Lo sciopero è necessario. Senza SE!

Intervento di Eliana Como alla Assemblea Generale Fiom, 5 settembre 2023.

Sulla consultazione, la mobilitazione del 7 ottobre e lo sciopero generale: “Decidiamo presto, facciamo sul serio, fino in fondo, anche da soli. Senza SE!”

Premetto che penso che servirebbe una discussione a parte della nostra Assemblea Generale sul tema della sicurezza e di come rilanciamo la nostra iniziativa di fronte al quotidiano bollettino di morti sul lavoro e al dramma accaduto l’altra notte a Brandizzo, rispetto al quale, per gravità, sarebbe stata necessaria una risposta di tutto il mondo del lavoro e non solo delle categorie e del territorio colpito.

Sul tema della mobilitazione generale e della consultazione penso che abbiamo due ordini di discussione.

Il primo é nel rapporto diretto con i lavoratori e con le lavoratrici e nella necessità, su cui tutti siamo impegnati, di costruire al meglio possibile il percorso di mobilitazione che attraverserà settembre, passando dal 7 ottobre fino, spero il prima possibile, a un grande sciopero generale contro questo Governo.

Per tutte le ragioni che sappiamo. Perché fa gli interessi dei liberi professionisti e degli evasori, perché ha cancellato il reddito di cittadinanza, perché mette in crisi l’unità del paese con l’AD, perché taglia lo stato sociale a partire dal disinvestimento sui contratti pubblici, perché non ha rispettato nessuna promessa elettorale sulla riforma delle pensioni, sul carovita e sulla inflazione.

Su questo mi auguro che si arrivi nella maniera più forte e più convinta possibile allo sciopero generale. Anche da soli. Anzi preferibilmente da soli, perché la Cisl ha detto da mesi, con molta chiarezza, che ha deciso di essere uno dei principali alleati di questo Governo. E se la Uil vuole smarcarsi, bene, che ci segua, invece di rallentarci.

Arriviamoci in tempo allo sciopero, non a dicembre, come abbiamo fatto nei due anni precedenti. E soprattutto arriviamoci senza altre esitazioni, perché le condizioni ci sono tutte, da maggio, quando è iniziata la mobilitazione. E non «se sarà necessario», come invece è scritto nella scheda su cui chiederemo ai lavoratori e alle lavoratrici di votare.

Quel «se necessario» proprio non ci sta. E su questo passo al secondo ordine di discussione, che è quello che attiene a come il gruppo dirigente della Cgil ci arriva a questa necessaria iniziativa. E su questo è bene che ci diciamo anche gli elementi di confusione, di contraddizione, di immobilismo di questo percorso, per come è stato pensato e impostato.

Non mi convince, prima di tutto, l’idea di far votare sullo sciopero (se necessario!), ma non perché non sia importante il rapporto e il voto con i lavoratori e con le lavoratrici. Ma perché penso che sia una sorta di ammissione di scarsa autostima, come se in fondo la Cgil prendesse atto del fatto che non ha l’autorevolezza di farlo da sola e rilancia la palla ai lavoratori. Preferirei un gruppo dirigente che con convinzione decide una linea e la porta avanti. Certamente nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici nelle assemblee, ma indicando una traiettoria chiara. Rispetto alla quale lo sciopero generale è assolutamente necessario, senza il «se». Lo era già prima, casomai siamo in ritardo.

Noi come categoria dei metalmeccanici abbiamo fatto sciopero a luglio. Questo ci aiuterà nel rapporto con le persone nelle assemblee, perché quello che abbiamo detto a maggio, lo abbiamo fatto a luglio e ci ritorniamo ora. Possiamo spendere e rivendicare un elemento di continuità e di coerenza.

Però siamo stati l’unica categoria a scioperare nel quadro della mobilitazione generale. Non lo hanno fatto le altre categorie, a partire da quelle del settore pubblico, che pure in questa mobilitazione hanno un rapporto diretto con la loro controparte contrattuale. Immagino la difficoltà, in questi settori, di far votare ora i lavoratori e le lavoratrici su uno sciopero che è già in ritardo, visto che le risorse per il loro contratto le hanno tagliate a giugno.

Quello che servirebbe oggi è una iniziativa chiara, forte, coerente della Cgil intera, che prometta che questa volta non lo diciamo e basta. Lo facciamo, fino in fondo, ponendoci il tema di come ricostruire i rapporti di forza, senza doverlo lasciare al voto dei lavoratori.

Non entro nel merito dei contenuti della piattaforma con cui andiamo a questa consultazione (qui il testo completo). Ci sono temi decisivi, finalmente, come il salario minimo. Ci sono anche alcune cose che non condivido, per esempio il fatto di insistere sulla riduzione del cuneo fiscale, ma non è tanto questo il punto. Al limite, il problema è che più che una piattaforma sembra un documento congressuale e servirebbero tre finanziarie per ottenere un quarto delle cose che scriviamo. Rischiamo tutte le volte che ci mobilitiamo per tutto senza mobilitarci fino in fondo su niente.

Tutto è importante, sia chiaro, dal salario allo stato sociale alle pensioni alla Bossi Fini. Ma diciamo una volta per tutte quale è il punto da cui partiamo, sul quale ci misuriamo e sul quale diciamo che andiamo avanti fino in fondo? In Francia hanno fatto mesi di mobilitazione e sciopero intorno a un tema solo, che era quello delle pensioni, sul quale hanno avuto la capacità di trascinare tutto le altre rivendicazioni, dicendo una cosa semplice: non alzate l’età pensionabile, giù le mani dal nostro tempo di lavoro, dalla nostra vita. E su questo tutti e tutte si sono riconosciuti.

Il rischio è di non avere una strategia chiara. Nemmeno sui tempi. Quando pensiamo di arrivarci allo sciopero se ancora oggi scriviamo “se necessario”? Quanto ci metteremo a far votare 1 milione di lavoratori? Avremmo una scadenza naturale che è il 7 di ottobre, ma davvero qualcuno pensa di far votare 1 milione di lavoratori e lavoratrici entro il 7 di ottobre? E se andiamo oltre, invece, lo sciopero lo rifacciamo a dicembre? Il terzo anno così sarebbe una perdita di credibilità che non ci possiamo permettere.

Peraltro, l’obiettivo di partecipazione al voto è “far votare tanti lavoratori quanti al Congresso”. Io non vedo l’ora di vedere quelle categorie e quei territori dove al Congresso ha votato l’80, il 90, il 100% degli iscritti! Non vedo l’ora di vederli adesso, che non c’è solo il documento 2 a controllare che le assemblee si facciano davvero, ma Cisl e Uil. Non vedo l’ora, davvero.

In ogni caso, tutte queste contraddizioni ce le portiamo dietro, ma ciò non toglie che l’obiettivo resta quello di portare il più possibile, come dicevo all’inizio, i lavoratori e le lavoratrici alla mobilitazione e allo sciopero generale, necessario, senza «se»! E il prima possibile, che era già necessario a maggio.

Ultima cosa. Ci deve essere coerenza tra quello che rivendichiamo e su cui chiediamo ai lavoratori e alle lavoratrici di mobilitarsi e le nostre scelte contrattuali. Ne dico una per tutte: il salario minimo.

Finalmente la Cgil ha fatto sua questa rivendicazione. Avrei preferito che lo facessimo prima. Abbiamo avuto un Congresso intero per discuterne, invece mi pare che abbiamo perso questa occasione e ci siamo fatti portare via una parola d’ordine prettamente sindacale dal PD. Incredibilmente, visto che un anno fa erano contrari, quando erano al Governo e avrebbero potuto fare la differenza.

In ogni caso, ora che giustamente lo rivendichiamo, siamo coerenti e conseguenti sulle nostre scelte contrattuali? Se diciamo che meno di 9 euro non è dignitoso, non firmiamo più contratti nazionali sotto? Oppure, ci diciamo quello che mi è stato risposto all’ultima AG della Cgil, quando ho posto il problema del contratto nazionale della vigilanza privata, dove si è da poco rinnovata una ipotesi per passare da un salario minimo di 4,9 euro a poco meno di 5,5 euro nel 2026. Il segretario generale in quella occasione mi ha detto che “un contratto è valido quando è stato votato”. Anche a 5 euro l’ora, altro che 9!

Allora, io credo che noi dobbiamo pretendere degli elementi di chiarezza e soprattutto di coerenza tra quello che proclamiamo e le scelte contrattuali delle categorie, ma ancora prima con il modello contrattuale che assumiamo come Cgil. Perché il problema non può essere scaricato sulle singole categorie e sulle debolezze strutturali di alcuni settori iper precari, al limite nascondendosi dietro la loro «autonomia contrattuale».

Se decidiamo che 9 euro sono il minimo sotto il quale non è dignità (per me meglio ancora se fosse 10), sotto quella soglia schieriamo e mobilitiamo l’intero mondo del lavoro, in una unica grande e coerente vertenza contrattuale che parli a tutti e tutte, per difendere chi è più debole e non rinnova il contratto da anni, come chi, come noi, parte già da 9 euro, ma ha comunque da affrontare il tema di come rinnovare i contratti e recuperare davvero l’inflazione, superando l’IPCA depurato.

Eliana Como