Un testo dell’area congressuale Le Radici del Sindacato in FLC
Il Governo Meloni da una parte ha tagliato del 70% il fondo per contrastare la violenza contro le donne e dall’altra ha deciso di inserire a scuola attività extracurriculari di Educazione alle relazioni. Il Pd ha addirittura proposto di diminuire le ore disciplinari, per inserire nell’orario curriculare questa attività. Sono risposte sbagliate: i tagli delle risorse e l’abbassamento culturale sono misure contro le donne. Contro la scelta del governo di inasprire le pene e delegare alla scuola il compito di educare alle relazioni, contrastiamo la destrutturazione dello spazio formativo, opponiamoci a inutili ghettizzazioni disciplinari, rilanciamo gli apprendimenti critici.
Il femminicidio di Giulia ha innescato un’imprevista reazione di massa. La scomparsa e i giorni di ricerca, una sopraffazione cresciuta sui ruoli di genere di una relazione affettiva, la volontà di impedire la laurea e quindi un suo autonomo percorso di vita, il profilo da bravo ragazzo dell’aggressore: questi elementi hanno condensato in una tragica vicenda non solo i quotidiani femminicidi del nostro presente, ma più in generale l’oppressione che le donne subiscono nel quadro dei rapporti sociali dominanti. La doppia oppressione, cioè, di chi è sottoposto allo sfruttamento come lavoratrice e poi lo vive anche a relazioni, nella subordinazione dei ruoli di genere come nell’attribuzione di ulteriori carichi di cura in ambito familiare. Rabbia e partecipazione hanno quindi segnato il Circo Massimo, i funerali di Giulia e le tante piazze di questi giorni.
Questa reazione ha sconcertato chi è assuefatto a valori, ruoli e prassi patriarcali, ma ha anche spaventato questo governo reazionario che contrassegna la propria identità e la propria azione proprio sulla riaffermazione di ordine, sicurezza e gerarchie tradizionali [Io sono Giorgia: Donna, Madre, Cristiana]. Per arginare e ricollocare in un alveo gestibile questa reazione popolare, l’esecutivo Meloni ha da una parte presentato un nuovo DDL che ribadisce (con una prassi già vista) quanto già normato nel cosiddetto codice rosso per costruire la narrazione di una stretta securitaria, dall’altro ha siglato un protocollo interministeriale per introdurre nelle scuole secondarie di 1° e 2* grado corsi per educare alle relazioni. Come precisato in apposita direttiva, si tratta di trenta ore da svolgersi in orario extracurriculare, rivolti a gruppi di alunne/i, coordinati da insegnanti che saranno (si assicura) adeguatamente formati con il “supporto di organismi scientifici e professionali” e dell’Ordine degli psicologi, oltre che supervisionati dal Forum delle Associazioni dei genitori (FONAGS), chiamato così impropriamente a controllare le modalità attuative dei percorsi. Un’iniziativa criticata da alcuni partiti di opposizione, ma anche dalla CGIL (per voce di un’esponente della sua segreteria confederale), tra le altre cose perché queste attività si collocherebbero in orario extra-curriculare, chiedendo quindi l’inserimento dell’educazione al rispetto e all’affettività nelle scuole.
A noi sembrano entrambe risposte sbagliate. Tentazioni diverse, ma in qualche modo convergenti, di chi vuole riportare in un ambito istituzionale, controllato e vincolato quella rabbia e quella carica di cambiamento che in questi giorni tante e anche tanti hanno espresso nelle piazze, a partire dagli slogan: è stato il vostro bravo ragazzo; se domani non torno bruciate tutto; il maschio violento non è malato è il figlio sano del patriarcato. Le oppressioni di genere, infatti, sono oggi inscritte negli attuali rapporti di produzione, strutturando il patriarcato a livello economico, sociale e politico.
Le oppressione di genere, allora, attraversano la scuola, come tutte le oppressioni e le gerarchie sociali, a partire da quelle di classe. La scuola ha infatti un’irriducibile doppia natura: è un’agenzia formativa istituzionale, una struttura di acquisizione e conformazione alle norme dominanti, ma anche un luogo di emancipazione, attraverso l’apprendimento e le prassi collettive che si costruiscono nei suoi spazi. La scuola pubblica e statale, allora, è per noi un luogo irriducibilmente plurale, nel quale vivono e si sviluppano differenze, in cui deve essere continuamente alimentata e coltivata la sua funzione emancipatrice, tenendo aperto nel suo ambito come nell’insieme della società uno spazio di conflitto e trasformazione. Qui la radice di fondo della libertà di insegnamento, come dell’impianto cooperativo del gruppo classe, del consiglio di classe e del collegio docenti, sviluppati e strutturati nel corso negli anni Sessanta e Settanta nell’ambito di grandi movimenti di massa, che non a caso in questi decenni sono progressivamente minacciati da chi vuole costruire una scuola finalizzata a sostenere il sistema produttivo e a riprodurre le sue gerarchie sociali.
Il compito di un sindacato generale e di trasformazione sociale, come la CGIL e la FLC, deve allora esser duplice: la difesa della scuola come spazio di apprendimento pubblico e plurale; l’alimentazione e il sostegno nel suo ambito di esperienze, didattiche e prassi emancipative. Un compito duplice che si intreccia al duplice ruolo di difendere lavoratori e delle lavoratrici della scuola, i loro diritti e le loro retribuzioni, e quello di rappresentare interessi e prospettive dell’insieme del lavoro nel quadro di una società capitalistica. Di fronte all’emersione dell’attuale rabbia di massa contro la violenza sulle donne e l’oppressione di genere, di fronte ai tentativi di ricondurre questa rabbia nell’alveo della riproduzione degli attuali rapporti sociali, è allora bene distinguere, chiarire, rivendicare.
Per contrastare la violenza contro le donne sono necessarie misure immediate e concrete, a partire da quelle relative servizi sociosanitari. Servono infatti in primo luogo risorse, normative e indirizzi per costruire strutture e pratiche nei territori, a partire dal ripristino dei consultori, l’aumento di centri antiviolenza e di case protette, la sistematizzazione delle attività di prevenzione nelle scuole, nei posti di lavoro e nei quartieri [a partire dalla definizione dei Codici contro le molestie e dallo sviluppo di una relativa formazione]. La scomposizione dei servizi sanitari e socioassistenziali dei primi anni Novanta, la logica aziendalistica nella loro gestione, la privatizzazione dei servizi, i tagli alla sanità hanno determinato non solo un indebolimento dell’attività di supporto alle vittime di violenza, ma anche la carenza di strutture e azioni di intervento più generale su regole e abitudini sociali. Il disastro del Servizio Sanitario Nazionale e della sua disarticolazione federalista si ripercuote infatti inevitabilmente anche, se non soprattutto, sulle donne e i loro diritti!
Serve difendere spazi e tempi di apprendimento. Disarticolare il sistema scuola, abbassare il suo livello culturale attraverso la diminuzione del sapere disciplinare, significa minacciare complessivamente il livello culturale di una società per spingerla verso l’imbarbarimento. Viviamo in una stagione in cui si ripetono tentativi di destrutturare l’attuale forma e organizzazione della scuola italiana, fondata su un complesso equilibrio tra programmi ministeriali, libertà di docenza, rapporto tra docenti e studenti, apprendimento cooperativo all’interno del gruppo classe. Attraverso il PNRR o con la moltiplicazione di progetti integrativi che attraversano gli spazi curriculari da una parte si sono inseriti nell’ambito scolastico soggetti esterni per agire altre funzioni sociali (ricreative, preventive, educative in senso ampio), dall’altra ci si propone di formattare processi, metodologie e contenuti educativi, usando le nuove tecnologie come strumento di riduzione della libertà di insegnamento e scomposizione del gruppo classe. Dinamiche sospinte dalle logiche individualizzanti e competitive che si stanno imponendo sui percorsi formativi (Invalsi, portfolio, punteggi per la maturità, ecc). La scuola così tende a diventare sempre meno luogo collettivo di apprendimento, mentre si tende a delegare alla sua struttura e agli stessi curricula funzioni sociali, sanitarie e preventive di ogni sorta, in una logica di sua trasformazione in un contenitore generale dei processi di socializzazione, utile al contempo al contenimento fisico dei giovani e al contenimento delle ansie di adulti e istituzioni.
La dialettica che si è impostata in queste settimane ci appare allora confusa e confondente, in cui sfumano le differenze tra le funzioni e le responsabilità della scuola e quelle della società nel suo complesso, in cui si impastano senza distinzioni le capacità relazionali e socioaffettive, i ruoli di genere, l’educazione sessuale.
Nelle scuole ci sembra infatti fondamentale sviluppare attività di educazione e salute sessuale. I e le giovani devono infatti arrivare alla maturazione delle loro capacità sessuali e riproduttive consapevoli delle dinamiche, delle potenzialità e dei rischi di questa loro nuova dimensione di vita: per viverla pienamente, in modo il più possibile positivo, libero e autodeterminato. La realtà oggi è che invece la sessualità viene spesso vissuta di nascosto, con imbarazzo e nell’ignoranza di basilari conoscenze sulla propria salute e sicurezza. Per questo serve introdurre, in modo generalizzato, corsi di educazione sessuale a partire dalla secondaria di primo grado, in relazione al quadro generale della sessualità, la contraccezione, le malattie sessualmente trasmissibili. Attività obbligatorie, che riprendano e intreccino quanto viene svolto nelle ore di Scienze sviluppandolo in moduli extracurriculari organizzati dai Dipartimenti prevenzione e delle nuove Case della Salute del Servizio Sanitario Nazionale. Un’azione che potrebbe integrarsi con le ipotesi di sviluppo e sistematizzazione di nuovi servizi di psicologia scolastica, che ci sia augura appunto inquadrati nelle strutture territoriali sociosanitarie.
Allo stesso tempo, emerge con sempre maggior evidenza l’utilità di prevedere spazi di educazione socioaffettiva, sin dalla scuola primaria. Il riconoscimento delle proprie e delle altrui emozioni, la capacità di saper distinguere, affrontare e supere le emozioni negative e le eventuali frustrazioni, diventano infatti abilità sociali sempre più importanti all’interno della società contemporanea. Questa educazione, proprio nella sua complessità e specificità, non può esser delegata al personale docente, che già deve esser formato e deve saper gestire la trasmissione disciplinare e la gestione del gruppo classe. Queste attività, allora, devono trovare spazio nell’ambito scolastico extracurriculare, prevedendo un intervento coordinato dei servizi sociosanitari attraverso personale specifico e specificamente formato (educatori, psicologi, ecc).
Infine, la scuola deve esser attraversata da una cultura di genere. Anzi, di generi. Nel senso che la scuola deve esser luogo di apprendimento e riflessione critica sulle rappresentazioni e le norme collettive, compresa la comprensione della costruzione sociale dei generi, delle loro attribuzioni descrittive e prescrittive che vengono continuamente alimentate e modificate nel quadro delle relazioni sociali. Nella scuola deve, cioè, trovare riconoscimento, rispetto e accoglienza il diritto di individuazione di genere, che in ogni caso si definisce esattamente nei percorsi di sviluppo che attraversano la scuola. In questa consapevolezza critica vi è lo spazio anche per una riflessione sulle attuali oppressioni di genere, che si esprimono attraverso linguaggi, ruoli e dinamiche affettive. Questa riflessione critica deve esser in primo luogo difesa dalle culture cattoliche e reazionarie che, proprio in questi anni, hanno sviluppato una campagna revanscista di riaffermazione della cultura patriarcale e maschilista. Questa riflessione critica, però, non può esser affidata ad una disciplina, ma passa per l’azione didattica trasversale del corpo docente e, nelle scuole superiori, anche per la libera iniziativa di studentesse e studenti. Passa, cioè, per quel complesso equilibrio tra libertà di docenza, collegi e consigli di classe, plurale espressione di alunni e studenti, che caratterizza oggi la scuola pubblica. Questa cultura critica e queste riflessioni sono, allora, da promuovere liberamente nel dibattito e nelle pratiche didattiche plurali, diverse e tra loro talvolta conflittuali, che vivono nella scuola. La scuola dei saperi ha infatti già dentro il suo agire quotidiano e la struttura multidisciplinare la capacità di sviluppare ed emancipare le dimensioni umane dello studente e dell’adolescente. Sono infatti percorsi, prassi ed esperienze che già si esprimono nella scuola, messe sotto accusa da soggetti conservatori come il Forum delle Associazioni dei genitori (FONAGS), e sono oggi soprattutto da sostenere nella loro diffusione.
Spazi adeguati e dimensionamento delle classi servirebbero a rilanciare e restituire centralità alle istituzioni scolastiche e alla loro finalità di formare cittadini/e liberi/e e consapevoli. Continuare invece a innescare dentro il tempo-scuola iniziative improvvisate, dettate dalle suggestioni del momento, svuotate della necessaria robustezza epistemologica e di rigore pedagogico servono soltanto a snaturare l’intelligenza collettiva della scuola pubblica.
Allora, in conclusione, riteniamo che il principale compito del sindacato oggi sia quello di difendere lo spazio e il tempo scuola, costruendo nel suo ambito prassi di emancipazione che riconoscano le oppressione di genere (tutte le oppressioni di genere) e le contrastino. Per questo crediamo che la FLC-CGIL e tutta la CGIL debbano respingere la proposta avanzata dal Governo che prevede ore extra-curricolari di educazione sentimentale a carico di insegnanti formati in modo discutibile e parziale, sotto il controllo dell’associazione dei genitori. Crediamo anche che il nostro sindacato debba respingere anche la controproposta del PD, non certo migliorativa rispetto all’altra, che per introdurre queste ore di educazione all’affettività prevede di ridurre le ore disciplinari (in linea con quanto è avvenuto con l’introduzione delle ore di educazione civica e di orientamento), a tutto danno della formazione curricolare, che sta alla base del ruolo della Scuola Pubblica e dell’emancipazione femminile stessa.
Le Radici del Sindacato in FLC