Istruzione e Ricerca: un contratto insufficiente

Rinnovato il ccnl 19/22 di Istruzione e Ricerca. Perché per noi è un rinnovo insufficiente, rischioso e con pochi risultati

Il CCNL Istruzione e ricerca 2019/2022 è stato un rinnovo difficile. La trattativa è potuta iniziare solo nell’ultimo anno, a contratto scaduto. I diversi governi, dopo il lungo blocco dei primi anni Dieci, hanno sviluppato un modello di fatto per il pubblico impiego in cui i CCNL sono rinnovati a posteriori, anche molto dopo. Così, infatti, è avvenuto per il 2016/18 e per il 2019/21, così inevitabilmente avverrà per il 2022/24, non essendo state stanziate risorse e quindi in ogni caso prevedendo l’avvio della trattativa, al meglio, nel corso del 2024, quando ancora si dovranno chiudere i contratti della dirigenza per il triennio passato. In realtà sarà molto difficile che le risorse necessarie siano stanziate nella legge di bilancio 2024: solo il recupero dell’inflazione comporta una cifra per l’insieme della pubblica amministrazione superiore ai 20 miliardi, ben oltre i saldi previsti dalla DEF, e quindi il nuovo CCNL dovrà esser conquistato con una mobilitazione determinata e prolungata. Il CCNL 2019/2022 non è in realtà ancora chiuso completamente.

Il rinnovo è infatti sostanzialmente su tre tempi:

– l’anticipo economico dello scorso dicembre (95% degli aumenti trasversali);

– la firma dell’intesa questa estate (con la restante parte economica e normativa);

– la previsione di alcune sequenze contrattuali non solo su specifici punti comunque rilevanti (la responsabilità disciplinare per il personale docente ed educativo o le scuole all’estero; il personale degli ospedali universitari o i CEL, in sequenza da tempi infiniti; tecnologi e contratto di ricerca), ma persino gli ordinamenti e le relative risorse di un intero settore (Enti Pubblici di Ricerca).

Lo spacchettamento in più puntate si è dimostrata una strategia negativa, che ad ogni tempo ha diminuito la capacità di coinvolgimento della categoria, il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali e quindi la possibilità quindi di incidere sugli assetti del testo.

Così è stato a dicembre, quando i tempi istantanei imposti dal nuovo governo hanno impedito sia una tenuta dell’unità tra i settori (con un’intesa politica che ha coinvolto uno solo dei ministeri interessati), sia la possibilità di mobilitare la categoria per farla pesare nella trattativa, strappando risorse più rilevanti.

Così è avvenuto oggi, quando l’erogazione del 95% degli aumenti trasversali e dei loro arretrati qualche mese fa ha di fatto esaurito la spinta propulsiva della trattativa, con tempi e ritmi dettati dall’ARAN ed un’intesa in piena estate.

Così rischia di essere il prossimo inverno, quando le sequenze saranno isolate dal resto della trattativa. L’esperienza stessa di questa trattativa indica quindi la priorità e l’urgenza di modificare i modelli contrattuali entro cui stiamo agendo.

Il CCNL Istruzione e ricerca si chiude, non completamente, oltre 18 mesi dopo la sua scadenza, in una fase economica e sociale completamente diversa dal perimetro temporale del rinnovo e dalle piattaforme che sono state presentate: una fase segnata in particolare da una significativa ripresa dell’inflazione che non solo persiste, ma che colpisce in particolare i bassi redditi che caratterizzano la categoria (nei suoi livelli di ingresso, ATA, TAB e CEL, praticamente alle soglie dei limiti di povertà).

Il sistema triennale basato su TEM, TEC e IPCA depurata (imposto nei fatti da padronato, CISL e UIL nel 2009 e alla fine accettato anche dalla CGIL, prima con il rinnovo dei metalmeccanici, poi con il patto di fabbrica ed infine con quello del lavoro pubblico) è venuto meno alla sua funzione generale: in questi anni, particolarmente negli ultimi di inflazione, ogni categoria ha di fatto costruito punti di caduta e sistemi di difesa del salario diversi, che hanno moltiplicato le divisioni del lavoro. I recenti rinnovi del Legno, della Gomma, della Vigilanza privata e dei Pubblici, o l’adeguamento automatico dei Metalmeccanici, lo evidenziano drammaticamente.

Per questo è necessario porre oggi esplicitamente l’obbiettivo di tornare ad un sistema contrattuale unificante, a base quadriennale e con rinnovi economici biennali, nei quali siano garantiti meccanismi generali ed automatici di adeguamento all’inflazione.

Le difficoltà non sono state solo di metodo. Tutti i rinnovi pubblici sono stati caratterizzati da particolarità settoriali e professionali, con partite economiche aggiuntive agli aumenti trasversali differenziate a seconda degli inquadramenti o dei ministeri di riferimento, determinate da iniziative legislative specifiche, spesso frutto di una dinamica esterna che ha imposto vincoli stringenti alla contrattazione stessa, moltiplicando stratificazioni e divisioni tra lavoratori e lavoratrici.

Questa dinamica non ha interessato solo le differenze tra comporti, ma è stata inglobata nello stesso CCNL Istruzione e ricerca. Gli aumenti complessivi sono infatti molto differenziati tra i nostri settori: intorno al 5% nella scuola, al 7% nell’università, con la possibilità che si arrivi a superare il 10% al termine della trattativa nella ricerca (quando si affronterà la sequenza sugli ordinamenti: per il momento, infatti, le risorse per questo tipo di aumento sono limitate agli EPR vigilati MUR e quindi congelate).

Questa stratificazione ha amplificato le disuguaglianze da tempo esistenti tra i settori. Un risultato che contrasta con lo stesso scopo istituzionale dei nuovi comporti del pubblico impiego (che avrebbero dovuto far convergere strutture e livelli salariali) e con la stessa natura della nostra Federazione, che si propone di riunificare condizioni, salari e professionalità dei lavoratori e delle lavoratrici della conoscenza. Per la larghissima parte della categoria, questo risultato economico è largamente inferiore rispetto agli stessi obbiettivi che ci si era posti come FLC. Oltre 1.300.000 lavoratori e lavoratrici precari e a tempo indeterminato di scuola, università e AFAM, infatti, hanno visto e vedranno aumenti largamente inferiori a quelli che ci si era posti nelle assemblee e nelle dichiarazioni pubbliche dell’allora segretario generale FLC.

La categoria, riconoscendo il rinnovo 2016/18 come un semplice acconto rispetto alle necessità di recupero salariale dopo la lunga stagione del blocco dei primi anni Dieci (un contratto-ponte, si era detto), aveva infatti chiesto di avviare un consistente recupero in grado di avvicinarsi agli stipendi europei o, almeno, a quelli dei restanti settori del pubblico impiego. Prima e al di là dell’inflazione, cioè, si era posto l’obbiettivo del recupero di 350 euro lordi mensili entro due rinnovi.

Gli aumenti medi complessivi del settore scuola sono intorno ai 110 euro (124 per i docenti), per l’università intorno ai 164 euro (in tabellare però meno di 140, con altri 27 euro circa alla contrattazione accessoria su progetti finalizzati). La distanza è evidente, senza considerare l’inflazione di questi anni.

E questi, poi, sono gli aumenti complessivi: cioè, quelli comprensivi sia dell’anticipo erogato a dicembre, che del conguaglio arriverà oggi. Solo i circa 25mila lavoratori e lavoratrici della ricerca si potranno minimamente avvicinare a questo obbiettivo, solo però se saranno recuperati i 45 milioni necessari agli enti non vigilati dal MUR (tra cui ISS, ISPRA, ENEA, ISTAT, ecc) e sempre senza considerare l’inflazione.

Il CCNL Istruzione e ricerca, nella sua parte normativa, ha visto risultati utili e in alcuni casi anche importanti. Grazie all’impegno della FLC, e della sua delegazione trattante in particolare, si è ad esempio ottenuto:

• ​a livello generale, il riconoscimento delle identità alias nei processi di transizione di genere, con l’obiettivo di creare un ambiente inclusivo basato sul valore fondante della pari dignità umana delle persone

• ​nella scuola l’impegno per i gruppi di lavoro operativo per l’inclusione (GLO) nel monte ore previste per le attività collegiali dei consigli di classe e di interclasse (40h, art 44 comma 3); l’obbligo di riunioni in presenza degli organismi collegiali se deliberanti (art 44 comma 6); le tre giornate di permesso per i precari, anche se solo quelli annuali (prima parificazione delle condizioni di tutti i lavoratori e le lavoratrici);

• ​nell’università la distribuzione del 50% delle risorse di settore (50 mln di euro) sul salario fondamentale, con un’attenzione ai salari bassi (la loro distribuzione non proporzionale che a favorito i livelli di ingresso, l’innalzamento della retribuzione delle nuove aree di operatori e collaboratori al livello 3 e 2 delle vecchie categorie B e C; un’iniziativa, a dir la verità, che avrebbe dovuto esser di tutta la categoria e non solo del settore); il primo affacciarsi di un’informativa e un confronto a livello nazionale col MUR (seppur negli organismi di innovazione) e un primo timidissimo, quasi implicito, riconoscimento delle mansioni di insegnamento nei profili CEL;

• ​negli AFAM il riconoscimento, nel quadro del positivo processo di statizzazione e stabilizzazione del precariato di questi enti (con il rischio però che le revisioni legislative in corso implementato un modello radicale di autonomia degli enti, persino più gerarchica e negativa di quella universitaria), delle figure del ricercatore a tempo indeterminato (art 151) e del tecnico di laboratorio (art. 163).

Inoltre, il rinnovo prevede una revisione sistematica e organica dell’insieme del testo contrattuale, in sé positiva, ma che avrà bisogno di un’attenta considerazione delle concrete conseguenze nei rapporti di lavoro. In questo quadro si colloca la complessa revisione degli inquadramenti del personale ATA, con l’importazione anche nell’ambito della scuola dei modelli della pubblica amministrazione (sempre più impostati secondo le logiche del new public management), portando così nel sistema scuola procedure e sistemi organizzativi generali e tipici del mondo aziendale. In questo quadro generale, il nuovo sistema di inquadramento presenta potenzialità ma anche aspetti critici, con l’allargamento del perimetro delle mansioni e l’incipiente formazione di specializzazioni e livelli gerarchici anche nel personale ATA, parallelamente a quanto delineato dall’art. 46 sulla figura docente (tutor e orientatori).

Questi elementi utili o positivi non cambiano però l’asse negativo del contratto, che si esplicita non solo nei suoi assetti economici complessivi, che abbiamo prima sottolineato, ma anche in diversi elementi negativi e di arretramento inseriti nella parte normativa. Ad esempio:

• ​nella scuola, in primo luogo, l’inserimento nel contratto, con la previsione di una specifica CCNI, delle figure di tutor, orientamento, coordinamento e nel sostegno della ricerca educativo-didattica e valutativa (art 46 comma 1), oltre che la conferma della possibilità di riconoscere risorse aggiuntive al personale per miglioramenti dei risultati (tenendo conto delle condizioni iniziali di contesto) sula base di valutazioni oggettive operate dal sistema nazionale di valutazione. Questo è un passaggio che riteniamo grave e sbagliato, in grado di segnare negativamente in sé tutto il contratto, perché non solo porta nel CCNL sistemi ancora fortemente contestati dall’insieme della comunità scolastica, ma consolida e peggiora sistemi di gerarchizzazione salariale di merito, di fatto premiali;

​ancora per la scuola, l’informazione da parte dei dirigenti alle strutture sindacali sull’utilizzo delle risorse del fondo d’istituto deve essere resa in forma anonima, recependo nel CCNL le indicazioni di fatto antisindacali del garante della Privacy, chiudendo così negativamente una battaglia che da anni le RSU della FLC hanno portato avanti in ciascuna scuola per poter conoscere l’effettivo utilizzo delle retribuzioni aggiuntive stabilite dalla contrattazione integrativa. •​sempre nella scuola, la formazione viene positivamente riconosciuta nel tempo di lavoro (attività funzionale), ma deve esser retribuita con le risorse del Fondo MOF (sempre più scarse), con compensi anche forfettari (art 36 comma 7): cioè, la si riconosce, ma si stabilisce di poterla pagare anche con riconoscimenti infimi se non bassissimi (negando nei fatti quello che si afferma per principio).

• ​nelle università, rimangono vigenti, anche se con una formulazione apparentemente diversa i principi premiali di Brunetta (i premi diventano trattamenti economici correlati alla valutazione della prestazione), previsti nell’ex art 20 (ora art. 19); inoltre, l’ARAN su indicazione MUR ha sostanzialmente impedito ogni inclusione, impedendo di regolare il contratto di ricerca oltre il salario (diritti e autodeterminazione orario) e di prevedere il tecnologo a tempo indeterminato, mandati in sequenza (un risultato negativo, perché gli avanzamenti legislativi ottenuti con la L. 79/2022 rischiano così di esser vanificati);

• ​nella ricerca si arriva a normare il lavoro agile anche per ricercatori e tecnologi, prevedendo quindi la costruzione anche per loro di patti individuali che nonostante le dichiarazioni di principio ribadite nell’art 140, rischiano di ledere nei fatti l’autonomia delle proprie attività e soprattutto gli spazi di autodeterminazione del proprio tempo di lavoro.

Per queste ragioni, cioè sia per il negativo impianto del CCNL nella sua parte economica, sia per gli elementi specifici negativi che non sono per nulla riequilibrati da altri specifici avanzamenti, si ritiene necessario non sottoscrivere il rinnovo contrattuale 2019/2021 dell’istruzione e della ricerca, da una parte aprendo immediatamente una vertenza per richiedere risorse in grado di difendere il reale potere di acquisto dei salari e l’obbiettivo di parificazione delle retribuzioni dei nostri settori a quelle del continente, dall’altro per ottenere avanzamenti complessivi in tutti i settori sia dal punto di vista dell’inclusione del precariato, sia dal punto di vista del contrasto alle logiche premiali e di gerarchizzazione retributiva portate avanti da governo e ARAN.

Lillo Fasciana, Monica Grilli, Francesco Locantore, Guido Masotti, Katia Perna, Luca Scacchi