La prima volta che si è parlato di salario minimo in Italia fu nel 1954, con la proposta di legge di Giuseppe Di Vittorio, Teresa Noce e Vittorio Foa. La proposta nasceva dalla necessità di dare risposta ai bassi salari di migliaia di lavoratori e lavoratrici regolarmente occupati ma poveri, soprattutto nel sud del paese, in modo da dare concreta attuazione all’articolo 36 della Costituzione. La richiesta era un salario di almeno 100 lire all’ora e 800 lire al giorno per ore di lavoro, fatte salve migliori condizioni definite dai contratti nazionali di allora. La legge non fu approvata e l’Italia è rimasta uno dei pochi Paesi in Europa a non avere una legge sul salario minimo.
Si è preferito piuttosto affidare la politica salariale alla contrattazione sindacale, ma, evidentemente, dalla abolizione della scala mobile in poi, qualcosa è andato storto, se siamo l’unico paese in Europa il cui salario reale si è ridotto nel corso degli ultimi 30 anni.
Anche la Germania, il cui sistema di contrattazione, come il nostro, per decenni si è basato sulla sola contrattazione nazionale e aziendale, dal 2015 ha superato la discussione se fosse meglio affidarsi a uno strumento piuttosto che a un altro, introducendo il salario minimo legale come soglia sotto la quale il salario orario lordo di nessun contratto nazionale può andare. Oggi il salario minimo tedesco è 12 euro lordi l’ora, ma è in corso una discussione per portarlo, per effetto della inflazione, a 14 euro.
I due strumenti non sono in contraddizione. L’introduzione del salario minimo non depotenzierebbe affatto la contrattazione nazionale, ma anzi la favorirebbe, spingendo verso l’alto, come è avvenuto in Germania, anche i livelli salariali più alti. Inteso in questo modo, il salario minimo non annullerebbe affatto gli istituti della contrattazione. Fisserebbe piuttosto il minimo orario, al quale poi si aggiungerebbe tutto il resto: indennità di turni, straordinario, TFR, ferie, permessi, malattia, scatti di anzianità e via dicendo.
Facciamo un esempio. Oggi, un lavoratore metalmeccanico di livello D1 (il livello di ingresso, quello più basso, ex secondo livello), dopo il recente aumento di giugno previsto dal CCNL 2021, ha un salario minimo tabellare di 1608,67 euro che corrisponde a 9,2 euro l’ora. A questo si aggiungono tutti gli altri istituti citati prima. Se esistesse un salario minimo legale di 9 euro l’ora, il contratto dei metalmeccanici sarebbe “in regola”. Se il salario minimo fosse fissato a 10 euro, come chiediamo, anche questo contratto dovrebbe adeguarsi, portando il livello D1 a 10 euro e, per conseguenza, producendo effetti in rialzo anche per anche per i livelli superiori.
Il contratto nazionale dei metalmeccanici è un contratto mediamente strutturato, con minimi orari decisamente bassi rispetto alla media europea e insufficienti rispetto all’inflazione, ma comunque superiori a molti altri contratti nazionali, come quelli del terziario e dei servizi e, in generale, di quelli dell’artigiano. Oppure quelli firmati da sindacati di comodo, non rappresentativi ma purtroppo tuttora validi in assenza di una legge sulla rappresentanza.
I sindacati confederali chiedono da tempo proprio questo: definire chi è titolato a firmare i contratti collettivi nazionali, in modo da impedire il dumping contrattuale per mano di sindacati di comodo e fissare poi, con il meccanismo cosiddetto erga omnes (“nei confronti di tutti”), quel minimo orario a chiunque svolga quella mansione, a quel livello in quel settore. Ma dimenticano – o meglio, non ammettono – che troppo spesso anche i nostri contratti fanno dumping.
Nel settore metalmeccanico, l’applicazione dell’erga omnes produrrebbe un salario minimo di 9,2 euro lordi e nessun metalmeccanico o metalmeccanica potrebbe essere pagato di meno, nemmeno nel settore artigianato o nelle cooperative, che oggi sono molto più poveri. Sarebbe un passo avanti, ma 9 euro è comunque un salario orario proprio “minimo”.
Cosa accadrebbe, nel settore dei servizi? Il contratto dei multiservizi prevede al quarto livello 1.397,35 euro lorde di minimo tabellare, pari a 8 euro l’ora. Il salario minimo scenderebbe a 8 euro. Decisamente un salario povero.
E nel settore della vigilanza di privata, dove proprio recentemente è stata firmata una ipotesi di accordo a 140 euro di aumento medio in 3 anni? (ne parla Eliana Como nell’intervista a pagina 1, ndr) Nel 2026, il livello minimo di accesso in quel settore avrà un salario minimo orario di 5,8 euro lordi. Davvero questo può essere considerato un salario minimo decente e dignitoso? No, decisamente.
E’ per queste ragioni che l’area ‘Le Radici del Sindacato’ sostiene la proposta del salario minimo alla tedesca, dove, pur continuando a esistere la contrattazione nazionale e tutto ciò che essa prevede, la legge stabilisce il minimo orario lordo sotto il quale nessun contratto nazionale, e nessuno che svolge quella mansione, può andare. Se quella soglia in Italia fosse fissata a 9 euro, contratti come quelli dei servizi appena citati, ma anche molti altri, compresi alcuni comparti pubblici, sarebbero semplicemente fuori legge. Se il minimo salariale, come vorremmo, fosse fissato invece a 10 euro, anche un contratto come quello dei metalmeccanici dovrebbe adeguarsi, spingendo verso l’alto l’intera scala parametrale.
Perché allora il sindacato confederale continua a non fare propria questa rivendicazione?