Aprire una stagione di lotta

Intervento di Luca Scacchi all’Assemblea generale FLC del 11 ottobre 2023

Grazie Giusto [Scozzaro, presidente AG FLC],
Grazie Gianna [Fracassi, segretaria generale FLC] per l’ampia relazione.

Io credo che in realtà nella discussione di oggi ci sia un centro, un fuoco, un punto che nel confronto tra noi dobbiamo appunto mettere a fuoco.

Questo centro è l’autunno: l’autunno e le sue prospettive. Noi e la mobilitazione che costruiamo contro questo governo e nel rapporto con lavoratori e lavoratrici.

La giornata di sabato è stata bella. Innanzitutto, con un clima fantastico: politico, ma anche meteorologico. Una giornata bella perché è stata una manifestazione di massa [sicuramente oltre i 100mila partecipanti reali]. Gianna ha tratteggiato le difficoltà organizzative di questo corteo. A me è sembrato che in tutte le camere del lavoro, in tutti i territori, si sia vissuta la difficoltà di costruire questa manifestazione. Innanzitutto, da un punto di vista logistico ed economico. Lo sforzo per fare di questa una manifestazione di massa. Non era scontato, nel clima e nella dinamica sociale di questo paese dopo la pandemia, riuscire a costruire un appuntamento di questo genere. È stata una manifestazione del popolo della CGIL e del popolo contro il governo. Io credo che il popolo di sinistra sia sempre più un concetto storico, astratto dalle attuali identità e soggettività collettive. Però, questo corteo ha provato a raggruppare, a coagulare, l’opposizione sociale al governo reazionario di Meloni. Forse tardi. Il problema, da questo punto di vista, è che avremmo dovuto costruire questa iniziativa, con questa partecipazione e con questo assetto, un anno fa: avremmo dovuto organizzare, cioè, così la manifestazione dello scorso 9 ottobre 2022, un anno dopo l’assalto CGIL e poche settimane dopo la vittoria elettorale delle destre. Abbiamo perso un anno. Però, in ogni caso, esserci arrivati oggi è stato importante.

Però io credo sia altrettanto importante esser consapevoli del quadro più generale dei rapporti di massa. Cioè, io credo importante che ci diciamo qui, in una riunione del gruppo dirigente collettivo di questa categoria, che quella piazza non rappresenta l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. Quel clima bello non rispecchia, cioè, il difficile rapporto che con loro stiamo sperimentando e costruendo in questo autunno. Ne è un termometro più preciso, un quadro migliore, la dinamica reale delle assemblee che noi come FLC, e la CGIL nel suo complesso, sta conducendo nel quadro della consultazione sul contratto e sulla piattaforma della Via Maestra. Queste assemblee registrano la bassa partecipazione a cui oramai ci siamo abituati dopo la pandemia (il 10, il 20, il 30% nella migliore delle ipotesi), ma soprattutto un clima spesso di rassegnazione e prima ancora, di mancanza di consapevolezza di un interesse collettivo e generale da difendere. Sempre più il lavoro è diviso, sempre più il lavoro è diviso nell’autorappresentazione dei propri interessi immediati e delle proprie identità particolari. Quando si costruisce una vertenza ed una mobilitazione più ampia e generale, si tocca con mano la freddezza e la difficoltà di comprensione della larga massa di lavoratori e lavoratrici.

Allora, innanzitutto, lo sciopero. Una delle difficoltà che io credo dobbiamo dirci, per capire come affrontarla, io credo sia proprio quella della costruzione di questo sciopero in questo clima. Innanzitutto, perché non abbiamo ancora una data. E quindi, in qualche modo, perché abbiamo scisso temporalmente e politicamente le assemblee, e la comunicazione che vi abbiamo fatto sull’azione del governo, dalla reale messa a terra dello sciopero generale. Ancora oggi non sappiamo esattamente quando sarà: metà o fine novembre. In secondo luogo, poi, perché lo sciopero arriverà tardi, a ridosso della discussione parlamentare sulla Legge di bilancio, quando i saldi sono stati da tempo definiti con la Nadef, con giochi politici largamente già fatti e quindi una percezione di massa che sconterà come oramai acquisite, certe, quelle politiche. Questa dinamica rischia di intrecciarsi negativamente con il clima prima ricordato delle assemblee, consolidando l’impressione collettiva che sia uno sciopero di posizionamento, incapace di mordere e ottenere risultati, e quindi inutile [cosa per militanti e attivisti politici, più che utile all’insieme del lavoro]. Allora noi dobbiamo capire come affrontare e sconfiggere questo rischio, come confrontarsi con questo clima e questa possibile rassegnazione, come fare ponte tra le assemblee e poi l’arrivo allo sciopero. In termini di comunicazione e in termini di costruzione sociale della nostra iniziativa.

Da questo punto di vista, servirebbe molto che questa data arrivasse subito. Io capisco la difficoltà a farlo, rispetto ai tempi, alla scansione, alle modalità della consultazione che ci siamo dati. Però, sarebbe stato importante se la data fosse arrivata nelle conclusioni della manifestazione di sabato, proprio perché avrebbe almeno idealmente tracciato questo ponte.

Al di là di questo, uno strumento che io vedo è quello di dare l’impressione, la comunicazione e la costruzione di una mobilitazione che non finisce a metà novembre, con il prossimo sciopero generale. Guardate, io credo che lo sciopero non andrà bene. Sono abbastanza convinto di questo. Perché è difficile che in un clima politico e sociale come quello che stiamo vivendo, la singola giornata di sciopero riesca improvvisamente a determinare un grande risultato. Non faccio qui percentuali, non pongo ora asticelle o obbiettivi [anche se forse dovremmo trovare il modo di farlo, prima o poi]. Le lotte crescono e si allargano nel tempo. Con pazienza, con continuità, con determinazione. Allora, bisogna esser consapevoli che noi dobbiamo aprire un percorso di lotta, che questo cammino sarà lungo e difficile, ma per avviare un processo di allargamento progressivo noi dobbiamo esser convinti e dobbiamo convincere che andremo avanti. Dobbiamo dire, da subito, che non finisce tutto in una giornata dimostrativa e di posizionamento. Dobbiamo dire da subito che non sarà come gli scioperi generali degli ultimi anni, a dicembre, per poi rivedersi il prossimo anno.

Noi dobbiamo partire con un’iniziativa straordinaria, si impone un salto di qualità della nostra azione. Sono molto d’accordo, allora, con questa frase detta da Gianna verso la fine della sua relazione. Noi non possiamo pensare, finito lo sciopero quando sarà, che noi torniamo a fare le nostre consulenze individuali, le nostre trattative di secondo livello, i nostri tavoli di sequenza contrattuale, il nostro tesseramento. Noi dovremmo fare tutto questo, ma non possiamo ritornare sic et simpliciter alla normale vita quotidiana della nostra organizzazione sindacale, pensando che in primavera ci saranno le elezioni europee o chissà quale nuova crisi economica, e il prossimo autunno si riprende la mobilitazione.

Sono d’accordo con la proposta di una campagna di iniziativa contro l’autonomia differenziata. Quella contenuta nel nostro ordine del giorno e nella relazione di Gianna, relativa ad una carovana nel paese da qui al prossimo maggio/giugno. Sono d’accordo a sviluppare un’iniziativa nei territori, esattamente perché noi dobbiamo stimolare l’azione sull’autonomia differenziata (a partire dalla stessa CGIL): comunicare, spiegare e convincere lavoratori e lavoratrici, come la popolazione più in generale, dei suoi rischi effettivi. Però questo non può esser il centro, l’asse della nostra iniziativa. Perché questo non può essere il perno della nostra azione.

Io credo che noi dobbiamo guardare e costruire, sin da subito, ad uno sciopero dell’istruzione e della ricerca nel prossimo inverno. Uno sciopero di categoria, tra fine febbraio ed i primi di marzo (alla vigilia del DEF, e quindi della definizione delle politiche economiche e dei primi saldi di bilancio 2025), rivolgendo questa proposta all’insieme dei sindacati di scuola, università, ricerca e AFAM [CISL, UIL, SNALS, GILDA, ANIEF ed anche COBAS, CUB e USB), come ai movimenti degli studenti, in difesa della scuola e dell’università pubblica, come a quelli contro l’autonomia differenziata. Uno sciopero su salario, proposte Valditara (punizione e revisione classista dell’area tecnico-professionale) e autonomia differenziata.

Allora, in conclusione, ha ragione Gianna ad aver aperto la sua relazione su Ucraina e Palestina. Viviamo in un tempo di sangue e di competizione internazionale. Dai golpe in Sahel all’allargamento dei BRICS, sino alla tessitura di nuove politiche di riarmo e scontro nel Pacifico. Non ci sono organismi o diplomazie internazionali che sono in grado di rimettere questo mostro nella scatola. Un mostro che si intreccia con il logoramento delle condizioni di vita e la crisi economica. Le previsioni di crescita allo 0,7% del PIL ci dicono che in realtà saremmo dovuti essere in recessione: io vorrei infatti segnalare che il PNRR, stimando l’effetto sull’economia del proprio diretto intervento finanziario, dava nel peggiore degli scenari almeno un delta (un effetto minimo diretto) del 1,2%. Vuol dire che, appunto, senza il PNRR saremmo in recessione, come lo è la Germania.

Davanti a tutto questo, e chiudo, non possiamo lasciar scorrere gli eventi. Non possiamo fare come in altre stagioni (Monti, Renzi, il Conte uno di Salvini e Di Maio, Draghi), quando abbiamo assunto iniziative di posizionamento, talvolta anche molto tardive o simboliche, e poi gli eventi in qualche modo risolvono la situazione ed eliminano il governo di turno. Non lo possiamo fare per la gravità di questi tempi e di queste politiche. Non lo possiamo fare perché in fondo, in questo decennio, proprio questa tattica non è stata estranea al progressivo scivolamento a destra del baricentro politico del paese, nella divisione e nella disorganizzazione del campo del lavoro. Ora è il momento di un’iniziativa straordinaria, capace di imporsi proprio a partire dalla sua continuità e determinazione.

Luca Scacchi