci siamo più volte espressi e non ci torniamo ora). In qualche modo, comunque, questo dato ci rivela l’attuale capacità di penetrazione dell’organizzazione, delineando un primo perimetro di quello che si è in grado di attivare in percorsi di confronto e consultazione. Un milione è allora un numero che evidenzia anche i limiti e le difficoltà di questa stagione: sono poco più di un quinto degli iscritti, meno della metà di quelli attivi, una frazione parziale dei settori più organizzati della classe lavoratrice.
Una consultazione sfasata. C’è un’altra cosa da sottolineare su questa campagna di assemblee. La segreteria confederale, e poi la larga maggioranza dell’Assemblea Generale, l’ha voluta impostare con un obbiettivo specifico e particolare: la presentazione della piattaforma complessiva della mobilitazione [La via maestra] e la richiesta di un mandato a lavoratori e lavoratrici sull’eventuale indizione dello sciopero generale [Condivido le proposte rivendicative contenute nel documento predisposto dalla CGIL nazionale, avanzate e da avanzare nei confronti del Governo e del sistema delle imprese, nonché l’utilità di sostenerle con la mobilitazione e, se sarà necessario, con lo sciopero generale, questo il quesito formulato e posto nelle assemblee]. Due gli sfasamenti di questa scelta.
In primo luogo, si è sganciato le assemblee dallo sciopero. Le assemblee, infatti, si sono svolte senza ancora conoscere non solo la data dello sciopero, ma neanche le sue modalità e in realtà senza neppure aver la certezza del suo svolgimento. In larga parte, come abbiamo visto, si sono svolte a settembre, di fatto a due mesi di distanza dalla mobilitazione. Questo ha creato due problemi: si è creato un diaframma temporale, in alcuni casi rilevante, tra la presentazione delle rivendicazioni e la piazza; si è in qualche modo attenuata e resa più difficile la comunicazione dello sciopero e delle sue modalità (tra le altre cose non semplici). Non a caso, viene da dire, la consultazione su un iniziativa di lotta è comunemente considerata una procedura di raffreddamento del conflitto: introducendo una pausa e dovendo convincere all’iniziativa la maggioranza di lavoratori e lavoratrici, si dilatano e in qualche modo si attenuano le dinamiche dello scontro.
In secondo luogo, si è affermata la prassi di una consultazione per la proclamazione di uno sciopero. Questo lo riteniamo un errore (proprio per questo, a luglio, abbiamo votato contro). La scelta delle forme di lotta e delle sue tempistiche, infatti, è una responsabilità propria dell’organizzazione sindacale, che si fa carico di indicarla all’insieme di lavoratori e lavoratrici proprio sulla base del suo ruolo e della sua forza organizzativa, che la mettono in grado di valutare condizioni e necessità. Scegliere di rimandare l’indicazione all’insieme di lavoratori e lavoratrici, in una forma così generica, vuol dire solo scaricarsi di questa responsabilità, scavalcando in qualche modo eventuali dialettiche presenti nel gruppo dirigente con dinamiche plebiscitarie. Non solo. Rimandare questa scelta all’insieme di lavoratori e lavoratrici, vuol dire al fondo innescare una prassi che delega la scelta di uno sciopero alla maggioranza. Cioè, vuol dire non solo accettare, ma addirittura far proprio il concetto che un’iniziativa deve esser votata dalla maggioranza di lavoratori e lavoratrici coinvolti.
La Costituzione italiana e le relazioni sindacali di questo paese sono costruite su un principio diverso: il diritto di sciopero è individuale (non di una maggioranza) e gli scioperi sono proclamati senza passare per un voto preventivo. Ho sempre pensato che uno degli episodi più significativi della storia sindacale di questo paese sia stato quello nel tardo autunno del 1958 alla Officine OM di Brescia, allora FIAT, quando la Sezione Aziendale Sindacale FIM decise di partecipare ad uno sciopero CISL nonostante la prassi dell’esclusione di quella azienda dalle lotte, per la perdita del premio di produzione in caso di adesione (il premio antisciopero FIAT). In un’azienda di migliaia di lavoratori, scioperarono solo in una ventina, quasi tutti delegati FIM. Fu uno sciopero di estrema minoranza, che però aprì una nuova stagione sindacale, proprio per il coraggio di un’avanguardia di rompere tradizioni e appartenenze, e consentì al sindacato tutto di stimolare e intrecciare la crescita di un’autonomia della classe lavoratrice. Se può quindi avere un senso avviare una consultazione su una piattaforma, la scelta oggi di una consultazione per indire uno sciopero [tra l’altro, ponendo due domande per una sola risposta] mi sembra invece andare in senso opposto.
Sottolineo questa critica proprio perché considero importante il rapporto con l’insieme di lavoratori e lavoratrici. L’errore, cioè, non è nella campagna di assemblee. Questa scelta, in qualche modo, ha provato a farsi carico dello scollamento registrato negli scioperi generali degli ultimi anni e anche della difficoltà a costruire prassi sindacali collettive in molte realtà e categorie. Non solo. Questa scelta ha in qualche modo sottolineato la questione del modello sindacale di riferimento e la spaccatura con la CISL di questi anni. Oggi, infatti, si è riaperta una divergenza che in realtà risale alle radici delle divisioni del 1948/49, che andarono ben oltre le fratture determinate dalla guerra fredda e la creazione di campi politici contrapposti nel paese. La CISL si è fondata come sindacato degli iscritti, federazione di liberi sindacati categoriali, che determina la sua legittimità e la sua rappresentanza su base associativa, che rifiuta di pensarsi e di agire per l’insieme di lavoratori e lavoratrici. La CGIL affonda invece la sua storia in una diversa concezione, con un profilo generale che non solo evita di perimetrarsi su specificità professionali o categoriali, ma cerca di costruire forme e modalità di rappresentanza dell’insieme di lavoratori e lavoratrici.
Questo profilo della CGIL, in realtà, è stato sottoposto nell’ultimo decennio a pressioni e propensioni diverse. Il cosiddetto Testo Unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 [contestato da FIOM e sinistre sindacali] aveva sottolineato in particolare prerogative e diritti delle organizzazioni, più che di lavoratori e lavoratrici (a partire dalla decadenza delle RSU elette se cambiavano sindacato di appartenenza, sino alle norme che impedivano gli scioperi sugli accordi firmati dalla maggioranza). La Carta dei Diritti [il manifesto che allargava l’impianto dello Statuto dei lavoratori], lanciata con una Legge di Iniziativa popolare e oltre 1 milione di sottoscrizioni nel 2016 [oggi praticamente dimenticata] soffriva della stesso difetto, soprattutto in rapporto all’originale Statuto [che vede al centro il lavoratore e la lavoratrice, i suoi diritti inalienabili e la sua rappresentanza]. Il XVIII congresso, nel 2018, propose la ricostruzione di un’unità organica con CISL e UIL, fondata sul 10 gennaio e la ripresa della contrattazione unitaria tra i metalmeccanici (il peggior CCNL di sempre!). Una proposta che, in contraddizione con le propensioni FIOM dell’inizio del decennio, segnò l’ascesa di Landini alla segreteria confederale (a partire dalle sue conclusioni al Congresso della Camera del Lavoro di Milano). L’assemblea organizzativa 2022, poi, volle inquadrare l’azione dei delegati/e (ponendo una disciplina di organizzazione su quanto deciso dalla maggioranza di lavoratori e lavoratrici). Il recente XIX congresso CGIL ha infine lanciato ipotesi di codeterminazione, sia nelle imprese (gestione delle scelte strategiche) sia nel paese (concertazione di politiche economiche e industriali, a partire dal PNRR). Nel documento approvato, si è delineato un idea dell’impresa come sistema sociale complesso nel quale convivono diversi punti di vista, in cui tutti i soggetti possono essere protagonisti attivi, trovando un punto di equilibrio, superando quindi la contrapposizione tra “sindacato conflittuale” e “sindacato partecipativo” perché questi due momenti sono sempre necessariamente intrecciati. Un modello sindacale, cioè, che iniziava ad interloquire con quello CISL, assumendo come orizzonte la rappresentanza della forza lavoro (un fattore della produzione che deve mediare con gli altri), più che proporsi di rappresentare l’autonomia del lavoro vivo (cioè, uomini e donne in carne e ossa) dagli interessi della produzione e del Capitale.
Queste nuove propensioni si sono però scontrate con la dinamica delle cose. La Grande Crisi e la sua gestione capitalista hanno rilanciato le direttrici neoliberali degli scorsi decenni: un assalto aggressivo alla spesa pubblica; l’inserimento del pareggio di bilancio nelle Costituzioni e la fine del modello sociale europeo; il rinnovato attacco al salario differito con le continue revisione dei sistemi pensionistici; l’allungamento degli orari con straordinari obbligatori e flessibilità, o l’inasprimento dei ritmi con industria 4.0, per aumentare l’estrazione di plusvalore assoluto e relativo. Mentre negli ultimi anni alcuni movimenti politici, a livello internazionale e in Italia, hanno delineato (senza ancora praticarla) una diversa gestione capitalistica della crisi, di fatto reazionaria, basata sulla costruzione nazionalistica di un blocco di riferimento, la competizione e il riarmo, una sorta di neo-keynesismo securitario e un rinnovato autoritarismo sociale. Così, la Cgil nell’ultimo decennio si è trovata di fronte a governi tecnici (Monti e Draghi), di centrodestra e di destra (Berlusconi, Conte-Salvini, Meloni) e anche di centrosinistra, larghe intese o campo largo (Letta, Renzi, Gentiloni e Conte bis) che hanno praticato la disintermediazione. Il sindacato nelle politiche capitalistiche di questa stagione è infatti chiamato ad assumere un ruolo subordinato, sostanzialmente complice, cioè con una funzione sussidiaria alla produzione e di esclusiva rappresentanza della forza lavoro (negando ogni autonomia di classe). Per la CGIL il radicale passaggio a questa impostazione è risultato complicato (per la sua storia e per le prassi di rappresentanza che in ogni caso interessano ancora larghi settori dell’organizzazione) e si è scontrato con uno spazio naturalmente occupato dall’evoluzione conservatrice della CISL.
La dinamica delle cose ha spiazzato la strategia congressuale della CGIL. Draghi e Meloni hanno rilanciato la divergenza tra il sindacalismo associativo, conservatore e subordinato, e quello portato avanti da chi aspira a rappresentate l’insieme di lavoratori e lavoratrici. In questo solco si collocano le fratture degli ultimi tre anni sugli scioperi generali e la stessa crisi dell’accordo del 10 gennaio [nel momento in cui tra i metalmeccanici hanno visto prevalere la FIOM, la CISL ne ha sconfessato i risultati e di fatto la procedure di rilevazione sono oggi bloccate]. Anche se poi nelle pratiche contrattuali di categoria si impongono le propensioni concertative dell’organizzazione, che tengono ancora stretta l’unità di azione tra le tre confederazioni. Per questo ritengo comunque importante rivendicare la rappresentanza dell’insieme del lavoro, la centralità del voto di lavoratori e lavoratrici su rappresentanti e accordi (quando non mettono in gioco diritti inalienabili). Una cifra su cui rifondare la pratica sindacale nei prossimi anni.
Allora, come proseguire l’iniziativa sindacale? Io penso non ci sia una risposta scontata e soprattutto non ci sia una risposta semplice. L’impressione è che oggi la CGIL abbia concluso lo sciopero senza la minima idea su come andare avanti e, in questo vuoto, si imponga la tentazione di aspettare. Aspettare, cioè, che il governo si logori e, in qualche modo, il problema della necessità di uno scontro diretto sia in qualche modo risolto dagli eventi: i risultati delle elezioni Europee e una possibile messa in discussione degli attuali equilibri della maggioranza; il logoramento del governo nelle relazioni con l’Europa e quindi una pressione internazionale che porterebbe a nuovi esecutivi tecnici; una possibile nuova recessione, che potrebbe precipitare le dinamiche precedenti. Aspettare, cioè, vuol dire tener aperto lo stato di agitazione, ma di fatto non implementarlo in nessuna iniziativa, se non in una serie di appuntamenti propagandistici (assemblee nazionali di delegati/e, una nuova grande consultazione sulla piattaforma, presidi o iniziative territoriali, magari in connessione con il circuito sociale delle reti e delle associazioni). Aspettare vuol dire attendere il prossimo autunno, sperando che la solidità di questo governo si sia esaurita o si sia fortemente ridimensionata. La storia dell’ultimo decennio ci dice che questa è una strategia sbagliata. Perché attendere gli eventi porta alla conseguenza che sono gli eventi a determinare gli indirizzi futuri, seguendo la corrente del tempo. Così, infatti, è stato in questo decennio: Monti è stato seguito da Renzi, il quale è stato sostituito da Conte e Salvini, poi da Draghi, il quale è stato sostituito da Meloni. Letta e il campo largo non sono state controtendenze, ma parentesi immerse nella corrente, che non hanno avuto intenzione di contrastarla. Se si vuole invertire la rotta, si deve porre e imporre una discontinuità dal versante del lavoro, con un nuovo movimento di massa. Anche perché, diversamente dagli esecutivi del decennio, il governo Meloni ha un profilo politico definito ed una solida maggioranza Parlamentare, ed intende portare avanti una revisione autoritaria della Costituzione, l’autonomia differenziata (la divaricazione regionale del salario sociale), le gabbie salariali, uno stravolgimento classista dell’istruzione (canale separato per tecnici e professionali), la riduzione del sindacato ad un soggetto debole (vedi Salvini e la reiterazione della precettazione nei traporti).
Bisogna uscire da una mobilitazione occasionale e scomposta. Io credo che un filo da tirare per uscire da quest’impasse sia quello della riscoperta delle nostre radici costitutive. La forza di un’organizzazione sindacale non è solo quella che si misura sul piano generale, nel numero complessivo di iscritti o nell’adesione ad uno sciopero. La sua forza si misura in realtà sul suo cosiddetto potere contrattuale (bargaing power), cioè sulla sua capacità di organizzare lavoratori e lavoratrici che possono produrre impatti significativi nei processi produttivi e in quelli sociali. Il sindacato, cioè, dovrebbe riscoprire la capacità di fare male alla propria controparte: costruire un’iniziativa di lotta in grado di interrompere il più a lungo possibile, con il maggior costo possibile, attività produttive di valore e, se serve, anche servizi sociali generali (in grado di incidere sulle condizioni generali di produzione del valore). Le iniziative sindacali generali dovrebbero quindi uscire da una logica di posizionamento, di ricerca di un semplice effetto politico, anche quando si agisce per la difesa del salario sociale e nel contrasto alle politiche economiche del governo. Si dovrebbe provare a bloccare, se non il paese, almeno alcuni suoi gangli, impegnando a questo scopo un numero ristretto di scioperanti, attivamente sostenuti a livello di massa. E’, in fondo, la recente riscoperta della UAW, l’International Union, United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America, che negli scorsi mesi ha portato avanti un importante sciopero per il rinnovo dei contratti nelle Big Three (Ford, GM, Stellantis) sulla base di una piattaforma radicale (cancellazione dei livelli di ingresso; COLA, cioè scala mobile; aumento sostanziale degli stipendi e riduzione di orario), concentrandolo su alcuni stabilimenti (sostenuti con casse di resistenza) e allargandolo progressivamente. Sino ad arrivare ad una vittoria sindacale che potrebbe segnare l’apertura di un nuovo ciclo negli USA.
Allora, anche in Italia dovremmo di nuovo imparare a preparare gli scioperi generali, e a proseguirli, con azioni specifiche e articolate, in grado di colpire dove fa male, bloccando servizi e processi produttivi con l’azione di un numero limitato di lavoratori e lavoratrici sostenuto da casse di resistenza. Un esempio, relativo al mio settore. Dopo le lotte particolarmente intense della seconda metà degli anni Ottanta (i famosi scioperi degli scrutini), nella scuola ci sono norme molto restrittive sugli sciopero. Nonostante questo, è possibile scioperare due giorni consecutivi (art 10 dell’Accordo sulle norme di garanzia dei servizi pubblici essenziali e sulle procedure di raffreddamento e conciliazione in caso di sciopero, comparto Istruzione e ricerca, 2 dicembre 2020), i servizi essenziali sono limitati (svolgimento scrutini ed esami, vigilanza minori nelle istituzioni educative e durante refezione, gestione rifiuti tossici, servizi cucina e mensa nelle istituzioni educative, vigilanza impianti e apparecchiature, cura e all’allevamento del bestiame, pagamento degli stipendi e delle pensioni). Si potrebbero, allora, costruire scioperi di due giorni consecutivi volti a bloccare il funzionamento delle scuole, tenendole chiuse concentrando le adesioni nel personale ATA e chiamando il resto del personale a sostenere i loro stipendi, sottoscrivendo casse di resistenza in ogni istituto. Questo esempio specifico e particolare, indica solo un orizzonte di azioni che, nei diversi settori e comparti produttivi, potrebbe e dovrebbe tradurre l’iniziativa sindacale nello sviluppo di una maggior conflittualità sociale, in grado di arare il campo per gli scioperi generali. Su questo, io credo che si dovrebbe cominciare a ragionare.
Luca Scacchi